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Sabbia d’Oro
Quarta parte
Questo è il titolo di un racconto che verrà pubblicato in distinti capitoli. Nasce a seguito di una “commissione narrativa” che ho affidato alla mia amica Simona Casini. Il racconto non è mio: lo ha scritto lei. Lei è la sola autrice di questa storia. Avevo bisogno di caratterizzare e creare la storia del personaggio di Sonia, che compare alla fine di un romanzo che sto terminando e che fra qualche tempo vedrà la luce.
Segue le precedenti pubblicazioni:
Ladispoli 2015
https://alessandrofiesoli.it/2025/05/18/sabbia-doro/
domenica 19 maggio
Legami o Légami
https://alessandrofiesoli.it/2025/05/29/sabbiadoro-2/
giovedì 29 maggio
Resa dei conti
https://alessandrofiesoli.it/2025/06/15/sabbiadoro-3/
domenica 15 giugno
Post-it
di Simona Casini
Sonia accompagnava spesso Bernardo quando lui si esibiva in qualche locale la sera: amava la sua musica, le metteva allegria e la distraeva da giornate faticose e, a volte, anche impietose. Le autopsie erano un linguaggio, spesso dei più crudi.
Inoltre era un modo per condividere le reciproche passioni e passare un po’ di tempo insieme. I ritmi erano diversi: lei lavorava di giorno, lui la sera. Ma facevano di tutto per dedicarsi il tempo di un buon calice di vino italiano o la pianificazione di un viaggio o un film in lingua originale per affinare l’inglese.
Quella sera Sonia rimase a casa. Le stava venendo un po’ di influenza e voleva rileggere alcuni appunti per un caso complicato che seguiva.
Bernardo la baciò sulla fronte, la guardò e le disse:
«Lo sai che ti amo, vero?»
Lei sorrise, senza rispondere. Pensò che non fosse necessario farlo.
Bernardo si assicurò che Sonia avesse una coperta vicino, prese la sua chitarra e uscì.
Lei pensò che in questi anni lui fosse molto cambiato: non aveva perso l’ironia e la leggerezza che l’aveva fatta innamorare, ma era diventato protettivo verso di lei. Si chiedeva se il senso di sicurezza che lui le dava, fosse lo stesso di un padre amorevole verso la propria figlia.
Sapeva benissimo che Bernardo non era il fidanzato perfetto e che forse, col tempo, quello che le profetizzava la madre si sarebbe anche potuto verificare.
Ma sapeva che lui le voleva bene o, perlomeno, percepiva la sua riconoscenza per il supporto economico e morale che lei gli stava dando. Per il momento questo le bastava. Suo padre aveva fatto ancora meno per lei e sua madre, pensò.
Ma erano pensieri che le facevano perdere energia e si mise a rileggere alcune perizie: doveva essere preparata per la riunione del giorno dopo, avrebbe dovuto discutere questo caso con un team di esperti londinesi e non voleva fare una brutta figura coi colleghi della “City”.
Le venne fame: si fece un panino con quello che aveva ed andò in camera a cercare un analgesico.
Aprì il comodino di Bernardo, pensando che fosse lì, come tutti gli altri medicinali. Cercò un po’ frettolosamente e non lo trovò. Era in casa di sicuro. Guardò anche nel mobiletto del bagno. Niente.
Aprì l‘armadio. C’erano maglioni e jeans di Bernardo buttati alla rinfusa: era disordinato. Glielo rimproverava sempre. Sistemando le sue cose, scorse in un angolino, una scatola bianca.
Allungò la mano, nella piena convinzione che contenesse denaro: magari quello che guadagnava durante le serate e che teneva per le emergenze. Non parlavamo mai di queste soldi.
Sonia pagava l’affitto, accollandosi tutte le spese di casa. Non le pesava farlo. Guadagnava bene, quasi il triplo dei colleghi italiani.
Aveva pochi vizi: non seguiva le mode e non si truccava quasi mai. Impiegava i suoi soldi solo per viaggiare. Appena potevano salivano su un aereo. Bernardo le aveva trasmesso questa passione. Voleva farle conoscere tutti i luoghi a lui più cari, quelli che lo avevano emozionato quando li aveva scoperti in gioventù.
In tre anni avevano girato le mete più ambite: Isole Filippine comprese, dove si fecero sposare da un improbabile sacerdote in una minuscola isola con due tartarughe marine come testimoni.
Il ricordo di quella vacanza la emozionava sempre. In quegli istanti percepiva la vicinanza di Bernardo e l’amore che li legava.
S’intristì: le dispiacque di non essere andata con lui quella sera. “Un’occasione persa”, pensò. Ma non poteva sapere che a causa di quella rinuncia la sua vita sarebbe cambiata per sempre.
Appoggiò quella scatolina, senza aprirla, sul comò vicino a se’ perché nel frattempo aveva trovato le pastiglie di analgesico. Ne prese una e si addormentò con il pensiero rivolto a Bernardo.
Rientrò a notte fonda. Lo senti’ a malapena, quel tanto che bastò a darle la certezza che fosse tornato.
Il giorno seguente Sonia si alzò, si fece una doccia calda e prese un caffè al volo, verificando di avere tutto il materiale per la riunione. Prima di uscire tornò in camera, si chinò sulla fronte del compagno e gli dette un bacio, sfiorandolo delicatamente per non svegliarlo.
Mentre scendeva le scale, le vennero in mente le parole che le aveva sussurrato prima di uscire la sera prima. Rientrò velocemente in casa, prese una penna e, su un post it, scrisse: “Lo so”.
Poi attaccò il foglietto giallo sopra la scatolina bianca posandola sul suo cuscino del letto. Al suo risveglio, pensò: Bernardo lo avrebbe visto subito.
Verso le diciotto Sonia rientrò a casa, sperando di incontrarlo. Realizzò che non aveva avuto nemmeno cinque minuti per telefonargli durante la giornata.
Lui non c’era. E nemmeno la sua chitarra.
Non era la prima volta che succedeva: Sonia non si preoccupò. Pensò che avesse ricevuto una chiamata per organizzare una serata e che per non disturbarla a lavoro non l’avesse avvisata.
“Strano”, pensò e gli scrisse:
“Dove sei? Tutto ok? Mi manchi.”
Attese per circa un’ora la risposta ma non ricevette alcun messaggio e ne scrisse un altro:
“Ti aspetto per cena o mangi fuori? Se non sei troppo lontano ti raggiungo?
Vide la doppia spunta blu, ma lui non le rispose.
Cercò di non si preoccuparsi più di tanto: sarà a lavoro, pensò. Ma qualcosa le risuonava fuori tono.
Esausta per tutta la giornata, decise di aspettarlo a letto. Andò in camera e vide per terra la scatolina bianca.
Si ricordò della mattina e solo allora si meravigliò che lui non le avesse scritto niente. Tuttavia era certa del fatto che avesse letto il post it perché ritrovò il foglietto leggermente accartocciato.
Restò per un attimo interdetta. Poi raccolse il biglietto, ripose la scatola nell’armadio e si addormentò con il cellulare vicino.
Verso le due si svegliò di soprassalto: Bernardo non era ancora rientrato e soprattutto non aveva risposto ai suoi messaggi. Iniziò a preoccuparsi. Non era da lui non mandare neppure una faccina. Provò a chiamarlo. Il cellulare era spento.
Non sapeva che fare. Bernardo poteva essere ovunque. Si impose di non farsi prendere dal panico. Ma fu difficile non cadere in brutti pensieri.
Dopo una mezzora, decisa a fare qualcosa di concreto, chiamò la Polizia. La conoscevano, le avrebbero dato qualche valido suggerimento, pensò. Rispose un agente che, molto lucido e collaborativo, riuscì a calmarla un po’.
Seguì il suo consiglio, restò a casa nella speranza di vederlo rientrare di lì a breve. Magari aveva bevuto un po’ e aspettava di smaltire l‘alcool prima di rincasare.
Sonia non voleva che Bernardo esagerasse con gli alcolici, ma lui si giustificava sempre dicendole che la birra era il carburante del musicista.
Dopo quasi un’ora chiamò anche Zoe, sperando che le rispondesse: aveva bisogno di qualcuno. Anche l‘amica cercò di tranquillizzarla, ma Sonia era in stato di forte ansia.
Pensò a dove potesse essere e con chi. Bernardo non aveva contatti con molte persone in quella città.
Se anche si fosse intrattenuto con qualcuno conosciuto durante la serata, l‘avrebbe certamente avvisata.
Chiese quindi all’amica di accompagnarla a cercarlo. Doveva fare qualcosa. Chiamarono un taxi perché Sonia non era nelle condizioni di poter guidare. Girarono tutti i locali in cui si ricordava che Bernardo avesse suonato, ma nessuno l’aveva visto.
Passarono anche dall’ospedale: nessun Ferrari risultava essere andato lì. Sembrava sparito nel nulla.
Continuava a chiamarlo, ma quel cellulare era sempre spento. In un gesto di rabbia, sbatte’ il telefono contro lo sportello del taxi. Non tollerava di sentirsi impotente. Il solo pensiero di non avere la situazione sotto controllo la faceva impazzire. Sali’ in macchina e iniziò a piangere disperata.
Mentre l’amica la teneva stretta per cercare di placare i suoi singhiozzi, non smetteva di chiedersi perché le stesse succedendo questo e che cosa le fosse sfuggito.
Aveva sottovalutato alcuni segnali? Si faceva tutte queste domande, senza trovare risposta. Chiese a Zoe se nell’ultimo periodo avesse notato qualcosa di strano in lui. Nemmeno lei riuscì a darle un indizio, a fornirle una spiegazione plausibile.
Era quasi l‘alba e Sonia era stremata. Aveva pianto tutta la notte: la peggiore della sua vita; nemmeno quando era andato via suo padre, era stata così male.
L’amica la lasciò a casa per andare a lavoro. Sonia invece avvisò l’ateneo e Kim che, quel giorno, sarebbe rimasta a casa.
Mise in carica la batteria del cellulare ed aumentò al massimo il volume della suoneria.
Sfinita, si addormentò sul divano sul quale passò quasi due ore.
Appena riaprì gli occhi, gonfi e arrossati, si alzò di scatto e andò in bagno a sciacquarsi la faccia. Voleva cancellare i segni della nottata appena trascorsa.
Poi si riscaldò il caffè avanzato dal giorno prima e mise a soqquadro l’appartamento nella convinzione di trovare un segnale, una pista. Non trovò nulla.
I vestiti di lui erano nell’armadio, incasinati come sempre. In bagno aveva tutte le sue cose e lo spazzolino era nel bicchiere: di lui non mancava nulla. Anche le valigie erano lì. Frugò nervosamente in tutti i cassetti: era tutto a posto.
No. Non poteva pensare che se ne fosse andato all’improvviso. Troppo da stronzo, anche per uno come lui. Che motivo avrebbe avuto, poi? Inoltre, l’idea che sua madre potesse aver avuto ragione era insopportabile.
Ma, razionalmente, era convinta che dovesse essere ancora a Liverpool. Tutte le sue cose erano a casa.
Provò a chiamare di nuovo l’ospedale e la Polizia: nessun segnale. Oltretutto stava piovendo ininterrottamente dal giorno prima.
Sonia restò a casa una settimana: sette interminabili giorni, durante i quali si lascio’ andare. Non mangiava quasi più, nonostante Zoe le portasse ogni giorno cibo e bevande per tenerla in forza.
Aveva chiesto all’amica solo sigarette. Non aveva mai fumato prima. Le bruciavano lo stomaco, ma non gliene importava niente. Voleva stare rinchiusa nel suo dolore. Non uno studio, non un libro o un programma televisivo. Sempre in pigiama, spettinata, deperita, sembrava più vecchia di anni.
Aveva soltanto imparato a memoria le chat che si era scambiata con lui negli ultimi mesi per provare a trovare qualche indizio.
Non era più solo il vuoto, bensì la rabbia, il rancore e un crollo totale della propria autostima. Come aveva fatto a non accorgersi di nulla? Maledisse il lavoro che quella sera l’aveva tenuta lontana da lui.
Afferrò alcuni libri universitari su cui aveva studiato di recente e li scaraventò in terra con cattiveria.
Non rispondeva a nessun messaggio o chiamata che fosse la madre, Kim, amici o colleghi.
Era il dolore, la delusione a ogni notifica nello scoprire che non era Bernardo.
Giocava a ridicole lotterie con la sorte, scommettendo che se riusciva a trattenere il respiro per almeno due minuti, o se fosse rimasta sotto il getto dell’acqua fredda per tutta la durata della sua doccia, Bernardo avrebbe chiamato.
Inconsciamente si auto-puniva, e si malediceva perché comprendeva che non aveva nessun senso quel che stava facendo.
Ma era la disperazione che la muoveva: aveva persino pensato di rivolgersi ad una chiromante. La sua parte razionale la fece desistere.
La domenica successiva andò addirittura in chiesa a pregare. Non lo faceva da anni. Fu tutto inutile.
Con il sostegno di Zoe, dovette rassegnarsi a riprendere in mano la propria vita: tornò a lavoro. Ma non volle più rientrare nel pub: Kim capì la situazione e accettò la scelta di Sonia. Probabilmente non l’avrebbe più rivista.
Erano passati quasi cinque mesi da quella notte infernale. Sonia aveva anche recuperato un po’ di forza fisica, cercava di darsi un contegno e una minima cura di sé. Ma era ben lontana dalla Sonia che aveva fatto voltare più di un uomo.
Zoe ogni tanto si fermava a dormire da lei per darle conforto e farle compagnia.
Una sera uno dei tanti numeri sconosciuti attirò la sua attenzione e rispose alla prima, diversamente dal solito.
«Dottoressa Branchetti?»
«Sì, sono io, con chi parlo?»
«Sono il Detective Draper, della Scientifica. Mi hanno dato il suo nome per un’autopsia. È disponibile?.»
Sonia era abituata a riceve questo tipo di richieste. Ma quella volta fece una domanda che non aveva mai posto:
«Di cosa si tratta, chi è?»
«Un uomo. Sulla quarantina. Il corpo è ridotto male. Crediamo sia morto da diversi giorni, probabilmente a seguito di un’overdose. L‘ha trovato una coppia di turisti che si erano persi a Kirkdale.»
«Non è un quartiere per turisti, quello.» ribatté lei.
«No, infatti erano spaventati. Allora Dottoressa, se mi conferma la sua presenza, la aspettiamo domattina, stanza 12.»
Sonia non riattaccò e si fece coraggio. «Sapete anche il nome del deceduto?» chiese.
«Purtroppo i documenti che aveva con se sono piuttosto rovinati… evidentemente il corpo è stato per tanto tempo all’aperto. Però, da quel poco che siamo riusciti a capire, dovrebbe essere un italiano. I colleghi che sono intervenuti sul posto hanno riferito di aver trovato vicino a lui una chitarra, se non ricordo male, di colore blu.
Sonia si lasciò cadere a terra.
«Dottoressa mi sente? È ancora lì?»
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Sabbia D’oro
Terza parte
Questo è il titolo di un racconto che verrà pubblicato in distinti capitoli. Nasce a seguito di una “commissione narrativa” che ho affidato alla mia amica Simona Casini. Il racconto non è mio: lo ha scritto lei. Lei è la sola autrice di questa storia. Avevo bisogno di caratterizzare e creare la storia del personaggio di Sonia, che compare alla fine di un romanzo che sto terminando e che fra qualche tempo vedrà la luce.
Segue le precedenti pubblicazioni:
Ladispoli 2015
https://alessandrofiesoli.it/2025/05/18/sabbia-doro/
domenica 19 maggio
Legami o Légami
https://alessandrofiesoli.it/2025/05/29/sabbiadoro-2/
giovedì 29 maggio
Resa dei conti
di Simona Casini

Passarono due anni da quell’incontro.
A conclusione del master, Sonia era diventata una patologa, con specializzazione in ambito forense. Lavorava come ricercatrice all’università di Liverpool. Inoltre, quando le veniva richiesto, forniva consulenza e supporto tecnico nelle indagini penali della Polizia.
Bernardo racimolava qualche soldo esibendosi come chitarrista solista nei locali, ma viveva grazie al sostentamento familiare che arrivava dall’Italia. Si era trasferito da Sonia, poco dopo il loro incontro al pub.
Erano innamorati e apparentemente appagati.
Sonia sapeva che la recuperata normalità nel rapporto con la madre era stata spazzata via da questa sua relazione. Ma aveva scelto di essere felice. O, perlomeno, di provarci.
Per tale motivo, cercava di non parlare di Bernardo durante le sporadiche telefonate con la madre; raramente riusciva a concludere una conversazione, senza ricevere la solita lezione di vita.
«Mi ricorda troppo tuo padre.»
«Non mi interessa mamma…la verità è che tu approvi solo persone come me, di un certo rango, laureate, …colte.»
Sonia non mascherò il tono di voce con cui fece pesare alla madre l’ultima parola.
«Poi sorvoliamo sul concetto di essere colti… come se possedere quel foglio di carta ci rendesse persone migliori. Tu sottovaluti l’educazione, il carattere, la sensibilità, la bontà d’animo di una persona. Per te vale solo lo “status”. Anche quando andavo a scuola controllavi le mie frequentazioni!»
«Certo, perché? Che male c’è a volere che la propria figlia abbia il meglio dalla vita? Hai studiato, ti sei impegnata ed hai cercato la tua realizzazione professionale. E sei solo all’inizio della tua carriera. Non ti devi accontentare, devi puntare in alto. È così difficile per te capire che odio vederti sprecare tempo con un parassita, uno che sbarca il lunario?»
«Non sono ferma, mamma. Sto lavorando. Non mi sembra di essermi adagiata da quando ho terminato gli studi a Roma. E poi secondo te è un parassita. Per me non lo è. Ti ricordo che appartiene alla famiglia Ferrari: vorrà pur dire qualcosa? Suo padre avrebbe potuto smettere di lavorare già da anni e godersi i frutti di un duro lavoro. Invece continua ancora ad aprire la gelateria con l’entusiasmo e la voglia del primo giorno. Ma ha permesso a Bernardo di seguire le sue aspirazioni.»
«Infatti non riesco a capire uno come Vito che si fa prendere in giro dal figlio. Come tu vorresti fare con me.»
«Io non prendo in giro nessuno. Vorrei soltanto farti capire che si può permettere alle persone di dar voce alle proprie passioni. Soprattutto se la propria condizione lo permette.»
«No! Ti sbagli, è Vito che non riesce a vedere che Bernardo è un parassita.»
«Secondo te è un parassita. Per me non lo è.»
«E allora cosa sarebbe uno che ti fa pagare l’affitto?»
«Fai e pensa quello che vuoi. Lo hai sempre fatto. Fin da quando ero piccola. Ma adesso abitiamo a migliaia di chilometri di distanza, e non puoi pensare di controllarmi come quando avevo 15 anni. Decido io chi frequentare e chi no. Fattene una ragione.»

Sonia sapeva bene che sua madre era una guerriera: non avrebbe mollato così. Non lo aveva mai fatto.
Era abituata a queste conversazioni: le sosteneva da tempo, subendo gli affondi della madre. A volte arrivava anche a giustificarla: per la sua condizione di madre sola, che lavorava tutti i giorni senza sosta, non ritagliandosi alcun momento di svago.
Ma non tutto poteva essere giustificato. Le due donne alternavano momenti di tregua a momenti di pesanti scontri.
Un giorno Daria, a seguito dell’ennesima discussione telefonica, si presentò a casa loro, a Liverpool, senza preavviso, per costringere la figlia a buttare fuori casa Bernardo.
Questo evento turbò Sonia più del previsto. Pensò al rischio di poter perdere Bernardo per colpa di sua madre. Non voleva che la rabbia e la paura le facessero perdere lucidità.
Sapeva che il fidanzato era molto sensibile all’argomento, provenendo da una famiglia con un’impostazione educativa opposta a quella da lei ricevuta: le ripeteva spesso che non riusciva a capire come una madre potesse essere così intransigente e rigida verso una figlia. Sonia temeva inoltre che lui potesse stancarsi di tutta la situazione e non riuscisse a tollerare, ancora per molto, un carico così gravoso.
Quelle litigate erano una forma di violenza e non voleva che Bernardo vi assistesse o ne vedesse in lei il conseguente logorio. Avrebbe dovuto salvaguardare se stessa dalle continue ingerenze di una madre, a tratti prepotente e cinica.
Decise di prendere le distanze da lei. Non solo fisicamente. E voleva dare un chiaro segnale di questa sua nuova consapevolezza.
E così, in risposta all’ennesimo assalto della madre, Sonia la bloccò: «Adesso basta. Riprendi la tua borsa e vattene. Non intendo tollerare oltre.»
Daria si zittì; non si aspettava la rinnovata autorevolezza della figlia. E poi riprese: «Cosa stai dicendo, Sonia? Mi butti fuori di casa? Io sono tua madre.»
«Lo so chi sei. Ma un legame di sangue non ti dà il diritto a trattarmi così.»
«Ti pentirai di questa scelta, Sonia…»
La interruppe. «E allora me ne assumerò le responsabilità, ma tu impara ad accettare le mie decisioni.»
«Ma come faccio, Sonia? Stai rallentando la tua carriera per uno che nemmeno conosci! Guarda che ore sono, è sempre a letto che dorme. La gente normale lavora a quest’ora!»
«La gente normale? Chi è per te normale? Chi vive secondo il tuo modello?»
«Non è questione di modelli. Tu non mi vuoi mai ascoltare. E quando te ne renderai conto, sarà troppo tardi! Stai buttando a rotoli la tua vita e io non posso fare finta che vada bene così!»
«Io non sto buttando via niente.»
«Invece sì, e quando anche tu avrai dei figli, capirai cosa intendo.»
«Ecco, quando ne avrò, dirò loro di non compiere tutti gli sbagli che hai fatto tu. Anzi, se proprio lo vuoi sapere…»
«Cosa?»
Sonia rimase in silenzio due lunghissimi secondi e poi affondò il coltello.
«Tu parli così perché vuoi scaricare su di me i tuoi sensi di colpa per aver fatto delle scelte di vita di cui ti stai pentendo e per cui ti senti frustrata. E adesso te ne stai rendendo conto perché io sono il tuo specchio. Ma non è colpa mia se ti sei intrappolata in una carriera riservata agli uomini…»
«Sonia, smettila adesso! Stai zitta!»
«No, invece parlo. Non è una mia responsabilità se non hai amicizie e soprattutto se non hai un uomo accanto perché hai sempre detto che fosse una perdita di tempo. L’unica che ha buttato a rotoli la vita sei proprio tu, Daria.»
Dallo sguardo di Daria, Sonia capì che stavolta aveva ferito la madre nel profondo.
Vide calarle un’ombra sul viso stanco e tirato a causa dell’acceso confronto. Ebbe la sensazione che la guerriera, insita nel suo animo, avesse, magari momentaneamente, deposto le armi.
Una parte di lei avrebbe voluto chiederle scusa, ma il limite era stato superato: era troppo arrabbiata in quel momento.
Quelle furono le ultime parole che si scambiarono.
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Sabbia D’oro.
Seconda parte.
Questo è il titolo di un racconto che verrà pubblicato in distinti capitoli. Nasce a seguito di una “commissione narrativa” che ho affidato alla mia amica Simona Casini. Il racconto non è mio: lo ha scritto lei. Lei è la sola autrice di questa storia. Avevo bisogno di caratterizzare e creare la storia del personaggio di Sonia, che compare alla fine di un romanzo che sto terminando e che fra qualche tempo vedrà la luce.
Segue la precedente pubblicazione – Ladispoli 2015 – https://alessandrofiesoli.it/2025/05/18/sabbia-doro/ di domenica 19 maggio.
Legami o Légami!di Simona Casini

A Sonia mancava un solo esame alla discussione della tesi: diritto processuale penale. L’aveva lasciato per ultimo. Era quello a cui la madre teneva di più: la figlia di un PM avrebbe dovuto superarlo con lode.
Prese un faticoso 21. Il karma. Si laureò comunque a pieni voti. Discusse la tesi in diritto del lavoro, un tema spinoso che rese la madre orgogliosa di lei. Non le era accaduto spesso.
Rassegnata a mettere da parte ormai la sua vena creativa, crescendo, provava una certa curiosità e un certo interesse per la patologia forense.
Decisa ad approfondire questa branca della medicina legale, iniziò a raccogliere un po’ di informazioni su master o percorsi professionali indirizzati a quel settore. Avrebbe preferito farlo in Europa. Magari Parigi o Londra. Oltre a studiare, si sarebbe trovata un lavoro serale per socializzare un po’ ed affinare l‘inglese.
Avrebbe anche potuto restare all’estero, se ci fossero state le condizioni. Durante le lezioni universitarie di diritto pubblico a Roma, aveva conosciuto Zoe. Di origini greche, la sua famiglia aveva voluto che Zoe frequentasse una scuola italiana. Il padre era un piccolo armatore di Atene e la madre era di Liverpool.
Lei e Sonia erano state compagne di banco. Zoe aveva due anni più di Sonia e finita l’università, era rientrata a Liverpool: fu grazie a lei che Sonia trovò un appartamento ad un prezzo abbordabile e un lavoro in un pub non lontano da casa che le permetteva di togliersi qualche piccolo sfizio, integrando quanto le mandava Daria dall’Italia.

