Cronaca di un’escursione sorprendente

Il “Caffè Parampampoli” non è un vero e proprio liquore al caffè, è molto più speziato e aromatico. ma ci torniamo dopo.
Il cammino
Cima Undici o appunto Sas Da La Undesc, in Ladino è la più interna delle scenografiche cime che dominano Pozza di Fassa.

Lassù non ci si arriva con gli impianti di risalita. La navetta ti porta alla Malga Monzoni tramite una carrozzabile sulla destra del Rio Omonimo, appena prima di imboccare la Val San Niccolo.
Si risparmiano i primi 300m di dislivello, ma gli altri 800m vanno fatti a piedi.
Il primo tratto si sviluppa nel bosco di Abeti e Larici. Qui sembra che il Bostrico non abbia attaccato gli alberi. L’ombra è benedetta, perché fa già caldo.
Olivia, la mia “infaticabile” compagna di escursione, a parte litigare coi rami, sembra conoscere perfettamente la strada.
La vegetazione è quella bassa tipica dei duemila metri. Poi il sentiero inizia impennarsi e soltanto dopo il rifugio Vallaccia (ancora chiuso) concede un po’ di respiro, di falsopiano, Non c’è più bosco ormai, ma in compenso ci sono le marmotte che scavano tane fra i ghiaioni.
Dopo che Olivia ha conosciuto le Marmotte – da quel momento si sono alternate nei richiami per segnalare la nostra presenza – abbiamo ripreso la salita, e il paesaggio, sempre più canonico nell’alta quota in assenza di alberi, mostrava le prime vedute panoramiche. Ma riservo le più spettacolari per la cima.







Dopo pranzo per lei – io che mi sono portato affettato, formaggi, banane, un avanzo di piadina alla nutella, mannaggia a me, mi sono dimenticato il pane – si parte per gli ultimi trecento metri di dislivello.
E quassù, Olivia mi ha di nuovo stupito; per noi bipedi senzienti – non sempre – è normale puntare alla vetta, ma lei? Cosa la guidava verso l’obelisco? L’odore delle altre persone? L’istinto? E la sensazione che trasmetteva era anche dei rinnovata energia e di: “facciamo l’ultimo sforzo che ci ripagherà dopo tanta fatica.”






Queste immagini rendono ancora di più quanto la nuvolaglia e i suoi giochi d’ombra arricchiscano i contrasti.








Eh sì, sono vanitosa…
Cosa si sentiva? Solo quel poco di vento sul microfono del telefono. In particolare in quel momento eravamo rimasti soli.
E forse era il momento di riposarsi, entrambi sazi, dopo un pranzo “al sacco” che in un luogo simile assume un significato ancora più godereccio. Tagliare il formaggio con l’Opinel, bersi una birra (solo io), e sostare il più a lungo possibile, non tanto in contemplazione visiva – anche, per carità – ma soprattutto in equilibrio su un margine, un taglio sottilissimo, dal quale qualsiasi deviazione avrebbe rotto una perfezione. Sì, perché è stato uno di quei rari momenti perfetti, in cui si è consapevoli di essere entrati in connessione con qualcosa a cui non siamo avvezzi.
Ovvio: se ci fosse stata la ressa, l’emozione non sarebbe stata la stessa, ma lassù dubito che la si trovi mai. Senza impianti di risalita che ti ci portano comodamente non potrà diventare un luogo di assembramento. E per fortuna anche: i parchi avventura, le spiaggette sul fiume, “i bike rental assistiti” (sembra che nessuno sia più in grado di pedalare da solo, neppure in piano), tengono lontano il turismo da riviera.
Come avevo già scritto nel mio primo romanzo,
“Senza passato”, https://www.libreriauniversitaria.it/senza-passato-fiesoli-alessandro-porto/libro/9788855469098
la caratteristica delle Dolomiti è che non sviluppandosi su un unico criminale, ma sembrando quasi come le “amarene su di una torta”, da un punto di vista centrale, baricentrica puoi vedere qualsiasi cosa. La vista era poi talmente limpida che si distinguevano facilmente le Alpi della zona del Bernina, al confine con la Svizzera, e quelle austriache, fino al Grossglockner.