Daria aveva accettato di buon grado che la figlia facesse questo tipo di esperienza.
Sonia aveva poco tempo per socializzare, ma dopo nove mesi si stava ambientando.
Una sera il titolare del pub, Kim, le chiese di arrivare un’ora prima del solito. Si sarebbe esibita una piccola band di Italiani e c’era da organizzare la logistica. Anche Zoe sarebbe passata, e avrebbero trascorso la serata insieme, dopo il servizio. La loro amicizia si era consolidata molto negli ultimi mesi. Zoe era quasi una sorella per lei, un punto dì riferimento che compensava il carattere spigoloso di Daria.
Anche Kim si era affezionato a Sonia. In un modo diverso. Lei aveva capito che l‘uomo sperava di essere un po’ di più del suo capo. Gli era molto riconoscente perché era stato il primo a darle un lavoro appena arrivata a Liverpool e, pur conscia che gli inglesi non spiccassero per simpatia e socialità, era riuscita a creare un rapporto in cui si sentiva a suo agio.
Stava bene così: non voleva altre distrazioni, era concentrata su se stessa. “Il miglior investimento”, era il “mantra” della madre. Da quando viveva lì, Daria andava a trovarla di rado e, proprio grazie alla distanza, i loro rapporti erano sempre meno tesi.
Arrivata al pub, si cambiò velocemente e si mise a lavare i piatti sporchi lasciati dal pranzo.
«Sonia, appena fatto, vieni di qua che iniziamo a sistemare i tavoli. Stasera ci sarà confusione.»
All’improvviso, dalla cucina, udì alcune voci all’ingresso. Riconobbe subito la provenienza, non meravigliandosene: gli Italiani andavano spesso lì a bere birra, e in questo caso, attirati dalla band di concittadini.
Dopo poco, mentre stava rientrando nella sala principale con due bicchieri in mano, un profumo entrò violentemente nelle sue narici. Ebbe un sussulto. Quell’odore le era familiare. L’aveva sentito prima, e si voltò.
Le caddero di mano le due pinte: non poteva crederci. Rimase immobile davanti al casino che aveva combinato: nemmeno il primo giorno di lavoro era stata così maldestra. Ma non guardava per terra.
Bernardo. Sì, era proprio lui. Era lì. A pochi metri da lei. Poche volte i suoi battiti avevano accelerato così.
Non lo vedeva e non aveva sue notizie da quella domenica mattina al forno di Mario, a Ladispoli. Gli impegni universitari le avevano fatto perdere le sue tracce.
Era sempre uguale: bello, solare e sfrontato, esattamente come sei anni prima.
Le si avvicinò Zoe che nel frattempo era arrivata al locale: «Tutto a posto? Che è successo?»
«Zoe, più tardi ti devo raccontare una cosa incredibile!»
Il calore e l‘energia sprigionata dalla band surriscaldarono l’ambiente e due ore passarono in un attimo.
Durante la loro esibizione, Sonia spiava dal corridoio le mosse di Bernardo. Non sapeva se andarlo a salutare. Magari nemmeno si ricordava di lei. Chissà quante ragazze avrà conosciuto in questi anni. E a quante avrà spezzato il cuore, pensava. Ma le dispiaceva perdere l’occasione di salutarlo. Forse, non lo avrebbe piu rivisto, pensava.

Finito lo spettacolo, non passarono due minuti prima che Sonia si sentisse dire: «Ragazzina, che fai? Non vieni a salutarmi? Non ti ricordi più di me?»
Sonia si voltò di scatto: quelle parole liberarono e sciolsero la compressione delle due ore precedenti passate a pensare solo a quello. Era emozionata, sì, ma non arrossì, come tanti anni prima al mare.
Bernardo si fece più serio e continuò: «Allora! Mi lasci andare via così?»
Gli sorrise.
No, questa volta non sarebbe successo come allora.
E tutto doveva ancora accadere.
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Sabbia d’oro
di Simona Casini

Questo è il titolo di un racconto che verrà pubblicato in distinti capitoli. Nasce a seguito di una “commissione narrativa” che ho affidato alla mia amica Simona Casini. Il racconto non è mio: lo ha scritto lei. Lei è la sola autrice di questa storia.
Avevo bisogno di caratterizzare e creare la storia del personaggio di Sonia, che compare alla fine di un romanzo che sto terminando e che fra qualche tempo vedrà la luce.
Ho chiesto a Simona di pensarci: volevo fare questo esperimento, non tanto di un libro scritto a 4 mani, ma creare una collaborazione con un’amica di vecchia data, che portasse ad un intervento sostanziale, strutturato, che andasse al di là della singola “ispirazione casuale”.
Simona ha fatto di più. Non ha scritto soltanto un soggetto o un capitolo, bensì un vero e proprio racconto, dotato di vita propria, che potrebbe essere tranquillamente parte di una pubblicazione specifica o di una raccolta.
E allora l’ho convinta a lavorarci su, per farlo vivere una propria vita indipendente.
Se lo utilizzerò nel mio romanzo? Certo! Per ragioni di ritmo narrativo sarà sintetizzato, ma non scriverò una parola su cui lei non sia in accordo.
Sonia, per quanto l’abbia generata io, è stata dotata di vita propria da Simona. È un suo personaggio, e oggi, con il suo consenso – ovvio – pubblico la prima parte di questo racconto. Nelle settimane successive, il seguito.
Ladispoli, 2015


Sonia era il perfetto incrocio di madre e padre: risoluta, a volte un po’ cinica e razionale come la madre, ma pacata e spiritosa come il padre.
Venne alla luce quando nessuno dei due genitori era pronto ad avere figli: Daria si portava dentro ancora troppa rabbia, troppi demoni, mentre Fernando non aveva un progetto, alcuni giorni non si alzava nemmeno dal letto e la paura, il peso della responsabilità furono insostenibili per lui. Scappò quando Sonia era ancora una bambina.
Lei e la madre andarono a vivere in un appartamento in zona Lepanto, a Roma, in pieno centro vicino al Palazzo di Giustizia.
Daria cresceva una figlia da sola, con severità, poco incline all’accondiscendere e non dava spazio ai sentimentalismi o ai tentennamenti.
Fin dai primi anni di scuola, Sonia mostrava spiccate capacità creative e, mentre le sue compagne, non ancora adolescenti, trascorrevano i pomeriggi a truccarsi e a provarsi gli abiti delle madri, lei preferiva rifugiarsi in un piccolo negozio di hobbistica, vicino casa, nel quale veniva accolta dai due anziani proprietari quasi come una nipote. Poteva usare il laboratorio sul retro, così dava sfogo alla sua passione, facendo decoupage con oggetti appartenuti ai suoi nonni, decorazioni floreali di carta e dipingendo, con cura, vasetti di vetro o ceramica che si portava da casa.
Si sentiva molto più a suo agio in quella saletta, circondata da pennelli, colori e fogli di carta, di quando, tornata a casa, raccontava e faceva vedere i suoi progressi a Daria. Leggeva sempre nel volto della madre una scarsa attenzione a questa sua passione, perché sapeva che per lei il suo futuro avrebbe dovuto essere altro.
Sonia era ancora troppo piccola per prendere coscienza che la freddezza di Daria era frutto di quanto aveva sofferto e di quanta paura avesse al pensiero che la figlia subisse la sua stessa sorte. Sonia voleva bene alla madre, ma sempre più spesso affiorava il desiderio di conoscere anche le radici paterne.
Di lui sapeva soltanto che era scappato in Sudamerica, quando sua madre Giuseppina morì a causa di un ictus. In Argentina lui era nato da una relazione violenta, un vero e proprio stupro, che la nonna paterna di Sonia subì da un gerarca dell’entourage di Videla, dopo che il marito era stato incarcerato e scomparve insieme ad altre migliaia di vittime del regime.
La sua colpa fu quella di aver manifestato durante uno sciopero. L’essere Italiano di fede comunista, trasferito in Argentina per cercare lavoro dopo le promesse tradite del ’68, rappresentò la sua condanna a morte.
Innamorata del suo idealismo, Giuseppina lo seguì ciecamente, ma fu il suo peggior errore.
Quando lei riuscì a tornare in Italia, dopo aver disperso invano quei pochi risparmi nel tentativo di trovare tracce del marito, il figlio Fernando l’abbandonò a sé stessa.
Sonia non sapeva altro del padre e delle sue origini. E questa cosa lavorava sottotraccia.
L’estate della maturità fu per Sonia un periodo spensierato, nonostante le pressioni della madre per scegliere un percorso universitario che le desse sbocchi professionali “consoni”, come amava definirli Daria: Giurisprudenza, Economia e Commercio, Scienze Economiche e Bancarie.
A Ladispoli i nonni materni avevano una piccola casetta non lontano dal mare e Sonia trascorse lì quell’estate.
Fu in quel periodo che conobbe Bernardo.
Le serate nella piccola località del litorale laziale non offrivano molto ad una ragazza appena maggiorenne: un gelato e un giro per qualche negozio di souvenir.
Il bar gelateria “Sabbia d’Oro” era un locale storico. Col tempo era diventato il ritrovo abituale della Roma bene. Non era difficile incontrarci anche qualche personaggio famoso, attori, o salottieri.

Bernardo era il terzo e ultimo dei figli dei Ferrari. Conobbe soltanto il benessere: a differenza dei suoi fratelli, andava a lavoro in gelateria, soltanto se ne aveva voglia. Lui amava girare il mondo, così diceva. A 18 anni compiuti, aveva smesso di studiare. Il suo sogno era pellegrinare con accanto la sua chitarra: una Ovation Celebrity blu. Intanto quando stava a Ladispoli, si accontentava di esibirsi nel locale dei suoi.
Bernardo era bello. I delicati lineamenti del viso e un’aria da sognatore sempre sorridente contrastavano con la sfrontatezza caratteriale. E spesso capitava di sentirlo raccontare le sue avventure ai clienti della gelateria.
All‘epoca aveva 25 anni. Ad ascoltarlo, quella sera c’erano Sonia e le sue amiche del mare.
Se le altre erano rapite dalla parlantina facile di Bernardo, Sonia ne invidiava il coraggio che lo aveva portato per tre settimane da solo nelle Filippine, dormendo dentro un sacco a pelo, mangiando riso e soia. Sua madre sarebbe impazzita, pensava lei, solo all’idea.
«Tu sai dove si trovano le Filippine?»
Bernardo le si avvicinò, con l‘aria divertita di chi è solito a prendere in giro i propri interlocutori.
Sonia diventò rossa dalla vergogna, non aspettandosi di venir chiamata in causa. Rimase immobile a fissare i suoi occhi e balbettando, riuscì solo a dire: «Mh..non me lo ricordo benissimo in questo momento.»
Risero tutti. Anche Bernardo, che, compreso l’imbarazzo della ragazza, le sfiorò la guancia. Quel contatto la fece vibrare come non le era mai accaduto.
Era tardi. Sonia doveva rientrare a casa. Si avvicinò alla cassa per pagare il suo gelato, ma Bernardo intervenne: «No mamma, offro io il gelato a questa ragazza.»
Per qualche giorno le rimase impresso il profumo della sua pelle. Non era abituata ad un pensiero simile.
Una sera, mentre si avvicinava ad un incrocio, una frenata improvvisa la fece sobbalzare.
«Ehi, ma che cazzo fai? Guarda quando attraversi la strada! Per poco non ti prendevo in pieno!»
Sonia rimase interdetta: in quel momento realizzò di aver schivato per un pelo la ruota del motorino di Bernardo.
«Scusa.» Riuscì solo a dire questo.
«Scusa? La prossima volta guarda dove vai.»
«Ti ho chiesto scusa.»
A quel punto Bernardo abbozzò un mezzo sorriso e smorzò: «Ragazzina dai, spostati, ho fretta.»
Ripartì velocemente, lasciando Sonia immobile sul marciapiede, ancora scossa per l‘accaduto.
Rimuginò tutta la sera su quel che le era successo e soprattutto su come fare per dimostrargli che non era una ragazzina.
Il sabato Sonia si alzò di buon ora. A pranzo sarebbe arrivata la madre.
Era un afoso luglio. Dopo mangiato era inevitabile andare in spiaggia a fare un tuffo.
La cappa di caldo impediva di vedere il confine tra mare e cielo.
«Mamma, mi andrebbe un gelato. Andiamo al Sabbia d‘Oro?»
«Al Sabbia d‘Oro? Lo storico bar dei Ferrari.»
«Ah… lo conosci bene.»
«Chi non lo conosce? Quando avevo la tua età, Vito Ferrari era il boss di Ladispoli.»
«Chi è Vito, mamma?»
«Il padrone.»
«Ah, allora è il padre di Bernardo.»
«Bernardo? Non mi sembra che dei due figli uno si chiami così.»
«No, è il terzo. Ma non lavora stabilmente lì.»
«E tu come fai a saperlo?»
«L‘ho visto qualche sera fa quando ero con Lisa e Alessia a mangiare un gelato.»
Ma dal tono assunto dalla madre, Sonia capì subito che non era stata una grande idea proporre quel gelato.
«Sonia, allora? Il gelato non si prende più?»
«Semmai andiamoci stasera. Così portiamo fuori anche i nonni.»
Subito dopo cena, Sonia si chiuse per un’ora in bagno.
«Dai, Sonia, ne hai per molto? Non è che si va al gran gala’, eh! Siamo a Ladispoli!»
«Arrivo mamma, cinque minuti e ci sono.»
Quando uscì dal bagno, Sonia vide che la madre e i nonni restarono meravigliati. Capì che avrebbero voluto commentare, ma poi si trattennero.
Arrivarono al tavolo prenotato, ordinarono quattro coppe di gelato con panna e restarono in attesa di essere serviti.
«Non ci credo! Daria! Sei tu? Quanto tempo è passato.»
«Vito! Eh sì… ne è passato. Come stai?»
«Lavoro, come sempre. Questa splendida creatura è tua figlia?»
«Sì: Sonia.»
«E che fa nella vita questa bellezza?»
«Si sta godendo la maturità classica, in attesa dell’Università.»
«Ah ecco… sulle orme di mamma, quindi…» rispose Vito abbozzando un sorriso.
«I tuoi figli?»
«Due di loro lavorano con me. Bernardo no. Non sono riuscito a coinvolgerlo. O forse non ho avuto il tempo di farlo.»
Sonia, che assisteva alla scena, aveva già intuito il braccio di ferro fra le differenti visioni di Daria e Vito circa il futuro dei figli.
«Anzi, aspetta, eccolo lì… Bernardo! Vieni, ti presento alcuni clienti storici. Anzi: alcuni amici. Vivono a Roma».
A Sonia non sfuggì lo sguardo implacabile della madre nei confronti di Bernardo. «Noi ci conosciamo, invece.»
La ragazza sorrise, ma senza esagerare: non aveva raccontato a nessuno i precedenti incontri con lui.
«Babbo! Servi in cucina.»
Vito venne richiamato. Lui e il figlio si allontanarono; Daria, i suoi genitori e la figlia iniziarono a gustarsi il gelato.
Mentre tornavano a casa, Daria non poté trattenersi:
«Perché oggi pomeriggio non mi hai detto nulla di Bernardo?»
«Cosa avrei dovuto dirti, mamma?»
«Che lo avevi conosciuto»
«Figurati, mica c’ho parlato!»
«Sonia, lo sai, è un ragazzo più grande di te. Vive alla giornata, hai sentito il padre, no? Ha venticinque anni e non ha ancora concluso nulla. Tu, invece, hai progetti di vita importanti.»
«No, mamma, i progetti sono tuoi. Hai fatto tutto tu. Come sempre. Tu decidi, io mi adeguo.»
Sonia provava a tenere testa alla madre. E doveva ancora affrontare il tema scottante dell’università. Lei avrebbe voluto una facoltà umanistica, quando Daria spingeva per Giurisprudenza o Economia. E poi concorsi, impieghi certi e blasonati che una facoltà umanistica non le avrebbero garantito.
L’indomani Sonia uscì di casa poco dopo le otto per andare a prendere il pane. Amava girare per il paese la domenica mattina.

I luoghi di villeggiatura, specialmente sul mare, a quell’ora erano sempre assonnati. Per questo si potevano percepire il cinguettio dei passerotti, il vento tra gli alberi, persino le onde che si infrangevano delicatamente a riva: tutti rumori che durante il giorno si perdevano nei rombi dei motorini, nelle frenate delle auto e nelle urla dei bambini che giocavano in strada. E poi le piaceva sentire il profumo delle brioche ancora calde e delle pizze appena sfornate provenire da Mario, il fornaio vicino casa.
Mentre era in fila, sentì il rumore di un motorino che frenava. Il pensiero andò subito a Bernardo, che si materializzò nella panetteria. La commessa lo vide, gli fece saltare la fila e gli dette alcuni sacchi pieni di roba.
Lui li afferrò quasi al volo, li mise nella portantina e ripartì subito.
Appena uscito, Sonia udì un cliente borbottare «eh, capirai, la farina bianca in quella casa non è mai mancata…»
Sonia non dette peso a quel pettegolezzo: non poteva sapere che quelle parole avrebbero avuto un impatto devastante sulla sua vita futura. Attese il suo turno e tornò a casa.
Daria ripartì da Ladispoli prima del solito. Voleva evitare di rimanere bloccata nel traffico del rientro.
Sonia ne era era quasi felice. Con sua madre accanto si sentiva sempre sotto giudizio.
Una sera prima di ferragosto, mentre era in balcone a leggere nell’attesa di cenare, la nonna si sedette accanto a lei.

«Sonia, ha chiamato mamma. La prossima settimana rientri a Roma, con lei.»
«Perché nonna? A Roma si soffoca.»
La nonna non rispose, non era necessario.
Il pensiero andò a Bernardo. Non l‘avrebbe più visto.
Le dispiaceva. Tanto.
Non aveva la forza di ribellarsi, ma non poteva sapere che tutto doveva ancora accadere.
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Cappuccino senza Lattosio

Un giorno come tutti gli altri.
A posteriori sembra che tutto possa essere previsto, ma sappiamo bene che non funziona così.
Ma qualcosa c’è e non capisco cosa.
Avete presente i racconti o i romanzi nei quali l’autore vuole trasmettere uno stato d’animo cupo e inizia con: “Era una notte buia e tempestosa“. Ecco, il mio umore appena sveglio, stamani, non era molto diverso, però, iniziare in questo modo mi sembrava piuttosto scontato.
Ma come si dice: “The show must go on”, quindi, sempre come si dice: “forza e coraggio”.
Il treno del mattino che mi porta abitualmente al lavoro è in perfetto orario e, arrivato in stazione, anche la pioggia è alle spalle. Dopo un quarto d’ora a piedi, sono in ufficio, benché un po’ affaticato per un principio di sciatica.
Quando accendo il computer, nella nostra stanza irrompe la ragazza della Tower: Luisa lavora a Milano generalmente, ma ogni tanto si fa vedere da queste parti.
Lei non è come noi; ha una marcia in più: empatica e con spiccate dosi umanistiche, infatti lavora al personale e in un settore molto particolare: quello dei progetti.
Calmissima, pacata, equilibrata è sempre sorridente; è bello vederla perché le rare volte che è qui, porta tanta positività nel nostro quotidiano, fatto di guai, beghe da risolvere e risultati da raggiungere con frequenza ansiogena. Tradizionalmente andiamo a prendere il cappuccino insieme, con Lucio e Marta. Guai a chi mi tocca questo rito!
Appena ci incamminiamo verso il bar mi accorgo che Luisa è diversa dal solito: è un po’ più agitata, un po’ più elettrica. Non ha perso il sorriso, ma si percepisce che è un po’ su di giri. Evidentemente anche una come lei sente il momento.
Fantastica: è figlia di questa terra, maremmana Doc, ma è troppo buffa quando parla con quell’intercalare che cerca di mascherare l’accento arrotato della Toscana del sud. E la terminologia che usa? Tipicamente affaristica, propria delle city, piena di inglesismi; sembra uscita da un film degli anni ‘80 con Jerry Calà, benché certi termini, allora neppure fossero immaginabili.
“Speech, slot, meeting, cascading, il report,” tutto un frasario da high managmet che solo in certi grattacieli può essere concepito. Ma dalla bocca di lei, esce armonico e per niente fuori luogo.
Luisa ha talento, non tutti riescono a capire che il suo lavoro è prezioso per i contrappesi che garantisce. Non farei mai la sua vita; ogni giorno in giro per l’Italia, presenziando a conferenze, organizzando progetti, soprattutto dando linfa a una parte di noi che troppo spesso viene schiacciata, ma dalla quale non si può prescindere.
Lucio invece ci racconta del suo prossimo incontro, nel quale introdurrà un saggio scritto da un parlamentare; Lucio è in contatto con tante persone di un livello elevato, con curriculum di tutto rispetto e spesso ospita nelle sue trasmissioni scrittori importanti, ma conosciuti comunque da un pubblico di nicchia. Lucio non è mai banale.
Io invece racconto delle mie presentazioni, o dei firmacopie tenuti nel weekend o di un capitolo nuovo di un romanzo. O magari di quel post su instagram nel quale cerco di affrontare un certo concetto, spesso accompagnato da un pezzo acustico da me suonato.
Ogni tanto la butto in politica, ma non quella delle marionette che ci rappresentano in governo o parlamento. Politica più globale, diciamo. E Lucio è sempre un degno contraltare. Informato, ha spesso visioni alternative in cui ci troviamo spesso d’accordo.
Quando andiamo al bar non parliamo mai di lavoro. In genere Marta racconta le sue esperienze nel percorso di crescita personale e psicologica che sta affrontando. Simboli, esoterismo, genealogie: porca miseria, quanto è cambiata! Adesso ben poche cose la riescono a turbare. Equilibrio, saggezza e tanta freddezza le permettono di affrontare con filosofia anche problemi complessi. “Un altro caso brillantemente risolto” si dicono spesso con Lucio.
Insomma, in quel quarto d’ora cerchiamo di aggrapparci a ciò che ci caratterizza, che ci piace, alle nostre passioni. E nei momenti più complicati lo facciamo con ancora più determinazione.
Oggi Marta è malata. Luisa ne compensa la mancanza.
Proprio lei ci conferma l’impressione che abbiamo avuto mentre camminavamo: è affaticata da questo periodo. Il clima in direzione è pesante, e se generalmente è abituata a certi ritmi e talune pressioni, in questo periodo anche lei fa fatica.
Io la seguo, ma per tornare subito in “area costruttiva”, le racconto che sono stato ancora più prolifico nella scrittura in questo periodo. Proprio perché la pesantezza di questo momento deve essere compensata. Ai miei romanzi, ai miei personaggi mi attacco, proprio per “sopravvivere”, le confermo.
«Poi, ragazzi, non sottovalutiamo il momento storico».
«Eh, anche quello incide.»
«Vero, è narrazione, alle boutade sparate “da quello”, non seguono i fatti, però certe frasi, certe dichiarazioni hanno varcato un limite, che autorizza tanti soggetti a sentirsi liberi di alzare il livello dello scontro.»
«Sì, si sta amplificando un clima di odio che in altri momenti avremmo considerato inverosimile.»
«Siamo proprio passati alle falsità.»
«La guerra l’ha iniziata l’uno, ma adesso lui sta accusando l’altro, come se fossero suoi i carri armati che hanno varcato il confine.»
«Io ragazzi, ho paura, non ve lo nascondo.»
«Dai, ora non esageriamo.»
«Ma guarda, non paura che un conflitto ci possa coinvolgere direttamente, ma che questo clima di odio e di veleno riporti a momenti della storia che non pensavamo potessero ripetersi.»
«Infatti: certi “effetti valanga” poi sono incontrollabili»
Entriamo nel bar; è affollato, ma Vanessa ci manda subito il suo buongiorno. È giovanissima, ma ha il mestiere in mano. Ci sa fare alla grande dietro al bancone.»
«Il solito: cappuccino, decaffeinato e senza lattosio?.»
«Bravissima!»
In quel momento un ronzio proveniente da fuori si trasforma in un rombo. Sembra il muro del suono.
«Saranno gli Eurofighter in esercitazione.»
«Sì, ma in genere sono un paio.»
«Questa mi sembra una squadra intera.»
Usciamo fuori. C’è già un bel po’ di gente che si raduna nel piazzale del distributore. Un boato assordante scuote persino l’asfalto, poi un altro e vediamo un’intera flottiglia di aerei da guerra sopra le nostre teste. Ma non sembrano gli Eurofighter di stanza qui.
Guardiamo verso l’aeroporto militare. Dense colonne di fumo si stanno alzando da quella parte. Sentiamo sirene e grida. Qualcuno urla: “Ci bombardano!”
All’improvviso sulle nostre teste, due aerei ingaggiano un combattimento. Queste cose le avevo viste solo nei film.
Non è uno dei miei racconti o le fantasie di un mio romanzo. L’aeroporto militare è stato attaccato. Si sentono sirene antiaereo che non credevo esistessero più.
Un altro boato e una colonna di fumo si alza dalla stazione.
Va via la luce. Le insegne si spengono, è giorno pieno, ma si vede che non c’è più elettricità. Qualcuno grida: «hanno colpito la centrale elettrica!» L’ultima esplosione dalla parte della caserma del reggimento dell’Esercito.
Siamo terrorizzati. Le immagini dei film se diventano realtà hanno il potere di sembrare un gioco, perché d’acchito ci appaiono inverosimili, ma poi il terrore diventa doppio.
Anche Vanessa e Christian escono dal bar. Nei loro occhi non c’è la solita espressione allegra e colloquiale da mastro barista. Vedo deglutire Vanessa. Sembra che tutti abbiano capito cosa sta succedendo.
Più in alto il caccia si mette in coda ad un altro aereo. Ero più esperto dei velivoli della seconda guerra mondiale, sapevo distinguere uno Spitfire inglese da uno Stukas Tedesco. Ma questi mi sembrano tutti uguali.
Chi è il nemico? un Mig? o un F16? in questo mondo ribaltato non si capisce più da chi ci si deve difendere.
Poi il caccia colpisce la sua preda. Faccio appena in tempo a vedere il pilota “ejecktarsi”, che il velivolo colpito si schianta su una pompa di benzina, poco distante da qua. Lo spostamento d’aria ci scaraventa venti metri più in là.
Quando il serbatoio interrato del benzinaio esplode siamo abbastanza lontani da non venire inceneriti.
Poi una voce mischiata al ronzio che diventa un fischio – ho un timpano rotto – mi arriva appena in tempo per gettarmi a terra e urlare a mia volta «Tutti giù!» Le bombe agganciate sotto l’aereo trasformano l’incrocio di via Monterosa in un cratere di un centinaio di metri di diametro. In aria vola di tutto. Sento persone gridare.
Lucio e Luisa sono qui con me, sembrano stare bene. Ma l’aria è irrespirabile; un misto di carne, gomma, vernici bruciate. Il fumo rende tutto poco chiaro e iniziamo a tossire con forza.
«Un fazzoletto davanti alla bocca!» Gli urlo. «Dobbiamo allontanarci!»
Appena riusciamo a raggiungere un’area meno satura, Luisa prova a chiamare suo marito, è un poliziotto. La Questura è poco lontana da lì. I cellulari non funzionano, devono aver colpito anche i ripetitori.
«I miei figli!» urla. «Devo andare a prenderli a scuola!»
Io, invece, penso a casa mia: cosa sarà successo a 50 km? Come sta Manuela? Poi Il pensiero va ai miei genitori e a mia sorella vicino a Firenze, a tutti i miei amici. Cosa sarà successo fuori da qui?
A questo punto è evidente. Alle dichiarazioni inverosimili e incomprensibili dei giorni scorsi, sono seguiti i fatti.
Il mondo è cambiato improvvisamente, perché un pazzoide con il ciuffo arancione, votato da una manica di incoscienti, appoggiati da una pletora di servili deficienti che ne decantano le lodi, è salito al potere. Che lui sia un burattino manovrato dalle mani di poteri più forti, cambia poco la sostanza.
Quante volte è successo nella storia, penso. E continuano a fare le stesse cazzate.
Io non sono pronto a tutto questo. Nessuno di noi lo è. Nessuno di noi l’avrebbe immaginato possibile, perché credevamo che la nostra generazione fosse esentata da questa follia. Chissà poi perché, penso. Il genere umano ha dimostrato di essere maturato? Non mi sembra proprio.
Metto il miele nel mio cappuccino senza lattosio, e lo frullo a lungo, mentre la Tv del bar mostra la conferenza stampa tra i due leader atomici che sembrano tornare a una più mite ragionevolezza. Bluffavano prima oppure lo stanno facendo adesso?
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La storia si ripete. Ci feci il tema di esame.

Foto cartolina di Follonica? Non proprio… il terreno – la spiaggia – accidentata, le scie in cielo, i mezzi di movimento terra sullo sfondo, mi fanno pensare più a qualcos’altro. A tutti noi, di qua e di là dall’oceano che, non avendo fatto abbastanza per creare un’alternativa credibile, o proprio decidendo di votarli, abbiamo permesso l’arrivo degli “uomini forti”, del “adesso ci penso io”. Bulletti da scuole medie, se ne escono con frasi come “è nostro signore che ha voluto che potessi rendere la nostra nazione grande”, – ancora a queste cazzate crediamo? Oppure a tutti i vari insignificanti cortigiani come il Matteo del Papeete?
Dovremmo ricordarci che se si guadagna 1000€ al mese e si vota per questa gente, pensando che loro ci possano far stare meglio, perché sono ricchi, quindi – ed è tutto da vedere – capaci, allora non c’abbiamo capito nulla. A questi di noi non gliene frega niente. Questi pensano solo a fare soldi, a farli fare ai propri amici, punto. Non che dall’altra ci amino molto – siamo carne da cannone per ogni colore o ideologia politica – ma almeno una decenza generale provano a mettercela.

Screenshot E poi complimenti anche per essere tornati ai tempi che precedettero la seconda guerra mondiale. Nel quale eterni nemici, si scoprono amici perché hanno lo stesso stile bullo, dittatoriale e autocratico, e decidono che l’Unione europea non conta niente, dichiarano che non prenderà parte ai colloqui di pace per l’Ucraina, di fatto consegnandoci all’amico Putin di Berlusconiana memoria – intitoliamogli pure gli aeroporti -…

Screenshot …e portano la Von der Lyen – il niente assoluto: l’Europa ha le sue colpe, ci mancherebbe – a proporre di eliminare il patto di stabilità.
Ben venga, sia chiaro – maledetta austerità – ma la “Ursula” non l’ha proposto per combattere la povertà o le disuguaglianze – pensiero illuminato, democratico, evoluto, che i bulli non possono capire – bensì per armarci fino ai denti, perché le alleanze adesso non contano più. E ora siamo anche obbligati, in fondo, se non vogliamo finire come i vasi di coccio fra quelli di ferro…

Screenshot Bravi, complimenti! Grazie a tutti noi per essere ritornati al clima fra le due guerre mondiali.
Ma non sappiamo neppure cos’è accaduto, perché la storia non la studiamo. Viceversa se alla storia ci dedicassimo, ci ricorderemmo che prima di darsele di santa ragione, Hitler e Stalin siglarono il patto Ribbentrop-Molotov, per spartirsi la Polonia e l’Europa. Guarda un po’ adesso Putin e Trump – che vi ricordo è di origine tedesca – si fanno le carezze.

Screenshot: gli amici di quello del Papeete E qualcuno potrebbe dire che non ritorneremo a un evento come la Seconda guerra mondiale: “adesso le guerre sono tutte a bassa intensità, per procura, servono per svuotare gli arsenali, vedasi Ucraina, Gaza. A nessuno conviene una guerra ad alta intensità, il denaro deve circolare, la distruzione totale non serve a nessuno. L’economia è l’unica cosa che conta”.
Ecco: questa è la cosa più sbagliata di tutte. Che l’economia conti è vero solo fino a una certa soglia. C’è un momento in cui le cose sfuggono al controllo e l’effetto valanga produce reazioni a catena incontrollabili, in seguito alle quali anche l’economia diventa secondaria. Ciò che è successo sia nella Prima che nella Seconda guerra mondiale.
E facciamola finita di vantarci di essere ignoranti, con quell’aria smargiassa da capetto di quartiere. Ricominciamo a guardare gli intellettuali con rispetto, e smettiamo di dar loro addosso. Sappiamo bene che hanno ragione ma non ci piace che ci costringano a guardare la nostra pochezza.
Grazie a tutti noi per aver generato questi bulletti di periferia gettando nel cesso ottant’anni di sforzi per diventare una specie migliore.
Ma tanto non riusciamo nemmeno a capirlo, siamo proprio dei gran coglioni.
Avremo il tempo di rimetterci a studiare per tornare cittadini consapevoli? Perché quello ci vuole: approfondire, considerare anche le ragioni dell’altro, e smettere di ascoltare chi ha ricette facili a situazioni complesse. La polarizzazione dello scontro, del “te sei un radical chic di sinistra” o te sei un “fascista”, portano esattamente a questo. Ma tanto ci pensa Musk a snellire…
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Il bacio dei giganti gassosi
Varcai l’angolo dell’ultima strada a mare. Affrettai il passo come fossi inseguito ma era solamente la sciocca presunzione di scaricare in un’immagine la responsabilità del mio desiderio. Quando misi il piede sulla sabbia, la punta di luce scomparve dietro il Volterraio per annunciare quell’istante in cui anche le lancette sembrarono bloccarsi. Gli uccelli interruppero il loro canto, il silenzio lasciò il tempo sospeso per una frazione di secondo. Poi dopo una folata di vento, tutto riprese a scorrere normalmente.

Però qualcosa era cambiato. Eppure era stato un attimo. I pochi frangiflutti già accoglievano i pescatori e i loro galleggianti fosforescenti ad affrontare la notte. La linea dell’Elba era una lama seghettata e smussata: volti, nasi, occhi e sopracciglia stesi come una maschera funeraria che guardava anch’essa in alto e sembrava aspettare la tanto osannata congiunzione fra Giove e Saturno. Il lieve tramontano sembrava soffiare via la polvere accendendo i contorni.
Le stelle ancora si nascondevano negli strati bassi dell’aria poggiata su di una lastra di ghiaccio sanguigno.
Iniziai la preparazione dell’attrezzatura: sfilai il treppiede, montai la testa, la fissai direttamente allo zoom e impostai i settaggi per il notturno.
Il cielo invernale verso ovest prometteva spettacolo e si accesero le prime stelle dove la volta più buia mi ricordò che l’universo resta freddo anche se ci scriviamo una poesia sopra.

Mi misi una mano nella tasca del giaccone temendo di non aver preso la piccola torcia che fra poco mi sarebbe stata indispensabile. Mi rilassai: la sentii fra le mie dita, mentre Saturno e Giove si nascondevano ancora intimiditi dalla Luna, in compagnia di Venere, padrone del crepuscolo sopra Montecristo.
Tutto era pronto coi due pianeti sempre più nitidi nel buio notturno ma una nuvola bassa si stava avvicinando minacciosa e sembra divertirsi a ricordarmi che non era saggio riporre la propria felicità negli astri….

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Anche i covoni di paglia si sono dovuti adattare.
Angelo guida scendendo dalla montagna. La mattinata è fredda, frizzante. In certi momenti il temporale della notte è stato spaventoso, ma ha lavato l’aria e riacceso le energie. E stamani è tutto rinnovato. Nei campi i trattori muovono la terra, scavano solchi e gli agricoltori benedicono la pioggia.
Davanti alle spianate con le balle di fieno arrotolate, Angelo riflette sul fatto che, quando non esistevano le macchine agricole a creare quei cilindri perfetti, si trovavano i banali covoni di paglia. come quelli dei quadri di Monet. Adesso cosa dipingerebbe il Maestro?



La giornata è bellissima, l’aria è asciutta e qualche nuvolaglia – raramente accade – accende i contrasti, troppo spesso spenti da quei cieli lattiginosi e senza profondità creati dal maledetto anticiclone africano.
La sua mente vaga, cerca di non stare troppo concentrato su se stesso, ma soltanto su ciò che vede intorno. “Pensare è pesante, e spesso i guai ci si cercano da soli”.
Prende il telefono: su Instagram il post da parte di uno sconosciuto ritrae un luogo a lui noto, visto da un ben preciso punto in Dolomiti, visitato un mesetto prima. Il post è rielaborato. La foto probabilmente non è neanche stata scattata dal proprietario del profilo.
Anche Angelo aveva prodotto un’immagine analoga, ma quasi inquietante con quelle radici come un groviglio infernale in primo piano e il Sas de Putia sullo sfondo, coperto dalle nuvole. La cerca nella galleria e la manda al tipo: pensa sia un gesto gentile la condivisione.

Quello vede il post ma non gli risponde. Neanche una faccina.
Angelo pensa: “fa le foto false o le raccatta da altri profili e manco mi considera”.
In realtà è la mancata risposta di Lisa al messaggio del giorno prima ad averlo scottato. Ormai è persa. Non ha più nessun ascendente su di lei e se ne rende conto. Non c’è ragione di scriverle, “anzi, forse le rompo pure le scatole”.
“Beh in fondo la colpa è mia” pensa “ho troppe aspettative. La chiave per vivere felici è non avere desideri e non attaccarsi a niente. E soprattutto non ho niente da rimproverare a lei. Semmai a me stesso. Psicologia buddista. Certo, detta così sembra facile”.
La campagna scivola veloce; quel versante della montagna è bellissimo, degrada dolcemente, si apre sulla pianura in campi di grano e vigneti e olivi fino all’altro versante della valle e la prima cintura di montagne. Casolari sulla sommità delle colline identificano il paesaggio toscano.


“No, tutto questo non merita pensieri rancorosi”. Ma in realtà non sono neppure tali. Il suo è solo un rimpianto e Angelo lo sa bene. Non ce l’ha affatto con Lisa, anzi.
Troppo distanti, troppo impegnati ognuno con la propria vita. In fondo non si erano mai più visti dopo il casuale incontro di due anni prima, in treno per Roma. Si scambiarono i numeri di telefono, i contatti social, e da quel giorno prese vita un crescendo di sorprese nelle chat che entrambi alimentavano, sempre più audaci, sempre più allusive. Due anni di barriere di pudore superate.
Angelo pensa che lei, fidanzata, veramente gli si fosse sinceramente affezionata, ma non ha avuto il coraggio di andare oltre quell’intenso scambio di messaggi. Perché nei fatti, la loro storia è stata una lunga corrispondenza via chat. E non poteva finire diversamente.
Si sente solo, un po’ scarico. Sa bene che è una sciocchezza, non è più un adolescente: è ben a conoscenza che la sua storiella con Lisa è stata come la canzone “Farewell” di Francesco Guccini, forse la sua preferita del grande cantautore.
“Ogni storia ha la sua conclusione, stessa illusione; Il peccato fu creder speciale una storia normale…”
Una straordinaria canzone d’amore, piena d’incanto, di nostalgia, ma anche di consapevolezza e comunque gratitudine.
Poi, un campo di girasoli attira la sua attenzione. Gli si dedica, cercando di deviare dal pensiero di Lisa e si concentra sul presente; guarda la testa reclinata di quei fiori enormi, e allora pensa che quelli si trovavano anche ai tempi dei covoni di paglia di Monet. Forse, soltanto, non esistevano le Pac della Comunità Europea per piantarli. Ma i girasoli erano più materiale di Van Gogh.

No, via, non ce la fa: la scottatura è troppo viva ancora. Non è certo la Politica Agricola Comunitaria che lo può distogliere dal pensiero di Lisa. Apre Instagram, e ne guarda il profilo. Ripensa ad alcuni vecchi messaggi che si sono stampati a fuoco nella sua memoria. Lo sa che è una debolezza, ma non riesce a farne a meno. In quelle parole di due anni prima, allora ci vedeva una ragazza innamorata, eccitata, focalizzata insieme a lui. Cosa è successo poi? Nessun evento ha compromesso il loro rapporto. Perché si è tirata indietro?
Ripensare a quelle chat è una trasposizione quasi inverosimile e adesso non comprende perché non sia come allora. Perché non possono giocare come due anni fa? Quando non c’era altro impegno più importante; giorno, notte, lavoro, relax: tutto il resto passava in secondo piano. Da parte di entrambi. Perché adesso invece è faticoso anche dar considerazione a un: “come stai?”
La risposta è semplice: il cambiamento è normale, ma è la natura umana che non lo vuole, che resiste, restando ancorata ad un’area di confort e non riuscendo ad accettare che qualcosa finisca. E quando siamo in due, generalmente funziona così. Adesso nel ricordo di quei bagni digitali, si nasconde il metadone del tossicodipendente.
Tuttavia la razionalità aiuta Angelo. Si sente sereno in fondo, non si rimprovera niente: conosce bene il meccanismo di questi giochi, di certe dinamiche. Anche il fattore sorpresa alimenta. Se non c’è più quella, il crescendo non può essere eterno. Sarebbe troppo dispendioso.
Rallenta dietro a una serie di Tir che si sono incolonnati. Impossibile sorpassarli. Mantiene la distanza di sicurezza. Non c’è rabbia in lui, affatto. Nostalgia, piuttosto. Accettare, comprendere come funziona, è mezza guarigione.
Però quello scambio, in certi momenti erotico, sensuale, eccitante, ma anche appagante, riusciva a riempirgli la mente. L’intesa era totale: condivisione di valori, scambio di informazioni, commenti sul mondo e tanta ironia. Quasi sempre per scritto, perché lei non poteva mandare vocali o stare al telefono. E allora quei messaggi fissavano un momento, si potevano rileggere, rappresentavano una lunga coccola, una carezza da custodire gelosamente.
Sovente, allora, Angelo pensava che forse, anche così, si sentiva appagato. Chissà lei? Ma non aveva senso chiederselo, perché Lisa non avrebbe potuto comunque offrirgli di più.
E allora anche la forma, i colori delle notifiche di Whatsapp erano folgoranti. L’eccitazione di aprire la conversazione e trovare un’iniezione di dopamina. Anche così, lui ne aveva idealizzato una forma, una complicità, l’aveva trasformata in cibo di mente; pur senza fisicità l’ego era gratificato.
Ma Lisa era una donna fidanzata da sempre e un “prima o poi” sarebbe arrivato. E in genere quello spartiacque non è quasi mai una rivoluzione.
Ritorna con la mente al qui e ora. Visto che i Tir gli faranno perdere comunque tempo, decide di deviare verso la cantina sociale a comprare il vino sfuso. Lascia la statale e la strada ricomincia a salire attraversando uno dei tanti borghi medievali montani. In quel momento, imboccata una via stretta e in forte discesa nel cuore del paese, Angelo frena bruscamente evitando una Panda 4WD che usciva a marcia indietro da uno spiazzo. Si fermano entrambi appena in tempo, dopo un suo vigoroso colpo di clacson.
Un signore di una cinquantina d’anni, si scusa costernato.
Lo spavento di Angelo si ridimensiona subito di fronte alla pacatezza dell’altro. Si ferma, accosta, non prosegue per la discesa, abbassa il finestrino e vuole precisare:
«Ho suonato per avvertirla: da lì non poteva vedere nulla; non c’è niente di cui scusarsi. Anzi, mi scusi lei.”
Davvero non c’era arroganza nel suo colpo di clacson, veramente il “Pandino” non avrebbe mai potuto vedere la strada.
«Lo so: sono anni che diciamo al Comune di mettere uno specchio. Anzi grazie del clacson.»
«Beh, allora buona giornata.»
«Altrettanto a lei.»
Adesso, proseguono ognuno per i propri programmi, magari pensando entrambi che un gesto gentile resta nel cuore e vale doppio se giunge proprio da uno sconosciuto.
Preso il vino si rimette in marcia, e così, la lunga discesa verso la piana trasforma Il paesaggio: lo rende meno dolce, meno affabile; capannoni industriali, fino alla quattro corsie trafficatissima, piena di furgoni di consegna, macchinoni di cafoni arroganti a sfarettare e Tir ad alzare il livello della frenesia.
Ripensa a quali drammi viveva un tempo, quando una relazione terminava. Quanta rabbia, quanto rancore, nel non voler accettare che qualcun altro non avrebbe più voluto passare del tempo con lui. Focalizzato sul suo dolore, vedeva la rottura come un atto di crudeltà, una mancata promessa. Un’ingiustizia.
Adesso è diverso: certo, la mancanza l’avverte, così il rimpianto, il desiderio impossibile di poter tornare indietro. Ma è sempre un sorriso il gesto che l’accompagna, e ringrazia, in ogni modo, per quello che ha potuto vivere, a prescindere dall’esito. Non a caso, adesso, sono persone come Lisa che attrae e da cui è attratto. Persone che hanno il diritto di vivere la propria vita e decidere di farne un pezzetto con lui se il percorso fa bene ad entrambi, il tutto nella massima serenità.
Lisa sarà sempre nel suo cuore. Anzi, è entrata fra le cose memorabili della sua vita, tra quelle così speciali, da non essere neppure reale. Ci sono voluti mesi per trovare la sua voce, e renderla credibile. E alla fine è nata da un’intuizione. Perciò, talmente unica da essere stata creata apposta così.
Forse un giorno incontrerà davvero una come lei, ma intanto fra poche ore terrà la presentazione in anteprima del suo nuovo romanzo, e fra quelle pagine che autograferà, il personaggio di Lisa prenderà finalmente vita.
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Trascodificazione o Ècfrasi
Esercizio Scuola Carver.