E pur a malincuore abbiamo dovuto iniziare la discesa, con lo spettro del male alle ginocchia. Spesso, in passato, quando il percorso lo permetteva, mi sono trovato a camminare all’indietro, per non caricare sulle ginocchia. Ma stavolta con Olivia non sarebbe stato possibile.
Ma in realtà, tenere costantemente in trattenuta i quadricipiti femorali, a causa del naturale tirare della mia cagnolona – se mi ha aiutato in salita, ce n’è da pagare lo scotto in discesa – mi ha permesso di sollecitare meno il ginocchio, benché una certa pendenza costante, mi abbia impedito di rilassare la muscolatura. In effetti non ho avvertito dolore se non poco prima del fondovalle.
Oppure saranno state le grappe e il Caffè Parampampoli bevute alla “Baita …….”? (omissis per mantenerne la riservatezza).
L’incontro “alcolico”
Eh sì, mentre ripassiamo di fronte a una delle numerose malghe o baite sparse sul sentiero, molte anche occupate, dai relativi proprietari, dopo il mio disinteressato “buonasera” – classico dei percorsi di trekking: salutare chiunque! – mi sento chiedere da un signore:
«Ehi, ma tu sei uno simpatico?»
«Insomma… io non molto, ma il mio cane, se non abbaia, sì… »
«Allora vieni a prendere una grappa.»
Ho fatto un po’ finta di tirarmela:
«Ma poi la grappa la risudo tutta!»
In realtà avevo già deciso di intrattenermi con quelle persone, uomini e donne, poco più grandi di me, che avevano invitato un perfetto sconosciuto a bere con loro. Cosa ci può essere di più magico mentre si percorre un sentiero dolomitico?
Residenti della Val di Fassa, ognuno con suo proprio mestiere, ospiti della coppia proprietaria della malga – ereditata e rimessa a posto con gusto e finezza – hanno trascorso una domenica preziosa, seduti sulle panche, bicchieri e bottiglie sul tavolone, nel più autentico spirito dell’amicizia e della convivialità.
Di recente ho letto che quando si viaggia si dovrebbe avere il coraggio di attaccare bottone con le persone del luogo, sconosciuti, in contesti inconsueti. Chi mi conosce sa che non mi tiro mai indietro rispetto a questo.
Ma loro mi hanno anticipato. Non svelerò i loro nomi, ma non smetterò mai di ringraziarli per il regalo che mi hanno fatto.
Apparentemente, caratteri diversi, chi più estroso, chi più introverso, ma fra di sé, lealmente in sintonia. E verso di me? Beh, non mi sono mai sentito in imbarazzo: sembrava ci conoscessimo da sempre. Forse perché da tempo frequento la loro terra?
Quei due bicchieri di grappa, gustati mentre ci raccontavamo vicendevolmente, mi hanno trasmesso lo spirito autentico del Popolo Ladino, e ho compreso perché sono venti anni che frequento questi luoghi.
Niente politica: solo tradizione, identità ed esperienze.
Anche Olivia aveva compreso la magia del momento e non ha “matteggiato” come al solito fa in compagnia di sconosciuti.
Non ci siamo fatti foto, non ci siamo scambiati numeri di telefono: ho soltanto detto loro che già avevo intenzione di raccontare sul mio blog dell’escursione alla Cima Undici, e avrei parlato anche di questo incontro.
Marco, nome di fantasia, mi ha stuzzicato sul fatto di scrivere di questi luoghi, visto che millanto di scrivere romanzi.
“Marco: il mio primo romanzo, “Senza passato” racconta soprattutto una serie di suggestioni legate ai viaggi in moto che facevo qui nei primi anni 2000, con citazioni sulla Prima Guerra Mondiale.”
“E il suo seguito, che si dovrebbe chiamare “Reset”, è quasi interamente ambientato quassù. Poi, in ogni caso, anche
“Parete Est” https://www.libreriauniversitaria.it/parete-est-fiesoli-alessandro-gfe/libro/9791281164086
collocato sotto il Monte Rosa, giallo e complotto finanziario, una specie di Spy-story e l’ultimo
“Entreves” https://www.libreriauniversitaria.it/entreves-fiesoli-alessandro-gfe/libro/9791281164666
storia di una vita di strappi violenti all’ombra del Monte Bianco, sono comunque significativi di quanto amo la montagna.”
Tratto da uno dei primi capitoli di “Senza Passato”:
“Ancora una volta la Storia mi sorprese. Su quelle creste era passata con violenza. Quel silenzio che oggi rimbomba addolcito dalla retorica, allora, non fu affatto un gioco. La morte, quelle morti, quella sciagurata distruzione furono un affare serio.
La Marmolada non è un brusio in lontananza, è un fragore di cannone, di un’eco infinita che ti fa impazzire se ti metti davvero a pensare cosa ha significato.
Mi fermavo ad ammirare quelle che nell’immediato mi sembravano cartoline, ma invece mi raccontavano le tragedie che attraversarono con violenza quei due mondi. Più a est, infatti, il passo Falzarego e il Giau non dividevano soltanto due valli: vi era passato il confine tra il Regno Italiano e l’Impero Austroungarico.
Davanti a me si stagliavano tutte le più belle cime delle Dolomiti. Adesso ci appaiono come un paradiso, un luogo unico al mondo ed è impossibile pensarle come il campo di battaglia che invece, furono allora.”
E mi piace pensare che l’incontro con queste persone non sia stato affatto casuale. Siamo ciò che pensiamo: riceviamo ciò che inviamo all’universo. La mia giornata era sintonizzata su frequenze talmente emozionanti, talmente elevate, così lontane dalle consuete quotidianità, che l’universo mi ha rimandato indietro un disinteressato gesto di vicinanza, esattamente da parte di sconosciuti verso cui spesso dico di non aver fiducia.
Purtroppo non è così facile generare pensieri positivi e sintonizzarsi su frequenze così emozionanti. Affinché avvenga in modo così naturale, c’è bisogno di contesti al di fuori del normale. Poi, per carità chi sa meditare, che dispone il pieno controllo della propria mente, magari ci riesce molto più spesso di me.
Io ho bisogno di un certo tipo di natura. E Quassù, distaccandosi dal fondovalle, riesco sempre a trovarla.