Post su Instagram della Scuola Carver Per ragioni di distanza geografica: Follonica – Livorno non è proprio così agevole (poi, tutto è relativo) in un periodo in cui i miei fine settimana sono abbastanza densi, non ho più partecipato alle lezioni tenute da Francesco Mencacci.
Tuttavia oggi ho letto questo post che invitava ad un esercizio, di Trascodificazione, uhm, o Ècfrasi, già più musicale.
L’ecfrasi anche ècfraṡis o èkphrasis) è la descrizione verbale di un’opera d’arte visiva, come, ad esempio, un quadro, una scultura o un’opera architettonica. (Fonte Wikipedia)
Mi sono detto che l’occasione era ghiotta: dare voce all’immagine pubblicata sul post. Si tratta di un bellissimo e suggestivo scatto di Martina Corradi, oltre che quotata fotografa, anche lei studente della scuola. Dopo averle doverosamente chiesto il consenso a utilizzare la l’immagine, che lei gentilmente mi ha concesso e che ingrandisco in dettaglio,

Martina Corradi …ho deciso di pubblicare il mio breve lavoro. Non so se ho colto il significato della sua foto o il senso dell’esercizio commissionato da Francesco, tuttavia ringrazio entrambi per la possibilità, sottolineando quanto sia stata preziosa l’esperienza che ho vissuto con la Scuola Carver. È stato un dono, un’occasione che non dimenticherò.
Fa paura guardar dentro, sotto, attraverso. E non è cambiando il vettore che mi nascondo meglio. Se mi vedessero adesso, io che declamo, proclamo, teorizzo.
Ecco: l’ho fatto di nuovo.
Eppure il corpo parla chiaro, così messo a nudo, un po’ aggrinzito dagli anni, coi tatuaggi scoloriti, aggrappato a una roccia.
Ma una roccia è anche una pietra, e una pietra è un’idea. E se scagliata con violenza non la rende migliore di un’altra. Anzi.
Ho paura, mi manca la forza: posso affrontare tutto, ma non il mio peggior incubo. Non sarebbe tale.
E non è che si vince o si perde, e poi, alla fine, che resterebbe?
Niente.
Grazie a Martina, a Francesco e alla Scuola Carver.
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Sauris di sopra: un turismo sostenibile? Non lo so, ma consapevole sicuramente.
Eccoci al tradizionale viaggio in moto con gli amici. Settembre 2024.
Lo scorso anno, fu Amatrice, l’Abruzzo e il Gran Sasso. Quest’anno, la scelta è caduta sul Friuli e sulle sue Dolomiti. Forse meno blasonate, meno canoniche di quelle venete o trentine, ma altrettanto belle.
Sauris di sopra, conosciuto anche per il suo prosciutto affumicato a metà tra lo speck e il San Daniele, è una frazione dell’omonimo comune. La valle, parallela a quella del Piave, le cui sorgenti da Sappada spingono le acque verso ovest, gode di un certo isolamento che ne ha permesso il mantenimento di un’identità ancora a misura. In sostanza nessuna speculazione ne ha sconvolto il territorio come accade ancora in tante altre valli dolomitiche, in nome di un turismo d’assalto.
La data non è attendibile: questa Gopro la resetta ogni volta che si accende. Oltre alle foto del ghiacciaio della Marmolada di trenta o quaranta anni fa, provate anche a guardare sul web cos’era allora la Val di Fassa e cosa è adesso.
https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=113168148766598&id=ValdiFassa
Ora, foto storiche di Sauris sul web non se ne trovano molte, tuttavia basta guardare le costruzioni attuali e ci si rende conto che qui, più di tanto, non hanno speculato.
Detto questo, niente toglie bellezza, universalmente riconosciuta, a queste montagne, trentine, venete o friulane che siano.




Svegliarsi qui la mattina:
La prima vera girata la facciamo il Venerdì e andando verso est ci appare un gioiello: il Lago di Sauris. Vero, non era una giornata bellissima, ma se questo bacino artificiale fosse in Trentino, ci sarebbe stato tutto il mondo conosciuto. Invece, pochi visitatori a godere di uno zaffiro che si commenta da solo.
Ripartendo dal Lago di Sauris, una sequenza di affascinanti gallerie nella roccia:
Come Anterselva, tempio dello sci di fondo e del Biathlon anche Sappada gode di fama fra gli amanti dello sci nordico. E sembra aver resistito alle speculazioni edilizie di altre località dolomitiche.
Ma siamo andati oltre: alcuni di noi non avevano mai percorso le Dolomiti in moto, quindi almeno un passaggio sul Giau era doveroso. Per me insieme al Sella è il passo più bello. L’ho percorso una marea di volte. Bello in entrambi i versanti, forse è più veloce in discesa. Ma complice la chiusura dei passi intorno del Sellaronda, per permettere lo svolgimento una corsa cicilistica, ogni mezzo a motore si trovava lì quella mattina.
Uno dei passi più belli del mondo: questo è il Giau, ma quando postai questo video, scrissi questa frase come tema della storia:
“Siamo noi che sciupiamo tutto, me compreso“
Evidente a cosa mi riferisco, no? Ogni anno sempre peggio. E il fine settimana non era dei più attraenti. Agosto a Canazei è diventato come un’estate al mare.
Nonostante questo, riesco ancora a provare delle emozioni quando non mi faccio travolgere da pensieri disfattisti e anche poco democratici. Ma più avanti cercherò di spiegarmi meglio.
“Si può pretendere di descrivere e tirarla fuori all’occorrenza la sensazione che nasce da un proprio antico? Si può descrivere l’indescrivibile? Cos’è l’emozione e da dove nasce?
Nasce da ciò che vediamo, da ciò che viviamo, nel tempo presente, oppure nasce da una memoria, da qualcosa che vibrava allora?
Detta così sembra facile ma forse per la prima volta ho capito cosa significa quella frase un po’ inflazionata, trita e ritrita, che “la felicità è dentro di te” Che cosa significa realmente questa espressione? Che forse la felicità non è uno stato d’animo presente, ma piuttosto lo stato d’animo trascende il tempo e gli eventi che ci accadono, analoghi a quelli che sono avvenuti in passato, vanno a ripescare quella emozione, una sorta di gancio, facendola rivivere ad una profondità che non è replicabile, descrivibile. è ineffabile, e in quanto tale bisogna essere pronti a gustarla quando viene.”
Sensazioni come quelle che cercavo di descrivere nel post, vanno al di là della violenza dell’impatto edilizio o della quantità di camper lunghi 30 metri sui passi. Sono attimi assoluti, implementati dall’effetto sinergico di memoria, musica (in cuffia) e di clima (preferibilmente fresco: ben venga la pioggia se lava l’aria) e di contrasti cromatici (ancora ben venga la pioggia e gli squarci di sereno: rendono più brillanti i colori).
La memoria affina la sua ricerca all’interno di più livelli sensoriali. Il nostro corpo comunica sfruttando i canali auditivo, visivo, cinestetico, olfattivo e gustativo. Per quanto ovvio, pur conscio dei prodotti tipici e dei profumi delle malghe, quello che irrompe a livello emotivo di questi viaggi sono i primi tre.
E allora a livello visivo abbiamo le immagini, stampate nella memoria e iconizzate da certi simboli, che siano delle vette, delle valli, o dei torrenti. La musica, e da sempre, quando percorro queste strade in moto, ma anche in macchina, sono le sonorità pur pompose, in certi attimi magnificenti, dei Dream Theater a farmi da colonna sonora.
E poi c’è la madre di tutte le sensazioni: quella legata alla pelle. Sì, è la pelle che trasmette l’emozione più grande. E la pelle dialoga direttamente con il clima, con l’umidità, con il vento, con la temperatura.
Ecco perché quando a giugno ho cercato di salire sulla Tofana di Rozes, non ho provato alcuna emozione. Perché era caldo, Caronte era arrivato anche lì. E le Dolomiti con i cieli resi lattiginosi dall’anticiclone africano, non sono più le Dolomiti. Non solo perché la vista è pessima: dalla Tofana si vedeva a malapena l’Averau, lì di fronte, ma perché il ghiacciaio era giallo di sabbia del deserto.
Queste foto appartengono ad un altro viaggio, ma che differenza salta subito agli occhi. Accidenti a Caronte!




È proprio una questione di sensazione sulla pelle. Le Dolomiti, come tutte le montagne, hanno bisogno di cieli tersi, di aria frizzante, anche fredda, di pioggia a spazzare via l’umidità, a rendere i verdi più brillanti, a creare squarci di sereno in mezzo alla nuvolaglia, a enfatizzare i contrasti cromatici. La musica e la vista senza la sensazione diretta sulla pelle non hanno alcun senso. Per questo in numerose storie di Instagram ho scritto: meglio l’acqua del caldo, e nonostante ne abbia presa veramente tanta in moto.
Se anche il caldo, e gli anticicloni africani, portano lassù questo clima impazzito… Non ci dimentichiamo cosa ha fatto Vaia nel 2018.

Posso dire anche che ce l’ho a noia, come si dice in Toscana, nel trovarmi imbottigliato nel traffico che va verso Cortina? Se voglio andare sul Giau, non posso non passare da Cortina. Ma non vado a Cortina a fare vasche, come la maggior parte dei visitatori che raggiungano la “Perla delle Dolomiti”.
Domanda: se si evolvessero un po’ gli aspiranti ricconi? Quelli veri, a farsi vedere in giro non ci sono; quelli che contano davvero non vanno a fare i ganzi con quei ciuffi inutilmente bianchi per fingere di essere Briatore. E poi che modello…
Curioso che questi siparietti di aspiranti ricchi allo struscio li raccontava Fantozzi a metà anni settanta, e qualcuno è sempre lì con la testa. Io ci andrei anche più pesante, ma mi dicono che un po’ di equilibrio rende più efficace il messaggio. Se dicono così.
Interroghiamoci su questo turismo che saccheggia l’essenza dei luoghi, che crede di poter fare quello che vuole perché porta i soldi. Il turismo sostenibile non è materia per me, non entro nel merito di Eco-friendly di ecologia o altre seghe mentali della rivoluzione green inposta. Non mi interessa ‘sta roba: la rivoluzione deve essere culturale; quando parlo invece di turismo consapevole mi riferisco al portare qualcosa nei luoghi che si visitano: ma non la spesa fatta da casa per risparmiare; mi riferisco a portare le proprie esperienze, la propria cultura, e a chiedere, domandare, dando forza e importanza alle persone che ci ospitano.
Colle Santa Lucia. Ci sono passato milioni di volte, ma mi ci fermo oggi per la prima volta. Di nuovo, su Instagram posto questa frase:
“Prima di pranzare, esploro il paese antico con la chiesa e il cimitero proiettato sulla valle. Do un’occhiata alle lapidi e penso che queste persone, magari avranno avuto una vita meno comoda della mia, soprattutto nei decenni scorsi, ma adesso riposano in un posto unico che solo loro meritano.“












Dobbiamo farci raccontare la storia di un posto che visitiamo, dobbiamo chiedere a un barista a un ristoratore, a un albergatore la sua esperienza. Dobbiamo farci dire come gli è venuta l’idea, quando ha deciso di aprire un’attività. Questo è il compito di un turista: domandare a queste persone quali sono i loro sogni, e portare anche i nostri.
Il dialogo: questo è il turismo consapevole. Ospitalità da parte loro, riconoscenza da parte nostra. E pagare il conto senza polemiche. Sennò si sta a casa. Basta con questa storia del “gli portiamo i soldi e allora io mi comporto come mi pare”. Poi se ci spennano fanno bene.
Ho trovato gentilezza a Sauris: dal proprietario del negozio di articoli sportivi, che mi ha fatto anche da guida turistica, all’hotel Neider, dove un gruppo di ragazzi argentini gestisce l’albergo e un ristorante favoloso. O anche al ristorantino Seikesauris, la pizzeria dall’altra parte della strada, con il titolare amante della Toscana, e la compagna che ci hanno fatto assaggiare più di una deliziosa grappa. E con i quali abbiamo passato un dopocena a confrontarci e a raccontarci.
Anche la gattina ci voleva bene.
Un classico di questi viaggi in moto con gli amici, al di là delle curve, della moto, dell’esplorazione a due ruote, è la cena con il dopo cena. Sfatti, stanchissimi, età minima 50 anni, la sera finisce così, al tavolino, a bere grappa a fumare il sigaro – eventualmente. Argomenti: sport, politica, topa… Okay ora datemi pure del maschilista.
E la partenza è sempre struggimento: il miglior risveglio è anche sempre l’ultimo; anche questo un grande classico.
Foto di gruppo, e tornanti dall’alto.

Insomma, in questa estate di serrate contro i turisti, di polemiche per gli afflussi esagerati, voglio lanciare un messaggio alternativo, anche perché al di là dell’aspetto economico e a tutti i benefici che ne comportano, viaggiare è la cosa della quale ognuno dovrebbe aver il diritto di beneficiare. Il messaggio è: comportarsi bene – scontato, ma non così troppo – ed entrare in empatia con un luogo.
Cercare di viaggiare con garbo, curiosità, gratitudine e provare a lasciare a casa spocchia, galloni, boria e frustrazioni. Proviamo a fare come ho letto una volta sul “calendario filosofico”:
“Un passo indietro fatelo ogni tanto; che di umiltà non è mai morto nessuno!”
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Prato, Via Roberto Ardigó
Stamani ho parcheggiato la macchina accanto al Dagomari che adesso è Copernico, ma per me, sia chiaro, sarà sempre ITC Dagomari.

L’ho voluto, non è stato un caso, desideravo sguazzare nella sensazione di essere lì alle otto del mattino come quando andavo a scuola, più di trent’anni fa, percorrendo il sottopasso pedonale della stazione.

Stasera, invece, prima di tornare a casa dopo essere sceso dal treno proveniente da Firenze, ho deciso di camminare un po’ e mi sono ritrovato in un luogo di Prato che in cinquant’anni non avevo mai visto. Vero che adesso non ci vivo più, ma la mia città natale mi ha presentato Via Roberto Ardigò, e siccome è la giornata dei sottopassi ferroviari, eccone uno in mattoni, con una scritta “Heavy Metal” che sarà lì dagli anni ‘90, con un bandone sullo sfondo, colorato con un murales.
Dove porterà questo tunnel?


Faccio ancora qualche metro, e ciò che mi circonda torna familiare: in cuor mio spero di trovarmi nei pressi della passerella e dei giardini di via Sant’Antonio. Poi penso: no, mi trovo più in giù, la passerella è più a nord. E invece, alla mia destra, eccola. Esatto, quella passerella dove il nonno Tonino mi portava con la sua Graziellina quando avrò avuto 5-6 anni.



Quella passerella sotto la quale scorre il Bisenzio, con il ponte ferroviario di fronte, e la Valle delimitata dalla V formata dalle colline dello Spazzavento a sinistra e la Retaia a destra. Allora, guardavo il fiume sotto, e quel semplice terrazzamento mi pareva un sistema di rapide vorticose e letali. A onor del vero a quei tempi c’erano anche le tintorie della Val Bisenzio che scaricavano nel fiume, rendendolo simpaticamente multicolore.



Quante volte in seguito, più grande, ma sempre ragazzo, con la bicicletta raggiungevo quei giardini a inseguire sensazioni nostalgiche? Nonostante fossi un adolescente già cercavo quella roba. Mi ricordo, che ascoltavo una canzone degli Spandau Ballet: How Many Lies.
https://www.youtube.com/watch?v=HELvaBe03Lo
Mi sembrava un pezzo sufficientemente struggente per soddisfare quell’autolesionismo che già mi confondeva. Perché già allora ero in quel modo: costantemente a rimpiangere qualcosa, in quel caso le scuole medie, la gita a Bologna, e la camminata sotto i portici di San Luca. Che non è che fossero così affini a quel ponte. Però, a quello pensavo.
Più di recente ho usato questo ricordo per scritti che stanno ancora nel cassetto (a parte questo articolo). Ma stavolta gli ho dato una precisa collocazione in un romanzo, già terminato. Ci vuole solo un pò di pazienza, per quando sarà pubblicato: 2025 diciamo.
“E dalla passerella, ai tempi del settembre pre-scolastico gettava lo sguardo verso il fiume che si tuffava nel vertice della “V” di cui la Retaia formava il lato destro fronteggiato dallo Spazzavento.“
Il “settembre pre scolastico”. Infatti quel luogo ha incarnato la nostalgia delle scuole superiori. E poi è entrato nella memoria. E oggi, guarda un po’, in settembre, dopo che stamani ho camminato nel sottopasso della stazione, dopo aver visto il sorgere del sole dietro al Dagomari, ricompare.

È tutta la vita che mi sento così: a inseguire l’emozione di qualcosa che si è verificato. Ma adesso la cosa non mi disturba più di tanto. Perché so che accadrà continuamente qualcosa di bello che in seguito mi renderà di nuovo felicemente nostalgico.
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Incontro coi Lettori
Giovedì Primo Agosto 2024


L’incontro c’è stato ieri e colgo l’occasione per ringraziare tutte le persone che si sono recate in libreria, sfidando il caldo, per incontrarmi. Si tratta di occasioni uniche: la possibilità di conoscere i lettori uno a uno, cercare di capirne i gusti e le peculiarità. Ringrazio Guia, Federica e Cristina, appassionate padrone di casa che incarnano l’amore per il proprio lavoro e la cura dei clienti – di questo gioiello di libreria che è la Mondadori in Centro Storico di Grosseto.
Ancora grazie a tutti!
Qualche giorno fa scrissi questa cosa su Instagram

Screenshot Adesso, aggiungerei: quando un lettore decide di regalarti del suo tempo per leggere ciò che hai scritto, si crea un’alchimia, e ti fa dire “Okay, non so se ho fatto qualcosa di buono, ma so di averci messo tutto l’impegno, e qualcuno mi ha dato fiducia per questo. Spero di esserne degno.”
Grazie ancora a tutti, Amici, Lettori, Librai, Editori, in particolare Gianluca Ferrara https://www.edizionigfe.it che mi ha dato di nuovo fiducia.
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Lo squadrone che tremare il mondo fa!
Nonno, come è stato bello sognarti stanotte. Era tanto che non accadeva. Non è ancora mezza vita, avevo trent’anni, ma fu il primo vero dolore. Non piansi, mi ricordo, ressi la tua bara. Io piango sempre se vedo gli altri farlo e allora non accadde, mi ricordo. Dalla piazza di Pavana ti portammo in quel piccolo campo santo in pendenza e lì ti hanno seppellito dietro la tua foto con quel sorriso accennato e lo scudo del “tuo Bologna”.

Sai, nonno, adesso vivo al mare. Il lavoro mi ci ha portato, ma poi ho deciso di rimanerci. Questa è casa mia. Da qui le tue zone sono lontane, diverse. Quando ti vidi l’ultima volta eri a Porretta all’ospedale per un problema all’occhio e ti venni a trovare. Porretta: poi, dieci anni dopo ci ho passato il mio quarantesimo compleanno. Io, ai numeri, alle ricorrenze, un po’ ci credo. Chissà, se tu mi fossi venuto a trovare qui, magari ci saremmo fatti una foto insieme sul patino.

Guardare questa foto mi fa effetto. Perché nel mio immaginario, te e il mare siete così lontani fra di voi. Eppure, anche tu ci sarai stato. Ma con me mai. Per me sarai sempre il nonno della montagna, benché fino a quando sono stato adolescente, vivevano vicini l’un l’altro, a Prato.
Il nonno ferroviere, che aveva uno stanzino che avrebbe fatto la gioia di qualunque nipote aggeggione. Sapevi fare tutto, dal legno, alle scarpe, all’idraulica, all’elettrico. E io fra quegli attrezzi – non tutti: molti erano pericolosi per un bambino e giustamente me li proibivi – passavo interi pomeriggi dopo scuola, con l’illusione di scolpire qualcosa.
Il nonno che assomigliava a Bartali, ma che in gioventù, mi diceva babbo, eri stato un “coppiano”. Quanto amavi il ciclismo. Cosa ha rappresentato per quelli della tua generazione? Difficile spiegarlo senza esserci stato.
Sei sempre stato un socialista convinto. Non ti ho mai visto litigare con babbo, né con lo zio Remo, lui soprattutto, comunista fino al midollo. Tu la guerra l’hai fatta davvero. E non perdevo occasione di venire con te in giro sull’Appennino Tosco Emiliano, sulla tua Panda 30 bianca, a cercare i segni dei teatri di guerra, in piena Linea Gotica, dove i tuoi ricordi indugiavano qualche secondo.

Mi rammento quando una volta, davanti ai resti ancora visibili di una voragine prodotta da un mortaio, rispondesti ad una domanda; non ero più un bimbo, e ti chiesi: “com’erano i tedeschi?”
E tu dicesti: “i tedeschi eseguivano gli ordini: quando erano tranquilli, non avevi nulla da temere, e se non erano le SS sembravano anche simpatici.”
“Ma i peggiori di tutti erano proprio i fascisti. Quelli sì che dovevi stare sempre attento… I fascisti erano le feccia, codardi, gradassi, viscidi e vigliacchi.”
Poi con gli anni ho studiato la storia e i voltagabbana siamo stati proprio noi: gli Italiani. E i repubblichini, in fondo, sono stati i più coerenti. Sì… vabbè, diciamo così.
Ma perché l’errore gli Italiani lo avevano fatto prima, e qualcuno ad un certo punto si è ravveduto. Vero, faceva più comodo stare con gli anglo-americani che risalivano la penisola, qualcuno dirà. Ma come aveva fatto comodo prima, stare coi fascisti.
“Nessuno è vittima delle proprie scelte” mi dicesti una volta, “ma solo responsabile.” E io non capivo cosa intendevi.
Non ho mai voluto chiederti se avevi avuto anche te la tessera del fascio. Per molti era sopravvivenza, era l’unico modo per campare. Poi quando il regime fece meno paura, rimasero solo quelli che il male lo avevano nel sangue, quelli che godevano nel prevaricare, nella sofferenza degli altri. Chi aveva appoggiato il regime per paura o per obbligo, riuscì poi a espiare la sua colpa. “Che colpa possiamo dare a queste persone”, ti domanderei adesso?
Tu mi risponderesti sicuramente: “di aver sottovalutato il problema, di non essersi accorti, che c’è un limite che non va mai oltrepassato quando siamo dentro un seggio.”
“Quale?” ti chiederei. E tu:
“Vota chi ti pare, di qualsiasi colore sia, destra, sinistra, democristiano, repubblicano, ma stai sempre attento, che dietro qualcuno che invoca il popolo sovrano, o le ronde di quartiere, o il “ci rubano il lavoro”, non ci sia un fascista travestito.”
Buonanotte nonno. Per me rappresenterai sempre quella terra, sul crinale dell’Appennino, tra Pistoia e Porretta, dove ci sono le dighe. Quest’inverno, quando sono venuto a trovarti al cimitero, per la prima volta in cinquant’anni, ho visto il bacino di Pavana svuotato.

Spero di incontrarti presto. Mi piacerebbe risognare quella volta, quando ero veramente piccolo, e allo stadio a Prato ti chiesi se potevo andare anche io in campo a giocare. E tu che non mi volevi deludere scendesti le gradinate per avvicinarti ad una porticina lungo la cinta di recinzione del campo, fingendo di parlare col guardalinee per sentire se potevo entrare anche io…
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Di fugace attrazione
Dialogo immaginario col Bosco Amiatino

«…e invece, il vorticcicare sotto una pescaia di un ruscello amiatino è identico a quello dei tuoi cari torrenti altoatesini; il calpestio del sentiero, lo scalpiccio del cammino, il sottobosco, la terra parlano lo stesso linguaggio. La vibrazione, e la frequenza che si sente anche a queste altitudini, e o latitudini più modeste, è la stessa che riempie le viscere e le sinapsi di quando sei in cima al Sella.»
«Vabbè… ora non esageriamo: parli di uno dei passi più belli al mondo. Con tutto il rispetto, la valle della Zancona…»
«La grande bellezza non è quella degli occhi, bensì quella della noia. Stato di quiete, senza moto, senza tempo, senza obiettivo. Cupola protettiva, il contatto più profondo con il sé.»

«Ho capito cosa intendi. E guarda, non ho mai sognato cose, oggetti, bensì luoghi da possedere. Ma i luoghi si omaggiano, al massimo gli si appartiene. Per anni ho guardato al mare, forse di riflesso a un pensiero infantile o adolescenziale: una sorta di amarcord di un’età acerba. Una volta che ci sono andato a vivere, mi sono reso conto che…»
«Che cosa?»
«Non serve il possesso.»
«Bravo. Non si può possedere uno stato d’animo.»

«Infatti. Ma c’ho messo un po’ a capirlo. Passano altri anni e voglio “possedere” la montagna; viaggi in moto sulle Alpi, in nord Europa. Li descrivo nei romanzi, se non fosse anche soltanto per appropriarmi dell’idea. I 600 km di distanza hanno sempre reso vana qualsiasi altra velleità. Adesso, benché attratto dalle vette alpine, ammaliato dalla storia che vi è passata, anche su quella ho indugiato tanto, mi sono “accontentato” della vicina montagna amiatina…»
«Accontentato? certo… mica è uguale eh? Le gloriose vette di dolomia o granito. Documentari, alpinisti. Vicende storiche. Libri, riviste.»
«Ho capito, scusa se sono stato irrispettoso. Ma lì c’è tutto un immaginario, anche un business alla fine.»

Dove girava la ruota di un mulino.
«Appunto! Invece una casetta al limite di una borgata amiatina, a 700 metri, ti ha regalato il piacere di un luogo intimo, lontano dalla frenesia di un quotidiano che si alimenta di aspettative e brucia perennemente ricchezza. Tangibile e di pensiero. »

Riflesso onirico?
«Non posso negartelo.»
«Ma pensavi che non potesse darti niente di più, con la mente rivolta ai pinnacoli trentini o alle piramidi dei 4000 valdostani.»
«È vero: l’ho pensato spesso. Che emozioni potrà mai darmi, aldilà di un intimo pensiero, un bosco di castagni o di faggi o una collina stondata…»
«…se nel tuo immaginario, il profumo e la ricchezza possono provenire soltanto dai larici, dagli abeti e dalle creste di roccia affilate che spuntano da un ghiacciaio?»
«Ora sei tu quello retorico.»
«Scherzavo. Non te ne offendere, ti prendo in giro. Concedimelo… Qui non viene mai nessuno, se non quando è stagione di porcini…»

Mulino ristrutturato: proprietario sconosciuto
«Hai detto poco. E non c’è paragone tra i nostri e quelli alpini.»
«Loro lasciali divertire coi finferli.»
«Sono buoni anche quelli. Ora sei campanilista.»
«Se ero campanilista, stai tranquillo che tutti i Romani, i Senesi, i Grossetani qui non ci mettevano piede…»
«Io sono un Follonichese acquisito. E qui mi è sempre piaciuto. Anche adesso. Ben prima di iniziare a parlare, ho avuto una precisa sensazione.»
«Non essere bugiardo: anche tu sei venuto qua a cercare funghi, o a imparare a sciare… le rare volte che nevica.»

«Non è vero. Cioè, anche. Ma mi sono spesso messo all’ascolto.»
«All’ascolto di cosa? Dei rami? del fruscio? Delle foglie secche?»
«Sai bene cosa intendo.»
«No, non lo so, spiegati. Vediamo se hai le palle, se capisci dove voglio arrivare.»
«No, non capisco, davvero.»
«Certo, come tutti. Nessuno capisce realmente. Parlate di ascolto, ma non sapete neppure cosa significa quella parola. Venite qui, vi appropriate di sensazioni, che credete di percepire, ma non sentite niente realmente. Adesso, se volessi, potrei farti scappare di qui a gambe levate, e senza far alzare un filo di vento, un fruscio.»
«Perché adesso ti sei alterato così? Cosa ho detto di sbagliato?»
«Non è il contesto per i sermoni moralisti, ma venite qui, prendete e cosa portate in cambio?»
«Hai alzato i toni. La tua voce adesso mi sta spaventando e non credo di meritarmelo. Ero venuto qui a fare una passeggiata. Io ho rispetto per la natura, per il mondo che mi circonda.»
«Wow, abbiamo un’anima sensibile. Te la stai facendo sotto, vero?»
«Forse è meglio se me ne torno a casa.»
«Credi di riuscirci? Ti posso far perdere l’orientamento in tre secondi, anzi l’hai già perso. Dov’è il sentiero? Non lo riconosci, vero? Poi è nuvoloso, non ti puoi orientare con la luce. Il torrente è lontano adesso, neppure lo senti. E qui i vostri GPS non prendono.»
«Okay, non facciamo scherzi: tutto questo non è reale. Il Mulino ristrutturato non dovrebbe essere tanto lontano; da lì il sentiero mi riporta al ponte della Zancona.»
«Ehi! Ora dove sei sparito? Oh Cristo, mi sono perso davvero.»
«Oh! Rispondi!»
«Mi sto bevendo il cervello. Ho creduto di parlare col bosco, e lo chiamo pure adesso.»
«Ma qui mi sono perso davvero. Il torrente, perché non lo sento? Eppure quanto ho camminato? Aspetta. Il pendio ce l’avevo a destra, ora qui sembriamo in piano, ma non mi ricordo di essere salito. Però se sto qui vuol dire che sono in cima a questo colle. Quindi… se inizio a scendere… eh, ma se sbaglio versante, e magari mi ritrovo dalla parte di Monticello. Qui è fitto, scuro. Non ho riferimenti. Oh porca miseria. Ho camminato credendo di parlare con il bosco e non mi sono segnato i punti.»
«Ma come si fa a essere così stupidi? Il Bosco… che parla con me e s’incazza pure.»
«Merda, non c’è neanche segnale qui. E adesso che faccio? No, fermo… aspetta: respiriamo. Posso seguire le mie tracce. Ci sono stati tratti con l’erba alta, me lo ricordo bene, ci dovrebbero essere segni del mio passaggio. Da quella parte c’è l’erba, basta che trovi il punto in cui è schiacciata. E questo sentiero? Qui non ci sono passato di sicuro. Sarà questo? Oh madonnina mia santa… dove sto andando?

… … … …
«Ah ah ah! Ci sei cascato eh? Scherzavo: ti ho preso in giro. Eccolo lì il mulino.»
«Oh Madonna! Ma vaff… Me la sono fatta sotto veramente, temevo davvero di essermi perso.»
«Stai tranquillo, è tutto ok. Non ho intenzioni ostili. Anzi.»
«Fammi respirare… ma ti sembrano scherzi da fare?»
«Non ho fatto niente… mi sono assentato un secondo. Ah ah. Dai, scusami. Era un gioco.»
«No no… Mi hai proprio spaventato. Cioè io sto qui e parlo col bosco. E ci credo davvero. Che si diverte pure a farmi degli scherzi. E devo anche stare attento a quello che dico, perché magari è pure suscettibile.
«Prometto: non ti prendo più in giro. Tieni, prendi questo pezzetto di corteccia. Senti il profumo: è abete. Visto che lo ami tanto.»
«Ci sono anche qui?»
«Certo! Più in alto c’è una vera abetaia.»
«Sembra che tu mi conosca bene: cosa cerco, cosa mi piace.»
«Certo. Mica è la prima volta che ti vedo, sai? E lo so bene cosa hai provato, prima di iniziare a parlare con me.
«Bo? A me sembra di essere matto. Okay, continuiamo a giocare. Cosa ho provato, secondo te?»
«La gratitudine.»
«Sì, è andata così. Mi sono sentito grato.»
«Quella è l’unica cosa che potete portare in cambio. Non c’è altro che l’umano possa restituire. Ed è l’unica cosa che vi invidiamo.»
«L’umano fa parte della natura, come puoi invidiare qualcosa che fa parte di te?»
«La natura non ha intelletto. La natura non sa essere grata. La natura si muove e soltanto per reazioni chimiche e leggi fisiche. L’intelletto è solo dell’uomo. Purtroppo spesso lo usate male. Ma quando ci riuscite invece, sapete creare quel contatto. Un attimo. Sì percepisce, non ci sono dubbi che ci sia.»
«Quale contatto?»
«Quel contatto con tutto ciò che è esterno. La forza dei Jedi: te che sei un amante di Starwars, dovresti capire. Scherzo, non esageriamo dai.»

«Ho capito: parli del linguaggio della natura?»
«Neppure. troppe accezioni, matrigna, crudele, benigna, lato oscuro. No. Quelle sono già interpretazioni umane.»
«E allora cosa? Le percezioni di Huxley? Il Peyote di Puerto Escondido o di Castaneda? La caverna di Platone?»
«No, niente di tutto questo. Si tratta invece di uno stato molto lucido. Direi l’affermazione del posto e dello spazio, ma non in senso metaforico, bensì in senso fisico. Come se quel margine, quel confine, la vostra pelle, il vostro sé, si riuscisse a definire e a collocare come in nessun altro momento e cercasse in ciò che vi circonda la traduzione, il linguaggio, l’interfaccia con ciò che invece è puro pensiero.»
«E tu come fai a percepirlo?»
«La natura umana è parte del tutto. Ma è anche unica. E quando vibra così, quando si connette, produce quel momento, solo quello.»
«In nessun altro momento accade?»

«No: è un attimo, ineffabile, intangibile, irripetibile, nel senso che non lo puoi riprodurre. Se ne potrà generare uno nuovo, in un’altra occasione. Ma non quello. Una sorta di rientro nel grembo primordiale.»
E sentite queste parole, mi ritrovo di nuovo da solo. E sono al ponte sulla strada carrozzabile. Se alzo gli occhi, vedo la mia casetta. Mi domando se sono lucido, se credo veramente di aver avuto questa conversazione. Magari i folletti esistono davvero. Parlavo con uno di loro? Con un Elfo? Oppure con un Ent del “Signore degli anelli“. Non posso negare di guardarmi intorno alla ricerca delle tracce del mio interlocutore. Neanche fossi stato Leopardi oppure l’Islandese.
Ma questi luoghi, così come tutti quelli che ho sognato di possedere, mi raccontano che non si concedono a noi, non ci tollerano, ma ci regalano “soltanto” uno strumento per raggiungere un prestito di emozione. L’unica veramente gratuita. Perché tutto il resto è un’arma a doppio taglio.
Raggiungo casa mia, mi butto sulla sdraia nel giardino. Mi cade dalla tasca qualcosa: il pezzetto di corteccia d’abete.

Perché come in un “tempo piccolo” (Califano) se si mischia tonica con la vodka, forse si cerca goliardia, oppure ci si vuole fare errore, o ancora celebrare un evento dell’anima. O probabilmente si cerca soltanto di prepararsi alla spietata nostalgia delle cose che furono.
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Dov’è Casarico? Molto vicino alla “Scuola Carver”

Imparare dalla lettura dei capolavori, ispirarsi, acquisire strumenti, migliorarsi. Non è plagio.
L’esercizio di oggi era continuare dall’incipit di un romanzo famoso, nel mio caso “Piccolo Mondo Antico” di Antonio Fogazzaro, e inventare di sana pianta una storia, una situazione, una scena, un contesto, un’immaginazione.
“Soffiava sul lago una breva fredda, infuriava di voler cacciar le nubi grigie, pesanti sui cocuzzuoli scuri delle montagne. Infatti quando i Pasotti, scendendo da Albogasio Superiore arrivarono a Casarico non pioveva ancora.“
…La Fedora, vedendoli arrivare nella piazza, con poche cose, legate con lo spago, con le vesti logore, consumate dai campi e dai sentieri fra i rovi, si domandò dove fosse la piccola Camilla, a chi l’avessero lasciata. La Cesira si avvicinò e le parlottò all’orecchio un pettegolezzo.
«Ci scommetti che alla fine la bimba l’hanno venduta?»
«Povera creatura, con tutte le famiglie che c’erano ad Albogasio, proprio dai Pasotti doveva nascere.»
«La maledizione si è accanita contro di loro, ma vedi che a proteggere i repubblichini, si fa quella fine. Un Cristo in cielo che ancora scatena la giustizia ci deve essere.»
Quando la Lella di Forni di Sopra si avvicinò alle due:
«Madonbonina!» facendosi il segno della croce «la fate finita di spandere veleno, voi, che Dio vi strafulmini! I Pasotti non hanno protetto nessun repubblichino, anzi. Il pover’ uomo del Genesio, l’hanno rastrellato e la creatura è morta di stenti.»
Le due donne, abbassarono la testa e videro la processione di quella famiglia dimezzata avvicinarsi alla fontana della piazza.
La Lella si affiancò alla carovana e prese le mani della mezzana.
«Vieni, Carolina» ti do un po’ di patate da bollire stasera.
Lo sguardo riconoscente della mamma Frediana si riempì di lacrime e le due comari, prese da una fretta insolita, roteaorono le loro gonne nere urlando “piove”, e si nascosero dietro le porte di rovere delle loro vergogna.
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Londra, racconto nel racconto.
Racconto di pura fantasia, (per fortuna) liberamente tratto dall’ultimo viaggio a Londra, durante il quale mi sono tolto un bello sfizio.
Esercizio composto per il corso che sto facendo alla scuola Carver di Livorno
Mentre esco dalla metro di Tottenham Court, una bella spruzzata d’acqua mi rammenta che 27 anni fa ci beccai, invece, l’unica settimana continuativa di sole che forse Londra ricordi.

L’incrocio tra Tottenham Court Road e Oxford Street. C’eravamo tanto amati allora. In un classico tumulto adolescenziale avrei voluto abitarci, ma ancora non sapevo che il romantico ottimismo dei vent’anni mi avrebbe condotto a viverci quasi da schiavo, se lo avessi fatto.
Poi altre attrazioni, altri luoghi hanno relegato “Big London” fra le tante comuni capitali europee.
Adesso, a cinquant’anni, ho visto una città cambiata nello Skyline e questo mi ha quasi commosso. Non perché mi piacciano i grattacieli – anzi – spuntati ovunque, sulle rive del Tamigi, ma perché una così profonda differenza mi ha fatto sentire quasi attore di questo cambiamento. Io, dalla mia, c’ho messo il tempo in cui sono mancato.



Poi per il resto è tutto uguale a prima: mezzi pubblici favolosi che ti fanno “possedere” la città, quartieri caratterizzati dallo stesso fermento culturale di allora, e ritrovare dentro di me la medesima voglia di farmi travolgere da quell’atmosfera.

Bluffando un po’ sulla destinazione, vagamente Covent Garden, imbocchiamo Denmark Street, la famosa via dei negozi di chitarre:
La mia compagna s’incazza subito:
«Lo sapevo! Ecco perché volevi venire qui!!!»
Denmark Street «No!!! Cioè sì, ma poi ci andiamo davvero a Covent Garden; è qui vicino, veramente… ora però fammi entrare dentro, dai! Sono trent’anni che voglio venire qui a comprare una chitarra.»




Il Negozio Regent Sound «E io?»
«O vieni con me o vai a fare un giro…»
Propende per la seconda ipotesi.
«Ti do due ore al massimo!»
«D’accordo.»
Quando entro dentro il negozio “Regent Sound” vengo investito da un possente odore di legno e vernici. Forse le assi del pavimento, o le casse armoniche? Fatto sta che lo scintillio di elettriche di tutte le fogge, “Tele”, “Strato”, “Les Paul”, in uno spazio così ristretto sembrano una coriandolata improvvisa. Mi giro un po’ intorno, diciamo su me stesso, e individuo la cucciola che vorrei provare. So che comprerò una chitarra: nonostante il prestigio del negozio, della strada e della “tele” stessa, non ha un costo proibitivo.
Quel bellissimo negozio dove ho comprato veramente la mia Vintage 72 Bellissima: appena l’afferro sento le corde metalliche, nuove, che scintillano di vibrato, tintinnano di riflessi e mi restituiscono un suono che quasi mi accerchia. Il manico, agevole e fluido come una pista di ghiaccio, ma caldo come un bagno di acqua termale, mi invita a montarmi la testa. E allora abbozzo “Sultans of Swing“, poi spingo sui “bending” di “Hotel California“, provo dei “fingerpicking” di pezzi di Pino Daniele. Sanno una sega a Londra cos’è la musica mediterranea di Pino, condita di Samba e Bossa Nova. Troppo bello!!!
Dov’è Martina? Penso. Appoggio la chitarra.
«Just a moment! I come back immediately, I’m looking for my girlfriend.»
«Don’t worry…»
…ed esco un secondo dal negozio. Non la vedo: sarà andata a guardare le vetrine all’incrocio tra Oxford Street e Tottenham Court. Dai, non si può perdere in questa zona. Tornerà.
Rientro dentro e riprendo la chitarra e per provarla con diverse sonorità.
«Sì, è lei: ho deciso, la voglio.»
Sì, ma se Martina non torna in negozio… penso. Ha il mio giubbotto con in tasca il cellulare dove tengo le app per pagare. Non la posso neppure chiamare. Sono stato stupido a lasciare tutto a lei.
Torno fuori e provo a chiamarla, ma non la vedo. Potrebbe essere ovunque. Non mi resta che aspettarla. Non sa una parola d’inglese, dove può essere andata? Non sarà lontana.
Che strano, penso: la strada è completamente asciutta. Percorro tutta Denmark Street fino allo sbocco con Tottenham Court. È pieno di pullman rossi e di Taxi neri. Non vedrei Martina se fosse dall’altra parte della strada, c’è troppa gente. Meglio se torno indietro, prima o poi arriverà. Magari si sta avvicinando dall’altro lato della strada.
Quando varco la soglia del negozio, vengo investito da una sorta di brivido e al tempo stesso di scossa. Come se ci fosse stato un terremoto. Mi ronzano le orecchie: mi sembra che mi sia salita la pressione a duemila. La vetrina mi appare diversa, così come il bancone. E non ci sono i due ragazzi che mi stavano assistendo prima. Anzi, c’è un tipo che non avevo visto.
Mi devo reggere a qualcosa, ma è come se mi muovessi a vuoto e non riuscissi ad afferrare niente per tenermi in piedi. E dov’è la chitarra che provavo prima? L’hanno già rimessa a posto? È impossibile, sarò stato fuori un minuto.
Esco di nuovo: non vorrei essere entrato in un negozio diverso. No no, è questo: è Regent sound. Ma che sta succedendo? Poi lei, dove sarà? Ha il mio telefono, il mio passaporto.
È passata quella sensazione in cui mi sentivo quasi sospeso, adesso non mi ronzano più le orecchie, mi sembra che la pressione sia normale adesso. Non è la prima volta che mi succede.
Torno verso Oxford Street: le persone sono vestite in un modo strano. Mi sembra quasi quello stile che non vedevo da più di 20 anni coi pantaloni larghi e le giacche con le spallone grandi. Anche le auto mi sembrano un po’ datate. Le insegne non sono le stesse di prima. Che cazzo sta succedendo? Perché in questo negozio ci sono televisori a tubo catodico?
Dov’è il padiglione della Samsung?
Sei anni dopo, In Italia, negli studi televisivi di una Tv locale.
«Grazie di aver accettato il nostro invito.»
«Grazie a voi.»
«Il caso del suo Filippo è molto simile a quello di cui i mass media, a livello nazionale, stanno parlando adesso. La vicenda di Verona.»
«Sì, Massimilano…»
«Esatto.»
«Signorina, ci racconti il momento in cui è cambiata la sua vita e quella del suo compagno. Come andò quel giorno?»
«Appena arrivati a Londra e sistemati in albergo, per sfruttare il pomeriggio, siamo andati verso Covent Garden.»
«Sorride?»
«Sì, la scusa era quella. Poi lui in realtà voleva andare a comprare una chitarra in un negozio di questa strada di Londra – Denmark Street – famosa per ospitare tutti quei negozi di strumenti musicali. Appena vidi le vetrine, capii che Covent Garden era una scusa. Ovviamente ci ridemmo su. Lui mi disse: ci vediamo fra due ore…»
«E lei uscì per fare un giro.»
«Sì, lui c’era stato altre due volte a Londra. Per me era la prima. Sprecare ore in un negozio era inconcepibile.»
«Per lui era importante.»
«Certo, infatti lo avevo lasciato fare. Prima di partire, la storia della chitarra e di quella strada me la raccontò, tipo: 10 volte… trent’anni che aspettava quel momento.»
«Ma dopo neppure mezz’ora sono tornata lì, perché poi avevo il suo cellulare e i suoi documenti. E L’ho visto uscire dal negozio…»
«E lì è accaduto. Lui guardava dalla parte opposta… come tutto il mondo quando va in Inghilterra.»
«Ma guardi, intanto la strada era a senso unico, quindi in quel caso sarebbe cambiato poco. Era una macchina elettrica: non le senti. Se fossi rimasta lì con lui, non sarebbe uscito a cercarmi. Quello è il punto, e la cosa che non mi perdonerò mai.»
«Mi sembra particolarmente provata da questa vicenda.»
«Convivere tutti i giorni con una persona che non solo è del tutto svuotata da ogni caratteristica di umanità, nel senso di ciò che ci distingue dalle altre specie animali, ma è incapace di qualsiasi interazione… Respira in un polmone d’acciaio, si alimenta con un sondino. Non muove gli occhi. C’è qualcosa di umano in questo? Sono passati ormai sei anni, e di fatto, oggi potrebbe essere benissimo quel giorno di allora, appunto. Il suo stato di salute è rimasto quello.»
«Non ha mai ripreso conoscenza da quel febbraio…»
«…e per i medici, mai lo farà.»
«Fin da subito è stato curato in Italia?»
«Sì, aveva fatto l’assicurazione di viaggio che prevedeva queste casistiche ed è stato rimpatriato senza problemi. Ma col senno di poi, con la consapevolezza che non si sarebbe risvegliato più, era meglio se fosse rimasto a Londra.»
«Perché lo dice?»
«Il dibattito sul fine vita, là è maturo, non è viziato come in Italia da anacronistiche prese di posizione della Chiesa e di tutta quella politica servile che la sostiene…»
«A chi si riferisce in particolare?»
«Via, non mi faccia fare nomi di persone così ridicole.»
«Ho capito, niente politica, è più un discorso di etica.»
«Ma guardi: per me possiamo anche parlare di tutti i governi che hanno fatto finta di affrontare il problema. Il mio compagno da sei anni è un vegetale, non ci sono speranze che si risvegli, e citare l’etica associandola a buffoni e giullari di corte mi sembra un po’… Siamo in una televisione pubblica, non scadiamo nel ridicolo.»
«Lei cosa chiede?»
«Niente, che non si strumentalizzino vicende analoghe. Io non sono venuta qui a raccontare niente a nessuno. Non mi arrogo il diritto di dire cosa è giusto. Io stessa, in alcuni giorni vorrei che lui fosse ormai in pace dietro una lapide di un cimitero, in altri spero che possa sopravvivermi. Chi ha vissuto o sta vivendo vicende simili, sa bene di cosa si parla e non ha certo bisogno delle mie lezioni. Quanti ce ne sono stati di casi tra il mio Filippo e quello attuale di Massimiliano Gherardi a Verona? E prima ancora?»
«Quindi?»
«Io chiedo soltanto ai politicanti e ai preti di scendere sulla terra e smettere di dare lezioni di morali, spesso da un pulpito di immoralità.»
«A quale pulpito si riferisce?»
«Quello di qualsiasi opportunismo. Di chiunque “tuoni” dal proprio scranno verità assolute: di solito appunto, clero e politici o manager»
«È proprio arrabbiata col mondo.»
«Io non sono arrabbiata col mondo. Non ho neppure più le forze per arrabbiarmi. Mi sento sospesa, invidio chi può andare ad un cimitero a piangere su una lapide. Come le ho detto, chiedo soltanto che non venga cavalcata un’onda emotiva per opportunismo.»
«Quella è la chitarra che il suo compagno avrebbe comprato a Londra.»
«Sì, i ragazzi del negozio quando hanno visto la scena, sono usciti e quel giorno hanno chiuso per rispetto. Poi nei giorni successivi li ho contattati e ho chiesto loro se avevano ancora quella chitarra. L’avrei comprata, e fatta spedire in Italia, come se Filippo, in qualche modo potesse percepirla.»
«E invece?»
«Me l’hanno regalata. Me l’hanno inviata tramite un corriere, e con un filmato che gli avevano fatto mentre la provava. Vederlo in quel video … be’.»
«La rimette in pace col mondo?»
«No, la prego, non mi chieda di lanciare messaggi di positività.»
«Allora riformulo: secondo lei, lui la può sentire?»
«Io voglio pensare che lui, in una sorta di dimensione parallela stia facendo il giro dei negozi di quella strada a provare chitarre, in un loop che gli permetta di rivivere quei viaggi, come se fosse in un eterno paese di balocchi e di emozioni.»

-
Riflessioni a Londra che non riguardano Londra.
Sono sul treno di ritorno per Stansted, e poi ci sarà il volo per Pisa.
Le considerazioni che riguardano Londra seguiranno in prossimi articoli.
Pur in viaggio, non potevo non essere raggiunto da ciò che è successo in Italia, a, e dopo Sanremo. E siccome sono cose che ci riguardano, perché: non é che se uno é in ferie oppure non ne é direttamente coinvolto, ci si possa girare dall’altra parte.
“La libertà non è star sopra un albero
Giorgio Gaber
Non è neanche il volo di un moscone
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione”Con questo, partecipare postando un parere o un reel è certo più comodo che stare in trincea negli ospedali, o anche solo andare in piazza a manifestare. Quindi se per qualcuno sarò un ipocrita da divano: bé, come si dice? Non si può piacere a tutti, no?
Detto questo,
Io non “ci capisco niente né di politica, né di economia, né di storia”. Gli esperti e i cervelloni sono altri…
Sono solidalissimo con Israele per gli attentati di ottobre. Ma questo non vuol dire che non lo sia anche con il Popolo Palestinese. Anzi. E viceversa.
A Novembre, a Roma, mi ha commosso imbattermi nelle pietre d’inciampo, come sono arciconvinto che la Shoah e le leggi razziali siano state uno dei più grossi orrori della storia dell’uomo. (Ma non che la schiavitù o il genocidio degli indios o tante altre stragi in nomi di idoli e crocifissi – sulla carta, per il denaro, in realtà – siano stati da meno).
Israele può fare quello che vuole con la sua potenza militare: può distruggere, sradicare, umiliare, “genocidere”. Può spazzare via il Popolo Palestinese dalla faccia della terra.
Sarà la Storia a giudicare e punire i colpevoli. Purtroppo però lo ha sempre fatto con le generazioni successive.
Così però il terrorismo non lo sradichi, anzi, lo fomenti, perché lo alimenti alla sua radice: l’odio. Chi sopravviverà a Gaza, costituirà un humus molto fertile per futuri gruppi terroristici, dopo aver perso uno o più cari in questa follia.
Ma stai a vedere che proprio grazie ai terroristi gli stronzbeeeepzi come “netan…” quello lì insomma – non ho neanche voglia di vedere come si scrive – possono stare al potere.
Il punto è che aver subito la Shoah non conferisce a Israele credito illimitato. Non gli può permettere di indignarsi contro qualcuno che prova a dire che il genocidio in corso a Gaza sia sproporzionato e vada fermato.
Questa indignazione è figlia del pensiero unico, quello che sostiene che solo Israele abbia le sue ragioni. Invece le proprie ragioni ce l’ha anche la Palestina. E parecchie anche.
In RAI, lottizzata, asservita ai partiti, (DA SEMPRE, non soltanto adesso perché c’è un governo di destra) non si può dire. Nella rete pubblica, a domenicain, e altre trasmissioni anacronistiche, decadute e intrise di politically correct non si può parlare liberamente. Ma così è sempre stato.
Peccato perché la Rai è un’azienda piena di tecnici e professionisti di grande livello. Non è soltanto Mara Venier o Bruno Vespa.
E in realtà dovremmo ringraziarla: si sono comportati talmente da idioti che in quel teatro dell’assurdo che sono stati questi giorni, i loro ridicoli scivoloni hanno fatto prendere coscienza ad ancora più persone di qualcosa che è già più che evidente.
Ed è questo che mi fa più incazzare: le operazioni militari continuano soltanto perché, appena termineranno, nethaniau, (sempre come c…zo si scrive), storicamente un guerrafondaio (ora, in più, ostaggio di quei simpaticoni degli ebrei ultraortodossi), verrà arrestato… ma per ora resta lì. A che prezzo?
Per adesso 30.000 morti, 11.000 bambini perché uno cazz…ne e chi lo vota o lo sostiene resti in sella.
Però non si può dire nulla.
Se non dire niente fermasse questo sterminio, staremmo tutti felicemente zitti. Tanto poi alla fine, le parole sono finzioni, vanno col vento.
Ripeto: non conosco né la storia, né l’economia né la politica. Ma non ce n’è bisogno, in fondo: 30.000 morti invece sono troppo reali.
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Il Bisenzio, acqua, valle, storie: intervista al Babbo..
«…raccontami di quando iniziasti…»
«Ah, guarda. Questo è il certificato del Dott. che mi permetteva di iniziare a lavorare a 13 anni.»
«Perché il certificato?»
«Fino a 15 anni non si poteva. Ma siccome s’era una famiglia povera, allora in quei casi, col permesso del dottore. Guarda: questo è il libretto.»


«A 14 anni da compiere, nel 1955 mi assicurano dal Cangioli.»
«Cos’era?»
«Una rifinizione di Vernio. Vedi? L’anno dopo, ancora in una loro ditta.»

«21 luglio del 1955. Non avevi ancora 14 anni.»
«Esatto.»
«E scusa, poi sei andato in pensione nel 1994: 39 anni dopo.»

«Si è poi altri 25 anni di contributi da artigiano.»
«Eh già. La partita Iva della Sas l’hai chiusa nel 2021.»
«Stai sicuro che la mia non è stata una pensione baby.»
«Raccontami di quegli anni.»
«C’è poco da dire ma anche tantissimo. A quei tempi il lavoro c’era. Il tessile aveva un bisogno enorme di Manodopera. In Valbisenzio c’erano ditte, guarda anche Spa: dagli Sbraci del Fu’ Alimo c’ho lavorato fino al ‘58. Il lunedì mattina si doveva avviare la turbina a acqua che faceva funzionare tutto il lanificio. È ancora visitabile la galleria che portava l’acqua. Mi viene in mente il Carbonizzo del Pucci, sul Fiumenta. La ditta più a nord.»

“Vedi? La 127 azzurra anche se qui par verde? Qui sei piccino, con la tu’ sorella e la tu’ cugina Roberta”. «Un è davanti a casa dello zio Remo?»
«Eh si. Vedi la fabbrica sullo sfondo? Poi c’era il Santi, a Fondagnana c’era il Tendi, il Meucci, un piccolo Lanificio, si trovava a Mercatale tra la confluenza del Bisenzio e del Fiumenta. Ma più in giù, dopo Vaiano, c’erano ditte con 7-800 dipendenti. Il Canovai era una di quelle. A La Briglia c’era il Forti: era la Città Fabbrica.»
«Come l’Ilva da me a Follonica.»
«Il Forti era Ebreo. Io non ero nato, ma mi raccontarono che il fascismo, purtroppo, lo cacciò nel 37. Queste aziende dipendevano dall’acqua del Bisenzio. Le gualchiere, le chiuse muovevano ruote di molini che facevano partire gli assortimenti. Il Bisenzio era la vita per noi. Ma non perché ci si pescava. Ogni giorno c’aveva un colore diverso a seconda degli ordini che arrivavano alle tintorie. E poi al Cavalciotto, partivano poi le gore verso la città, che muovevano altre realtà.»
«Ora il Cavalciotto è un parco.»
«A quei tempi era un po’ diverso, ora hanno recuperato tutto. Bene eh…»



«Il Bisenzio ha saputo essere anche cattivo.»
«La foto nel mezzo, si vede che ha scavato a novembre.»
«Guarda il video sotto. Ci credo che ha scavato.»
“Il ponte XX settembre, quel Giovedì notte“ «Via, torniamo a quando vu’ scendevi giù a Prato.»
«E noi si scendeva in treno, qualcuno in pullman.»
«Da dove partivate?»
«Eh… soprattutto chi partiva, c’erano quelli della “foglia tonda”. Erano i più apprezzati perché poveri di natura. Gl’avevano solo il lavoro. Dall’alta valle, da Montepiano, da Cavarzano, da Cantagallo. A piedi s’andava alla stazione di Vernio, appena fuori dalla Grande Galleria. Ma c’erano anche quelli che facevano i 500 gradini per scendere alla stazione di Candilandino dentro la galleria.»
«Dentro?
«C’era una stazione a mezzo. Vicino a dove hanno fatto l’attentato. Quelli di Castiglione dei Pepoli, di Baragazza passavano da lì. Poi c’erano quelli dei Poggi di sotto. Erano gente stanca dello sfruttamento delle fattorie, ma rimasti legati alla terra, coltivavano sempre qualcosa. Erano meno apprezzati perché non davano tutte l’energie al lavoro.»
«E quanto ci metteva il treno?»
«A Vernio partiva alle 5. Il turno iniziava alle 6. Poi c’era quello dell’una per chi avviava alla 2. E poi quello delle 9 la sera per chi faceva la notte. Dalle 10 alle 6 del giorno dopo. Poi c’era anche il pullman della V.e.t.a. Ci metteva di più, però ti portava in ditta.»
«La “Veta”?»

“Guarda la foto: autolinee VETA” «Invece in treno?»
«Quando ho cominciato a lavorare a Prato, s’arrivava alla stazione e ci si divideva in tronconi. Quelli verso via Pistoiese, quelli verso il viale Montegrappa, poi al Fabbricone in Via Bologna, il Franchi, c’ho lavorato. S’era fiumi di gente. 1000-1500 persone che dalla vallata si scendeva a Prato a far girare le fabbriche. Lì alla stazione c’era uno che ci teneva le biciclette. Lo sai quante volte ho portato la tu’ mamma in via pistoiese sulla canna della bici?»
«Non lo sapevo.»
«L’ho conosciuta in treno. Nascevano amicizie, storie. Con la tu’ mamma è stato così.»
«E com’era Prato?»
«Un n’era mica come ora. In via Boni finiva la città.»
«Via Boni, vicino a dove si stava noi?»
«Sì. Vedi, ora è tutto palazzi, case, ma allora c’era un campo, una bottega alimentari e le fabbriche al limite della città. Tra via Boni e Mezzana un c’era mica nulla. Il viale della Repubblica un n’esisteva mica.»
«Ma te cosa facevi in queste fabbriche?»
«Di tutto. Poi sul libretto di lavoro c’avevo la qualifica più semplice, quella di attaccafili, ma si faceva d’ogni cosa.»

«In che anni siamo?»
«Prima che andassi a fare il militare. Guarda questa foto.»

«Maremma com’eri secco!»
«Ero 48 chili. Ma non perché un mangiavo. Era costituzione.»
«E poi quando tornavi da lavorare?»
«S’andava al bar, al cinema, a ballare alle Maschere. Si stava insieme. A casa non ci stavo mai.»


«Guarda il Califfo.»
«Appena comprato.»
«E dopo il militare?»
«Dopo è cambiato tutto. È iniziato il contoterzi, i grossi industriali hanno cominciato a comprare case a Cortina, al Forte, le barche, i macchinoni. E tante realtà sono sparite. Però i terzisti hanno dato tanto lavoro. La tu’ mamma dal Papi, in roccatura, c’ha lavorato tanto. È cominciata ad arrivare tanta gente da tutt’Italia, perché il tessile dava tanto lavoro, si faceva un monte di straordinari. Un operaio a Prato guadagnava il doppio di uno della Fiat.»
«E dal Tempestini?»
«Lì ci sono entrato nel ‘73, poco prima tu nascessi.»
«E questa è storia conosciuta.
«Il Tempestini, io poi lavoravo in filatura alla Neri e Panetta, che era degli stessi soci. Ora la manda avanti il tu’ cugino. Questi sono stati degli eroi. Come loro, Andrea Borelli con la Tessitura Italia, il Bellucci, c’ho lavorato fino alla fine, l’Omega a La Briglia, il Cangioli, i Fratelli Balli, la Nova Fides, il Pecci Filati, la Roccatura Lia, la Rifinizione del Cambi in Via Zarini. Hanno cercato di resistere fino all’ultimo, col ciclo di lavorazioni complete, hanno resistito alla crisi degli anni ‘90, quella del 2000. Poi ce n’è tanti altri che non ce l’hanno fatta o che non hanno voluto. Insomma si sa com’è andata.»
«E ora?»
«Mi viene in mente il Borelli Andrea che ha istituito una scuola per tessitori, come lui, la Nuova Fides. Iniziative per i giovani. O come il tu’ cugino che manda avanti la filatura come facevo io, anche se adesso si chiama in un altro modo.»

“Un s’ha a vede’ che gl’è milanista eh..” 

«Bada, mentre spiegavi come funzionavano gli assortimenti. Qui c’eri ancora te.»
«Eh sì, qui sarà una decina d’anni fa.»
«Mi ricordo, quando si stava ancora in via Erbosa, che a volte mi ci portavi. A me mi sembrava il paese dei balocchi. Poi con le bobine ci facevo le spade.»
«E quando a agosto, si tornava due giorni prima dal mare per andare a ingrassare le macchine e ripartire con il lavoro?»
«Ma poi come mi divertivo con quelle pompette co’ i’ grasso. Certe volte mi sbagliavo e lo davo a’ bulloni, invece che alle valvole degli ingrassatori de’ cuscinetti.»
«Infatti, tu se’ “finio” a lavorare in quel posto dove un si sa fare una sega.»
«No, in politica un ci sono mai entrato…»
«Andiamo, bischero… Mangia!»
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Affetto da ritardo scenico

Il treno è arrivato in orario. Disponi di quasi un’ora prima dell’inizio. Esci con la tua bici dalla stazione, attivi il navigatore, a Livorno sai soltanto dire da che parte è il mare. Per il resto ti ci perderesti.
Pedali per strade deserte di un primo pomeriggio di gennaio. A Follonica era più freddo, ma c’era anche un sole pieno.
Giunto sulla terrazza Mascagni, sembra che tutto stia per crollare. L’orizzonte chiaro rende le nubi scure come il piombo. Nessuno ha sparato, ma oggi l’apocalisse ha scelto proprio bene. Ma, merda, per uno come te che vive in un golfo con l’Elba davanti, qui a Livorno sembra oceano.
Vuoi fare un video mentre sei in bici sulla terrazza, questa cosa ti fa sentire parecchio metropolitano. Tiri fuori il cellulare, e inizi a pedalare lentamente, c’è gente, meglio essere prudenti, pensi. Ti muovi a passo d’uomo, fai fatica a tenere l’equilibrio. E’ una bici da corsa, il sellino è alto, la fodera del cellulare si sposta, ti copre la telecamera.
Cerchi di spostarla, ma non puoi staccare l’altra mano nel manubrio. Ti sbilanci.
Buio.



Hai fatto tardi. Entri nel salone e vedi tuo padre concentrato sullo schermo Tv. Era un mese che non andavi a trovarlo. Sta guardando il tappone Dolomitico. La carovana del Giro sta transitando dalla Val di Fassa.
«Stanno passando da Moena» ti dice «fra poco sono a Pozza!»
«Lo vedo, Papà.»
«Guarda! il ponte sull’Avisio!»
Vedi che gli luccicano gli occhi. Lacrime trattenute stanno per tracimare. Pensi alla foto che tieni sul mobile del salone di casa tua. Sei tra tuo padre e tua madre, più alto di loro, li abbracci con sullo sfondo le Torri del Vajolet che raccontano al mondo l’Enrosadira. È troppo anche per te.
«Telefono a Serena che sono arrivato.»
Entri in quella che vent’anni fa era la tua camera.
«Sere…»
«Sei arrivato?»
«Senti, dobbiamo fare una cosa.»
«Dimmi.»
«Portiamo Papa’ in Trentino.»
«Sei sicuro? Reggerà?»
«Sono passati dieci anni, da quel giorno, ma Il Giro lo aiuterà. Fidati»
Torni in salone.
«Papà, appena è finita la tappa fai la valigia. Fra un’ora partiamo. Lo sai ci vogliono 4 ore e più»
«Per andare dove?» ti guarda sorpreso.
«Domattina c’è la partenza a Canazei.»

Ti gira la testa. Le immagini sul video che vedi scorrono confuse. Senti un fischio, un ronzio. Poi tutto si spegne e nella stanza non c’è più nessuno. Ti hanno detto di aspettare qua. Arriverà qualcuno dello staff e ti diranno.
Le luci sono basse, dall’esterno arrivano delle voci. Vedi che fuori le nuvole corrono rapide. Fanno alla svelta a cambiare l’atmosfera. Vorresti avvicinarti alle finestre ma non puoi. Temi che ogni movimento rovini tutto. Ti chiedi con quali interessi la ripagherai in un’altra vita. La botta di culo che hai avuto è stata ben oltre lo stallone della fortuna.
Disporre di questo slot di ben mezzora per fargli l’intervista dopo la conferenza stampa è qualcosa che forse poteva capitare a Gianni Minà, non certo a te.
Ti accoglie con un sorriso che scioglierebbe anche il dittatore coreano. Gentile anche con lo staff, ringrazia la segretaria per avergli chiamato sua moglie.
Attendi qualche minuto: Camilla forse gli racconta le ultime imprese dei gemelli. Chissà se hanno visto la sfida? Era la prima volta che lei non poteva essere sugli spalti.
Guardalo: ha una tale eleganza che dovrebbero nominarlo imperatore del mondo. Ti domandi se prima di entrare in doccia fosse sudato.
La sala stampa è il suo ambiente naturale. Un addetto gli porta la coppa. È la sesta volta che ce l’ha al suo fianco.
Mentre saluta Camilla, vedi quanto viola e verde lo circondano. Be’ sono i colori sociali del suo club ormai.
Non riesco a crederci: sta camminando verso di me, pensi.
Ti porge la mano.
«Welcome. I’m happy to answer your questions.»
«The pleasure is all mine, mister Federer.»

Questo é l’orizzonte con l’Isola della Troia sullo sfondo, all’interno del Golfo di Follonica. Sono a casa, ieri non sono caduto dalla bicicletta, non ho portato mio padre a Canazei a vedere la partenza del giro – non sarebbe neppure stagione – e non ho intervistato Roger Federer.
A Livorno ci sono andato, in treno più bici, certo, anche sulla Terrazza Mascagni, ma poi ho concluso la mia giornata non al pronto soccorso, bensì alla scuola di scrittura Carver. I trafiletti in corsivo sono estratti e arricchiti da alcuni esercizi fatti ieri in aula. E oggi ho deciso di tirarci fuori un racconto. Tutto qui.
Approfitto per ringraziare gli amici che mi hanno fatto questo regalone che mi impegnerà per tutto l’anno. E ne sono anche ben contento. …E Francesco Mencacci della Scuola Carver per la sua stupenda lezione.
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2 Novembre 2023
Ho dato questo titolo all’articolo, perché non volevo renderlo troppo campanilista, come se ciò che è accaduto a Prato, fosse più o meno grave di ciò che è avvenuto in altre zone della Toscana.
Ho citato Prato perché ci sono nato, perché ci abitano ancora i miei genitori e tanti miei cari amici, a cui sono ancora legatissimo, nonostante ormai i miei quasi venti anni a Follonica. E due settimane prima, infatti era toccato proprio alla città del Golfo.
Voglio iniziare con un video che parla di normalità: Piazza del Duomo, il Sabato mattina. Le campane il ritorno del sereno, quante volte, nei secoli, hanno suonato per la fine di qualche sciagura? 
Piazza Santa Maria delle Carceri e il Castello dell’Imperatore, due dei simboli di Prato. 
Palazzo Pretorio e la statua di Marco Datini due altri importantissimi simboli della Città. Quando ho ricevuto la notizia, il venerdì mattina, come tanti, sono stato colto da una sensazione inspiegabile. Ciò che vedevo spesso sui giornali coinvolgere qualcun’altro, stavolta aveva toccato anche me. La mia famiglia non ha avuto danni, ma tanti amici e conoscenti sono ancora lì a leccarsi le ferite.
I danni più gravi si sono verificati a nord, allo sbocco del Bisenzio dalla vallata. Santa Lucia è stata devastata. Poi a Sud, nelle campagne di Tavola, Seano, tutta la zona bassa di Montenurlo, Agliana, Quarrata. E poi Campi Bisenzio, dove il fiume ha esondato sommergendo la città.
Questo articolo non vuole essere una divulgazione scientifica sul cambiamento climatico che ancora qualcuno si ostina a negare. Sigh.
In questo caso mi rivolgo agli “beep”, che ancora non ci credono. Se nessuno può dimostrare l’attività antropica come motivo del climate change, – certo, magari avete ragione voi, sono i cicli della Terra – ma a prescindere da chi sia la causa, questo non ci autorizza a fregarcene, a inquinare, a far finta di niente, a saccheggiare risorse e a esasperare gli squilibri, perché tanto accadrebbe ugualmente.
Non lo volete proprio capire? Esempio stupido alla portata anche di “quello del Papeete”: Vi brucia la casa e invece di buttarci l’acqua ci buttate la benzina. Questo stiamo facendo noi.








Questa è Campi Bisenzio, ma avrei potuto dire la Romagna a primavera e tante altre ancora negli anni precedenti: la tempesta Vaia in Trentino, le ripetute in Liguria. Se inizio ci si fa notte. Meglio l’interessante l’articolo sotto redatto dal CNR.
https://polaris.irpi.cnr.it/quindici-anni-di-frane-e-inondazioni-in-italia/
Oppure anche questo, meno scientifico, più di cronaca:
https://www.agi.it/cronaca/news/2023-11-28/dati-alluvioni-allagamenti-frane-italia-24176421/amp
Ora sfido chiunque a dire che AGI è una testata comunista, nonostante in questo articolo riporti una scelta “non commentabile” del Governo Meloni. Chi sono io per dire che di solito sono i pifferai populisti, tipo “ciuffo arancione”, come l’ho soprannominato nel mio romanzo, https://alessandrofiesoli.it/2023/08/23/24/ oppure “quell’altro del Papeete” che negano il cambiamento climatico.
Non che dall’altra parte, gente che con la cultura del “Green Washing” sostiene che tutto debba essere ESG – in realtà, per venderlo meglio – faccia il bene dell’ambiente. Anzi così rende scettici gli indecisi e gli invoglia a seguire i pifferai.
I populisti hanno seguìto perché dall’altra parte ci si ostina a parlare un linguaggio che sembra non voglia entrare in empatia con le persone e non voglia ascoltare il loro lamento. Ogni riferimento ai tecnocrati di Bruxelles è puramente casuale.
Il bene dell’ambiente parte da tutti i nostri comportamenti, non soltanto dalle scelte politiche. Ci piace parlare, però non lasciamo la macchina a casa neanche per fare 300 metri. Quando ci laviamo i denti, o facciamo scorrere l’acqua per farla diventare calda, ma nel frattempo ne sono stati sprecati litri e litri, siamo altrettanto colpevoli.
Intanto iniziamo noi. Capisco che l’Italia sia un paese arretrato a livello di infrastrutture rispetto ai paesi del nord, e che per qualcuno sia veramente impossibile rinunciare all’auto, anche soltanto per andare a lavoro. Ma chi può, se può scegliere, se non piove, se ha i treni comodi – guarda quanto sono indulgente – lasci la macchina a casa. Già quello è un passo. Mettete un catino nella doccia: la si usa poi come sciacquone. A fine anno sono centinaia di litri a persona.

















Fotografie ricevute dagli amici che l’hanno vissuta sulla pelle e guardata in faccia.
Giovedì notte a Santa Lucia. Non aggiungo la conta dei danni e il numero dei morti. Non che non siano importanti, ma sono riportati su centinaia di articoli molto più fruibili di questo.
Ciò che poi veramente m’interessa di questo stralcio, volutamente pubblicato a distanza di un mese dalla tragedia – in altro modo non la si può definire – è che non si dimentichi.
Stavolta mi ha ferito più di altre volte perché è accaduto in un territorio a me caro, che dubito abbia bisogno di questo pezzo: loro non si scorderanno sicuramente.
Purtroppo la prossima tragedia farà da detonatore al copione collaudato da molti anni a questa parte di: “mai più”, di rimpalli di responsabilità, di “nuovi e più efficienti protocolli”, di “valzer di poltrone” da parte di “commissari straordinari”. E via via fino a quella dopo ancora.
Non ho la pretesa di educare le persone con due pseudoconsigli come prendere il treno e raccogliere l’acqua che scorre, ma – e credetemi – c’è ancora tanta, tanta gente a pensare che il cambiamento parta “dall’altro”, “che ci debbano pensare i politici, noi poi ci adeguiamo”.
No! non è così: togliere le foglie dai tombini della propria strada non è detto che mi preservi da un’alluvione in cantina: se le fogne non ricevono, c’è poco da fare, ma se non le tolgo, “perché è compito del Comune” allora non c’ho capito niente.
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Non c’è partita

Contro chi o cosa non c’è partita vi chiederete? La risposta è nel racconto scritto lo scorso anno durante il laboratorio di scrittura Derry Lab, tenuto da Sacha e Valentina, che approfitto per salutare insieme ai ragazzi che hanno partecipato con noi. Se non ricordo male l’esercizio era parlare del tramonto, senza retorica, frasi e parole inflazionate e sopratutto senza nominarlo.
Non c’è partita
Il “din” dell’iPhone: è Simona.
“Le tue compagne delle superiori preferite”. E una foto sua con Serena, appena scattata. Belle.
Le avevo riviste a Prato, quasi trent’anni dopo il triennio di ragioneria: un’emozione grandissima. Ero innamorato di loro a giorni alterni. In realtà amavo quel contesto irripetibile. Nei loro sorrisi intravedo appena gli anni trascorsi, ma è soltanto perché lo so.
Un vocale per risposta: «bellissime! Lo siete ora come allora. Belle, belle, belle! Questa è la tua vendetta, Simo, per tutti i video di aperitivi sul mare che ti mando.»
«Grazie per averci paragonato alle tue serate da invidia, ma con noi non c’è partita.»
Quanto è vero Simo, penso. Voi siete un’altra cosa. Quante parole ridondanti, retorica: “il sole che si tuffa come una palla di fuoco… bla bla… e tutta una serie di cariatidi da insulina.
Alla fine il senso è solo uno: Quel momento della giornata è un simbolo antico. Stupore e paura. Desiderio e preghiera. Una costante, da sempre. Come il ricordo che ho di quell’età, di quell’epoca che vi ha permesso di non spegnervi mai.
E in regalo per me l’emozione di essermi preso gioco del tempo. Per una volta. Una sola.
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Svizzera e Francia, intorno ai “4000”. Riflessioni.

La statua di De Saussure a Chamonix De Saussure. La statua nella piazza centrale di Chamonix a celebrarne il ricordo. Inizio da qui. E’ la fine del 1700 e lo scienziato ginevrino guarda verso la vetta del Monte Bianco. Da lì a poco organizzerà la spedizione nella quale Balmat e Paccard, nel 1786, toccheranno per primi la vetta della montagna più alta d’Europa. (Elbrus escluso). L’evento è considerato la nascita dell’Alpinismo. Riporto qui un interessante Link di “inalto.org”, ma la cronaca dell’impresa la si può trovare ovunque. https://www.inalto.org/it/magazine/timeline/monte_bianco_prima_ascensione

Il massiccio del Montebianco visto dal centro di Chamonix Questo è tutto ciò che vedeva De Saussure del Monte Bianco anche se penso proprio che il palazzo a sinistra non ci fosse. La vetta è visibile nel punto più basso della foto. Sulla sinistra dell’immagine, sopra il palazzo, c’è la stazione sommitale dell’Aiguille du Midi: ingrandendo il jpg, la si vede nitidamente. Invece, nei due scatti sotto, la vista da quel punto, per noi nati nella seconda metà del ‘900, e oltre.

La vetta del Montebianco vista dall’Aiguille du Midì 
La sella tra il versante italiano e quello francese La prima è la vetta. Lo sguardo va in direzione dell’Italia, oltre la linea di confine. Dall’altra parte sulla Punta Helbronner, la stazione sommitale della Skyway, utilizzata lo scorso anno, alter ego italiano dell’Aiguille du Midi. Una teleferica le collega e permette, di fatto, in un paio d’ore, senza fare un passo sulla neve, di scavalcare il Monte Bianco. Ci vogliono 200€ a persona. Tanto? Poco? Rispetto alla meraviglia ingegneristica rappresentata dalle due stazioni e alla possibilità offerta, neanche tanto. Ma ai tempi di De Saussure, cosa spingeva una persona a guardare verso le montagne? Niente. Le montagne erano il male, rifugio di mostri, leggende di terrore e non servivano a niente, soprattutto. Oltre i pascoli di alta quota non c’era motivo di continuare a salire. Il turismo non esisteva. De Saussure era uno scienziato; lui sperimentava la pressione atmosferica sul corpo umano, non immaginava certo di costruire una teleferica per scavallare il Monte Bianco. Ma se noi oggi possiamo vedere queste meraviglie, lo dobbiamo anche alla sua visione e all’impresa di Paccard e Balmat.

Il Gran Capucin, visto dall’Aiguille du Midi Il Gran Capucin, tanto caro a Walter Bonatti, che nel 1951 al terzo tentativo riuscì per primo a conquistarlo lungo l’impossibile parete est. Riporto il link di GognaBlog che ne magnifica l’impresa: https://gognablog.sherpa-gate.com/il-grand-capucin/

La spaventosa seraccata che scende verso Chamonix 
Il Gran Paradiso 
Il Grand Combin In dettaglio, più ingranditi, sulla destra Il Gran Paradiso in Italia, il Monterosa visto dalla parte opposta rispetto alla celeberrima “Parete Est, (A proposito: vi dice qualcosa? https://alessandrofiesoli.it/2023/08/23/24/) e il Gran Combin sulla sinistra.

Le Gran Jorasses e il Dente del Gigante 
La Stazione dell’Aiguille du Midi Per dovere di cronaca una foto dello scorso anno, quando abbiamo utilizzato la Skyway da Courmayeur sul versante Italiano. Non me ne vogliano i francesi, ma visto dall’Italia, il Pilone Centrale è molto più bello.

Il versante Italiano Un video dalla terrazza Sommitale dell’:

Non c’era neanche tanto vento. Adesso, se possiamo ammirare tutto questo e perdercisi, lo dobbiamo a gente che ne ha avuto la visione e a altre persone che l’hanno realizzata.
La Svizzera
Crans-Montana, costosissima, come tutta la Svizzera del resto, ma lo sapevo bene, ci ha ospitati per cinque notti. Un bellissimo appartamento, con una vista straordinaria, a un prezzo, tutto sommato, accettabile, ci ha permesso di cenare a casa: ebbene sì, qualcuno dirà che sono andato a fare il tirchio. Se lo pensa mi dispiace, ma se per cenare fuori, non ti bastano 200 Chf prendendo un vino, io mangio a casa. Parere del tutto personale: profondo rispetto per chi opera in quel settore. Ma in realtà c’è altro. È che sopratutto, davanti a certi prezzi, conoscendo queste etichette, ci penso due volte.

Una buona parte di questi vini si trovano al supermercato dai 20 ai 50€. Ora da 20€ a 210€ ci vuole ben altro che i dazi, che a quanto mi risulta non applichiamo. Gli Svizzeri se lo possono permettere? Beati loro. I loro stipendi sono in linea con questi prezzi? Può darsi, ma il mio no e allora ceno in appartamento. Anche perché con questa vista ti viene poca voglia di uscire:


Il Weisshorn 4505m, all’alba e al tramonto diventa rosa.


Anche la luna ha dato spettacolo:



Ma i 4000 Svizzeri non sono soltanto il Weisshorn: da Laukerbad si possono ammirare tutti:

Il Dom 
Il Cervino e Dent Blanche Il Dom 4545m, la più alta cima completamente in territorio svizzero (Il Monterosa 4633, è condiviso con l’Italia). Il Dent Blanche 4304m sulla destra, il Cervino 4458m sulla sinistra.
Adesso vorrei fare una riflessione su ciò che rappresenta quella zona in particolare, all’interno delle Alpi. Allego degli screenshot estratti da un applicazione per escursionisti: FATMAP.



Parto dall’ultima: Questa cresta di montagne, un lungo crinale, nasce più o meno dal Dent d’Herens e degrada perpendicolarmente fino alla valle del Rodano. Il Weisshorn, che vedevo dal mio appartamento, ne è il protagonista. Nell’immagine centrale invece si vedono in alto: la cresta del Monterosa e un crinale che comprende anche il Dom. Nella foto iniziale una visione d’insieme di queste gruppi, divisi dalla valle di Zermatt. Adesso invece un’immagine ancora più indicativa: rispetto alle canoniche raffigurazioni nord-sud, questa è invertita, con l’Italia a testa in giù. La Pianura Padana in alto, e le Alpi, comprese quelle Bernesi in basso. Questo è il cuore d’Europa, da cui tutto è nato.

Siamo abituati a pensare alla Natura come un qualcosa di immutabile. L’ambiente che ci circonda ci appare eterno. In realtà noi siamo qui, perché questo ambiente evolve. Le montagne si sollevano dal fondo dei mari, raccolgono le nevi, le nevi formano i ghiacciai, i ghiacciai i fiumi, e i fiumi scavano i fianchi delle montagne, creando le pianure alluvionali. La nostra Pianura Padana è figlia del versante sud della catena alpina. Il Po e tutti i suoi affluenti, hanno permesso lo sviluppo della vita. E dall’altra parte la stessa cosa hanno fatto: 1) il Rodano che nasce dal ghiacciaio omonimo, formatosi dalle Alpi Bernesi; 2) Il Reno che sgorga invece dai fianchi del San Gottardo; 3) poco più a nord, nella Foresta Nera si genera il Danubio. Po, Reno, Rodano e Danubio; ognuno di loro sfocia in un diverso mare. I fiumi, figli di queste montagne, creatori delle pianure in cui si è sviluppata la storia d’Europa. Nello spazio di qualche centinaio di chilometri ha origine l’intera nostra storia. Pensiamo a quando il Rodano divideva Roma dai Galli e poi il Reno e il Danubio sono stati il limes dell’Impero Romano. Le montagne hanno generato culture tanto diverse.
Una visione d’insieme dal Gemmipass: a Leukerbad, il paese sotto, si trovano le più alte terme d’Europa.

Rispetto al Dom, al Weisshorn e al Dent Blanche, il Cervino è più defilato. E a proposito di Cervino, eccolo nella sua immagine più canonica. Se il Montebianco è più affascinante dall’Italia, il Cervino più bello lo si vede da Zermatt.

Il Cervino Zermatt: da questo momento chi non ama la “polemica” (o le cose dette per come sono, senza tanto politically correct) può smettere di leggere e se gli starò ancora simpatico, può ripartire da Berna. Se si sente offeso “‘mi dispiace”. Nessuna intenzione di farlo, ma questa cosa mi risuona così.


Queste sono le foto che ho scelto di Zermatt.


Vi chiederete: perché foto di cantieri o gru con tutte le cose belle che ci possono essere nella celebre località alpina? Perché, benché agli occhi di qualcuno, anche io sembrerò ipocrita, a me le chiacchiere e le mani di verde, date per definirsi ESG, (Enviromental, Sustainble e Green) e poi comportarsi come i peggiori palazzinari della più bieca suburra delle periferie delle metropoli, stanno sulle scatole. A Zermatt ci arrivi solo in treno. Dal paese di Tasch, una macchina da guerra composta da un megaparcheggio e una frequente linea di treni ti porta a destinazione. Perché Zermatt ha dichiarato guerra alle macchine! Bene! Peccato che sia un cantiere a cielo aperto: stanno costruendo ovunque. E cosa? Alberghi extralusso, perché la signora griffata, vestita con le più costose marche, che neppure sa accostare – per decenza non l’ho fotografata – che non si rende conto quanto è ridicola, è felice di spendere 10.000 Chf a notte per dormire qui.

Ma io mi domando: l’ospite di questo hotel sa cosa significa montagna? Conosce la storia del Cervino? Sa cosa ha fatto Bonatti nel 1965, https://www.loscarpone.cai.it/dettaglio/walter-bonatti-capolavoro-cervino/ 100 anni dopo la conquista della vetta da parte di Wimpher? Sa cosa successe invece in quella tragedia di un secolo prima? https://www.montagna.tv/163776/14-luglio-1865-vittoria-e-tragedia-sul-cervino/ O pensa che coi soldi possa comprare tutto e vestirsi di “beep” solo perché è griffata? Non so se lo ritiene lei, ma sicuramente ci contano gli impresari che stanno costruendo ovunque. Perché sembra che l’unico turismo che conta sia solo quello extralusso che attiri miliardari, possibilmente russi fino a qualche anno fa, adesso gli arabi, perché sono alleati nella realpolitik, benché non conoscano il significato della parola diritti umani. E che non mi si dica che coi soldi che questa gente mette in circolo, si da lavoro e si pagano stipendi. Gli stipendi si possono erogare anche costruendo cose veramente ESG, perché è una sigla che ha un preciso significato e non vuol dire 10.000 CHF a notte. Anzi probabilmente ne è l’esatto opposto.

Non sono contrario agli impianti di risalita, benché alcuni siano cazzotti negli occhi. Non tutti si nasce scalatori o sportivi. Gli impianti permettono a chi, non soltanto per pigrizia, ma proprio per impossibilità, non riuscirebbe mai a raggiungere alcune zone. Uno come me, sull’Aiguille de Midi se lo sogna di arrivarci: posso camminare, ma scalare certe verticalità è roba per gente come Barnasse, o Confortola o Simone Moro. alpinisti che io paragono a Bonatti per il coraggio, anche di restare fedeli ai loro valori e che stanno cercando di divulgare un’idea davvero sostenibile di montagna, una cultura soprattutto. Io non ho né il loro coraggio né la loro preparazione, ma non sopporto che un qualsiasi cafone arricchito ché si può permettere di spendere 10.000 Chf a notte, possa guardare il Cervino dalla sua vetrata personale nella suite imperiale senza omaggiare le persone che hanno fatto della montagna una ragione di vita. “Tutta invidia la tua”, dirà qualcuno. A me non me ne frega un “altro beep” di vedere il Cervino dalla vetrata della mia suite. Preferisco ammirarlo da un sentiero, camminando, perché soltanto così, soltanto conoscendone la storia, ne raggiungo l’essenza. E probabilmente godo molto di più del bifolco di turno col portafoglio a fisarmonica, che è pure incazzato perché ha lasciato la sua fuoriserie alla stazione di Tasch.
Tuttavia Zermatt non è soltanto quello che ho detto fino ad ora. Al di là del Cervino, ci sono panorami straordinari. Mi hanno colpito le gole del Gornergrat https://www.myswitzerland.com/it-ch/scoprire-la-svizzera/gola-del-gorner/




Ecco, questo è un intervento dell’uomo che apprezzo. Parere sempre del tutto personale.
Berna
E ora, chi non sopporta i polemici, perché gli sarò sembrato tale, se vuole può continuare a leggere: adesso è tutto molto più dolce.

La capitale svizzera è un piccolo gioiello: multietnica, estrosa, ma riservata; monumentale, ma essenziale. Il centro storico è raccolto nell’ansa del fiume Aar. N.B. La gente ci fa il bagno: l’acqua è trasparente.
E poi è la città degli orsi. In una sorta di zoo soltanto per loro, sulla riva del fiume, due orsi adulti e un cucciolo si mettono in posa per i turisti. Anche io gli ho fotografati, è la prima volta in vita mia che ne vedo, ma a me sembravano molto tristi e annoiati. Magari è una mia suggestione. Quindi non ne pubblico foto. Tornando alla città,


i ponti ne sono una caratteristica affascinante,


ma anche le torri e i campanili






Città di portici e di negozi sotto strada.


E sullo sfondo le Alpi Bernesi, altra famiglia di 4000. Si riconoscono male, ma sono l’Eiger, il Monch e lo Jungfrau, che dominano Grindelwald.

Da Grindelwald sale un trenino a cremagliera che porta allo Junfraujoch, la stazione più alta d’Europa a oltre 3500m. https://www.myswitzerland.com/it-it/destinazioni/jungfraujoch/. Da lì si ammira il ghiacciaio dell’Aletsch, il più grande d’Europa. Probabilmente è anche la tratta ferroviaria più costosa d’Europa. Nel 2009 spesi l’equivalente di 120€ per salirvi. Stavolta non ci sono tornato, ma voglio comunque pubblicare alcune foto di repertorio.

Il Ghiacciaio dell’Aletsch Avevo quindici anni in meno. Da lì si camminava sulla sella tra l’Eiger e il Monch.


Non tornare ai piedi dell’Eiger mi è dispiaciuto. La sua parete nord è stata considerata a lungo impossibile da scalare. https://qui-montagna.com/eiger-e-il-mito-della-parete nord/#:~:text=L%27Eiger%2C%20che%20sfiora%20i,alla%20compravendita%20di%20un%20terreno.

La vetta dell’erger Non è corretto, lo so; si tratta della foto di un altro viaggio, non sarei veramente riuscito a tornare a Grindelwald ma non potevo non dedicare un’immagine dell’unico quattromila che non lo è. In effetti misura 3967m.
Infine, cosa mi porto a casa da questo viaggio?
La Svizzera è meravigliosa, ricchissima di natura, paesaggi straordinari, da cartolina. E il tutto rappresentato con un’armonia perfetta. Niente che appaia artificioso, pompato. Né le città o paesi, né gli scenari naturali attrezzati per i turisti o gli escursionisti. La natura è rispettata e potenziata, a prescindere dalle considerazioni personali scaturitemi dalla visita a Zermatt.
Ah già, dimenticavo un must delle Alpi: i laghi d’alta quota; benché artificiale, appunto parlando di potenziamento della natura il lago di Tseuzier: https://www.myswitzerland.com/it-it/scoprire-la-svizzera/diga-di-tseuzier/

Il Lago di Tzeusier Una diga può creare uno scenario bellissimo, purché non ci si speculi sopra e non porti a tragedie come tante che ben conosciamo.

Le città sono dei piccoli gioielli, tradizione, modernità, funzionalità. A Berna ho dedicato una parte specifica. Qui invece qualche immagine di Sion, nella valle del Rodano:






E’ un paese ricchissimo, che sa anche vendersi bene, dove c’è un profondo senso del pubblico, che è al servizio del privato e dal privato è composto; rispettato e protetto da un senso civico encomiabile. Non c’è antagonismo: lo stato non è visto come un nemico vessatorio del cittadino, che non tenta di fregare lo stato e dallo stato è quindi tutelato. E’ che non esiste proprio la dicotomia. Pubblico e privato sono l’uno parte dell’altro. Stato e cittadino sono le due facce della stessa medaglia. Quasi come noi, vero? Scusate, mi è scappata. Ma tutto questo lo sappiamo già.
In ogni caso, detto questo, non ci vivrei mai; nonostante tutta la nostra imperfezione e bassa autostima, preferisco di gran lunga l’inciviltà italica. Passato in Francia, rientrato in Comunità Europea mi sono sentito meno “pezzente” ma non perché noi lo siamo rispetto agli svizzeri. Culturalmente, non me ne vogliano, ma non è un caso se sono divisi in cantoni dove si parlano tre lingue diverse. E’ che lì mi sono sentito solo. Forse tutta quella perfezione, e quell’efficienza sono quasi aliene per la nostre abitudini. E poi, insomma, l’Europa io la percepisco davvero, non la vivo soltanto come una tecnocrazia di regole, lacci e laccioli. E quando non sei in Europa, prega che non ti succeda niente, perché non è detto che l’assicurazione di viaggio ti copra.
Ultima cosa, importantissima: cosa l’ho comprato a fare l’adattatore per il GPL se non ci sono neppure le stazioni di servizio che lo erogano? Già… in Svizzera non serve: è un carburante superato…
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Mio fratello non si sveglia
Lo scorsa estate, durante il corso di scrittura creativa tenuto da Valentina Santini e Sacha Naspini, insieme ai ragazzi del Derry Lab, che approfitto per salutare, fra i vari esercizi, ci veniva richiesto di comporre un racconto strutturato in un dialogo puro, senza alcuna descrizione da parte di una figura narrante. I protagonisti dovevano essere figure non omogenee, differenti per genere, per età o per provenienza territoriale sviluppando pertanto “voci” diverse. Allora immaginai un dialogo telefonico di questo tipo.

«Mio fratello non si sveglia!»
«Mi dice il suo nome e cognome e da dove mi chiama?»
«Sono Isabella. E tu chi sei?»
«Il 118, mi sta chiamando lei.»
«La mamma mi ha detto che devo sempre chiedere chi parla, anche se chiamo io.»
«Ah… ho capito …Allora Isabella: io sono Eleonora. Quanti anni hai? Io ne ho trentadue.»
«Sei.»
«Brava, Isabella, sono contenta di conoscerti. Senti: perché hai chiamato il 118?»
«Me l’ha detto la mamma: se mi trovo in casa da sola e mi viene paura devo fare quel numero.»
«E dov’è mamma adesso?»
«È in cielo.»
«E ora sei sola, Isabella?»
«No.»
«E allora perché mi hai chiamato? Cosa ti è successo? Raccontamelo.»
«Ho paura!»
«Cosa ti spaventa Isabella? Lo vuoi dire a me?»
«La luce è andata via e io ho paura dei fulmini.»
«Ascoltami, Isabella, guarda fuori in strada e dimmi se i lampioni sono accesi.»
«Sì.»
«Cosa ti farebbe passare la paura adesso?»
«Che mio fratello corresse ad abbracciarmi. Quando ci sono i temporali lo fa sempre.»
«E stavolta non l’ha fatto?»
«Te l’ho detto: non si sveglia.»
«Dov’è?»
«Nel suo letto.»
«Quanti anni ha lui, Isabella?»
«Ventuno.»
«E vostro padre dov’è?»
«È in cielo con la mamma.»
«Tuo fratello si occupa di te? Qual è il suo nome?»
«Maurizio.»
«L’hai chiamato forte?»
«Gli ho dato i pugni sulla pancia!»
«È tornato tardi ieri sera? C’è un odore cattivo nella sua stanza?»
«No, adesso no.»
«Perché, prima c’era?»
«Sì, quando usciva con gli amici tornava sempre tardi e ubriaco.»
«E ieri sera?»
«È tornato alle dieci dal lavoro. Come sempre. Da quando babbo e mamma non ci sono più, Maurizio non va a bere con gli amici.»
«E tu stai da sola tutto il giorno?»
«Sì, ma lui mi ha ordinato di non aprire a nessuno e non accendere il gas e il forno, e neanche giocare con l’acqua.»
«Isabella, sei una bambina bravissima. Dove abitate tu e tuo fratello?»
«La mamma mi ha detto che non devo mai dare il mio indirizzo.»
«Giusto. Ti ha dato un consiglio che dovrai sempre seguire. Ma se non sappiamo da dove mi chiami come facciamo a svegliare Maurizio? Hai mai visto delle macchine bianche con la luce blu sopra che gira?»
«Sì. Le ambulanze.»
«Esatto. aiutano chi non riesce a svegliarsi da solo. Ne verrà una a casa tua fra pochi minuti, ma tu devi aprire. Fai così Isabella: quando suoneranno, guarda dalla finestra. Se vedi le luci blu, corri al citofono e chiedi “chi è”. Ti risponderanno “ambulanza”. Se non sono loro, non aprire per nessuna ragione.»
«Tu non vieni?»
«No, tesoro, io devo aiutare altre bambine che non riescono a svegliare il proprio fratello. Allora mi dici dove abiti?»
«In via Nettuno al dieci.»
«Brava Isabella. Sei stata coraggiosa …e da oggi lo dovrai essere ancora di più…»
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Abruzzo, straccetti di viaggio.
Settembre 2023
Campo Imperatore

Inizio con una fotografia dell’ultimo giorno. Per un amante delle montagne come mi ritengo di essere, non potevo scegliere immagine più iconica: il Corno Grande del Gran Sasso d’Italia, visto dalla piana di Campo Imperatore. Al mattino, la luce lo colpisce frontalmente e lo rende più prominente di quanto già non sia. Le vette appenniniche, solitamente stondate e relativamente basse rispetto alle Alpi, in Abruzzo si trasformano in queste meraviglie. Su Instagram, qualche giorno scrissi: “Le Montagne non sono soltanto una risultanza geologica. Alcune di loro posseggono quarti di nobiltà. Sono Guardiani, Divinità, Sentinelle di Ere. Si stagliano in armonie impensabili e bellezza terribile.“



Campo Imperatore visto dalla Sella dell’Osservatorio. La prima volta in assoluto in vita mia in cui l’ho percorso in moto. Temperatura ideale, tra i 16 e i 20 gradi, lungo strade dotate di una scorrevolezza quasi sorprendente per gli standard italici. Giunto lassù, mi sento proiettato in una dimensione multipla. Ammetto che di fronte ai contesti di viaggio, spesso mi tuffo nella memoria di esperienze precedenti, mi produco in raffronti nel tentativo di riacchiappare la morbidezza di una sensazione passata. Bene: ho avvertito un po’ di selvaggia nudità del Passo Gavia, la lunga ventosità del Piccolo San Bernardo, ai piedi del Monte Bianco lungo il confine Italia Francia. Ma vi ho sentito anche tante Highlands Scozzesi. Forse il clima, quasi di tempesta, le morbide rotondità di colline levigate dal vento a quello mi hanno riportato.



Su questi altipiani, lungo questi sentieri battuti da tracce di cavalli, vennero girate anche le più belle scene dei film spaghetti western. Mancano i segni della presenza umana: non c’è un casolare, un fienile un palo dell’elettricità. La pietra calcarea, brulla e spoglia è l’ambasciatrice di quell’immaginario ambientato fantasiosamente nei deserti messicani o del west americano più estremo.


Ma il nostro viaggio inizia a Castelluccio di Norcia, dove ancora sono ben evidenti i segni dei vari terremoti che si sono succeduti negli ultimi 10 anni.
Castelluccio di Norcia



Prima di arrivare a Campo Imperatore, attraversata la Piana di Castelluccio di Norcia, ai piedi del Monte Vettore, in un omaggio ad un viaggio di sedici anni prima, al quale due componenti del nostro gruppo hanno partecipato, abbiamo reso protagoniste le nostre moto, come si usa fare tra Bikers.

La data riportata in alto non è attendibile; Il surrogato di Gopro utilizzata azzera il datario ogni volta che si accende. Pazienza. Per la cronaca era il 7 settembre 2023.
Amatrice
Scesi ad Amatrice l’impatto è indefinibile. Qualsiasi aggettivo saprebbe di retorica e forse sarebbe irrispettoso. Non voglio giudicare: né le persone, né lo Stato, né gli aiuti, né l’attuale situazione. Non posseggo le capacità, e neppure le informazioni per poter esprimere una valutazione pubblica. Anche perché il mio parere non conta e non interessa a nessuno. Mi auguro soltanto che le immagini suscitino al fruitore del blog le stesse sensazioni vissute da me. Accadde tutto nell’agosto del 2016



Del centro storico di Amatrice non è rimasto più niente. La zona rossa, circondata dai new jersey, sembra un campo di battaglia dopo un bombardamento.





Per rispetto non ho voluto fotografare le unità abitative, ma la zona commerciale nuova, sulla spianata, ospita le varie attività. Curiosa, e al tempo stesso commovente, la zona dei ristoranti, ricostruiti tutti con la stessa impronta, insieme, affiancati l’uno all’altro. Giusto, sbagliato, un surrogato? Ripeto: non giudico, ma che ammiro il coraggio mi sento di dirlo.

Due facce di un evento, lo stesso per genere, identico per la commozione suscitata nella nazione, analogo per la conta dei morti. Sette anni prima nell’Aprile del 2009 è toccato al capoluogo.
L’Aquila

La piazza centrale è un cantiere a cielo aperto, ma l’impressione è di trovarsi di fronte ad un’opera di imponente trasformazione, di quelle coraggiose che rivoluzionano le città. Il passeggio in centro, un gioiello, non fa pensare alla tragedia di 14 anni fa.




Tango argentino e poco più avanti musica irlandese.
E spruzzate di colore.

L’Aquila, tra artisti di strada e strade che si esprimono, mostra un ritratto dolce, accogliente, accomodante, ma appena esci dal quadrilatero del salotto buono, riporta indietro al 2009. E, forse, bene così. Anche in questo caso non giudico, non valuto, non mi esprimo sul fatto che ci siano ancora palazzi armati, semplicemente messi in sicurezza. Ci possono essere mille motivi, di qualsiasi natura, ereditaria, economica, d’interesse pubblico. Ma ciò che salta agli occhi è la testimonianza.
E c’è lo spazio anche per la festa, per il ludico:

Siamo vicini alla fontana delle “novantanove cannelle”. Ma dietro il codazzo dei festeggiati, spicca questo movimento.

E’ soltanto una delle innumerevoli testimonianze di un tempo che si è fermato quel 6 aprile del 2009.






Le impalcature, gli esoscheletri delle costruzioni che probabilmente non verranno mai rimosse, chissà, alternano cartelli a segnalare una ditta appaltatrice, ma anche lucchetti, delimitanti qualcosa che non viene aperto da chissà quanto.


Una suggestione profonda poi nella facciata di questa chiesetta romanica, una delle novantanove che dovrebbero popolare L’Aquila secondo la tradizione. Sopravvive soltanto perché il ponteggio le impedisce di aprirsi in due.

L’Aquila è tanto altro. Mi sono limitato a questo confronto tra una città che sta risorgendo e un’altra, Amatrice che probabilmente non risorgerà mai per come i suoi abitanti la ricordano. L’accoglienza ricevuta non ha mostrato le ferite, forse troppo profonde da rivelare ai turisti, a noi vacanzieri del fine settimana: ha dispensato sorrisi, simpatia. Buona cucina e ironia, sulla spianata dei ristoranti, giocavano con lo spirito della sagra paesana e l’identità da esportare per sottindendere di essere ancora vivi, vivissimi.
Castel del Monte






Cartoline da Castel del Monte che ci ha ospitatato per due giorni dopo la prima notte ad Amatrice. Anche qui è una questione di luce. Sempre lo è: al mattino presto, quando ho esplorato le piccole e labirintiche strade del castello, e durante il tardo pomeriggio, quando l’impatto visivo della luce bassa e giallognola apre un portale del tempo sulla visione d’insieme del borgo.

Prima di tornare a casa, un passaggio ancora da Campo Imperatore. Indugiare sugli aggettivi per magnificare quel luogo, provocherebbe soltanto una stucchevole ripetizione di qualcosa che prima di me tanti avranno certamente detto meglio. Io so cosa mi ha lasciato, so cosa ho provato mentre davo gas su quelle piste – così mi piace chiamarle, come facevano le carovane dei coloni durante i film western – mentre quel contrasto policromatico di rocce, erba, alberi, pascoli e cielo, si infilava col vento nel traforato del giubbotto di pelle.
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Temporale
Racconto fresco fresco, uscito così in questo anticipo d’autunno. Foto vecchia di qualche anno scattata dalla spiaggia di Senzuno a Follonica.

Temporale
Provo a chiudere gli occhi. Cerco di lasciarmi andare il più possibile concentrandomi sulla respirazione. Non ho mai saputo capire bene se la sonnolenza vale come rilassamento.
Un rumore richiama la mia attenzione: sembra provenire dall’altra stanza, come qualcosa che viene trascinato. Non riesco a identificarlo benissimo, ma non credo che stiano spostando alcunché.
Cerco di ignorare questo elemento di disturbo e tento di nuovo di rilassarmi. Poi mi rendo conto trattarsi di un temporale. Sì, è decisamente un temporale e queste mi sembrano anche le prime gocce di pioggia.
È una bellissima sensazione, voglio darle importanza. Basta coi “temporali” sinonimi di nubifragi. Bomba d’acqua, conta dei danni, cambiamento climatico, responsabilità, comunità scientifica ignorata, fenomeni estremi, masse di aria calda eccessive contro masse di aria fredda etc. etc. Letture deterministiche. Principi di causa effetto.
Invece senti com’è ancestrale. Non riesco a capire se si avvicina o si allontana. E la pioggia resta così, accennata, iniziale. Vorrei alzarmi e andare alla finestra a guardare; quante volte da piccolo mi mettevo dietro il vetro a vedere piovere. Adesso non lo faccio più, ma c’era tanta ricchezza in quel linguaggio emozionale.
Non lo so perché sto provando questo piacere. Forse a causa dell’ennesima torrida estate passata a disgustarmi nella visione delle transumanze turistiche.
Ma com’è bello questo temporale, che piacevole sorpresa è stata oggi, in un momento in cui ho bisogno di sensazioni più intime, più riflessive, più autentiche.
Mentre produco questo pensiero il dottore entra nella stanza, stoppa la registrazione, torna il silenzio e mi chiede: «tutto bene?» togliendomi gli aghi dal corpo.
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Sfoltimento
Quello che segue è un racconto, frutto di un esercizio compiuto attraverso un Laboratorio di scrittura, a cui ho partecipato nella scorsa estate. Ci saranno altri articoli, altri racconti che pubblicherò nei giorni a venire. Fu un esperienza divertente, ma soprattutto proficua. Grazie anche a certi lavori, e all’aiuto di persone preziose, conosciute in queste occasioni, si riesce poi a vedersi pubblicato un romanzo.
La foto sotto è un bianco e nero scattata da me sulla spiaggia di Follonica. Lascio aperta l’interpretazione rispetto all’immagine.

Sfoltimento
“Le porte del palazzetto sono state serrate dall’esterno. C’è solo un modo per non uscire da qui in orizzontale. Ho ventiquattro ore e conosco bene il luogo: se sopravvivo fino all’oscurità ho qualche probabilità in più di essere l’ultimo dei dodici. A volte non emerge un unico superstite: lo estraggono a sorte e terminano gli altri.
Nel turno di ieri, alle due del pomeriggio era già finita la carneficina. Il vincitore aveva fatto parte dei “corpi speciali”. Non c’è stata storia.
Che io sappia non ci dovrebbero essere esperti nella batteria di oggi. La crudeltà è che qui ci sono anche dei miei amici.
Appena danno il via, corro nel tunnel degli spogliatoi: cammino basso e rasento il muro per guadagnare le gradinate. Volto un angolo e vedo un tizio: è di spalle. Prendo la mira, ma poi mi blocco. Così non me la sento: ci sono delle regole morali, anche quando tutto è permesso.
Non abbiamo i silenziatori, dicono che così è meno dura poi. Esplode un primo sparo. Forse già una vittima. Il fragore frantuma l’ambiente chiuso e opprime lo sterno. Allarmato, il mio obiettivo si appiattisce al muro e non mi vede, ma io si: È Gianni!
Merda… Inizio a sudare, penso a De Andrè “sparagli Piero, sparagli ora…” “…se gli spari in fronte o nel cuore soltanto il tempo avrà per morire…“ “…e mentre gli usi questa premura, quello si volta, ti vede ha paura e imbracciata l’artiglieria non ti ricambia la cortesia.”
Lo colpisco al centro delle scapole. Il rinculo mi sposta indietro di un metro. Cade faccia a terra. Non ha un sussulto, non ha un tremito. Perché ti sei messo una camicia bianca, Gianni?
Vacillo, vomito, mi cattura un tremito incontrollabile. M’infilo in uno stanzino. Non c’è niente per bloccare la porta: non è permesso nascondersi, ma ho bisogno di un attimo per annientare le lacrime. Mi passasti il compito di ragioneria, amico mio.
Quando toccherà alle donne, la speranza che Sofia ce la faccia è l’unica cosa che mi dissuade dal puntarmi il fucile in bocca adesso. Faciliterei il programma.
Il rapporto di uno a dodici è il massimo consentito. L’Italia ha siglato un’intesa di cinque milioni di superstiti lavoratori per gestire tutte le automazioni industriali. La selezione dei più forti sosterrà il futuro del paese. Le nazioni del G8 hanno sottoscritto il memorandum di sfoltimento per i soggetti con ISEE sotto i cinquecentomila dollari. Quelle escluse sono già state bombardate col plutonio dai civilissimi paesi sviluppati.
Ci hanno detto che è il pianeta a chiedercelo.”
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“Parete Est” GFE Edizioni. L’emozione di pubblicare di nuovo.

Parete Est nacque dopo una fiera/convegno di lavoro. Era il 2019, ancora non era accaduto niente di tutto ciò che il triennio seguente ci ha “regalato”. In pochi mesi terminai il romanzo, ma il lungo editing di Senza Passato, Il mio esordio: Senza Passato, Porto Seguro Editore nato ancora prima, mi impegnò fino alla fine del 2021, insieme ad altre ricerche di carattere genealogico, spunto poi per un’altra idea ancora di romanzo. Il divertente e fruttuoso lavoro di promozione del primo lavoro, mi ha convinto a provare una seconda uscita. Ecco che nel marzo del 2023, per GFE Edizioni, esce “Parete Est”, Giallo, Spy Story, Thriller, ma anche storia d’amore. Azione fin dalle prime pagine, ma pure suggestione e riflessioni sul modello di mondo che ci circonda. L’ambientazione, alta montagna, al cospetto dei “Quattromila” più iconici e leggendari delle Alpi, è il mio “Filrouge” con Senza Passato, il quale, pur posizionato a Tenerife, su una spiaggia dell’oceano Atlantico, è un omaggio al mio amore per la montagna.

“Come si posizione il tuo rapporto con il Tempo, quello con la T maiuscola nei tuoi lavori? In entrambe le tue opere si sente un profondo rispetto per il passato, che sia oscuro o che sia anche troppo ingombrante”
“E la Giustizia? Come la interpreti, come la presenti, come ci fai i conti con il senso più stretto, ma anche più ampio del termine?”
Quando ho iniziato l’attività di promozione per Parete Est, ho avuto la fortuna di rivivere le stesse emozioni provate durante gli appuntamenti coi lettori del primo libro. In entrambi i cicli di incontri, le domande postemi dai moderatori, spesso vertevano su questi due macro argomenti: Tempo e Giustizia. E allora quasi senza volerlo, mi rendevo conto, che la mia prossima uscita, potrebbe essere la risoluzione a questo dilemma. Ma potrebbe anche essere quel seguito di Senza Passato che in tanti mi hanno chiesto: potrebbe ripartire da lì, oppure affondare nella Storia, nelle indagini genealogiche, nelle radici più profonde di ognuno di noi.
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Il mio esordio: Senza Passato, Porto Seguro Editore

Stefano vive a Tenerife, dove tiene corsi di fotografia ed escursioni. A causa di un incidente avvenuto in Italia, a seguito del quale è stato a lungo in coma, ha perso la memoria. Ciò che sa del suo passato gli è stato raccontato unicamente dalla compagna Mascia, la quale spesso mostra omertà e indisponibilità ad affrontare l’argomento. Ma quando il giovane si imbatte in un racconto contenuto in una vecchia usb, di cui ignora provenienza e autore, qualcosa si risveglia nella sua mente, provocando veri e propri déjà-vu. Inizia così a dubitare della propria identità e del ruolo di Mascia, delle sue parole e ricostruzioni, intuendo che la donna possa nascondere un segreto. Quello di Alessandro Fiesoli è un romanzo intenso, toccante e commovente: la storia di una vita sorprendente.
Biografia: Alessandro Fiesoli (1973) è nato a Prato. Vive oggi a Follonica, dove lavora come impiegato. Senza passato è il suo esordio letterario.“Non pensare a questa pubblicazione come al coronamento di un sogno, ma considerala l’inizio di un progetto”
“Un’autobiografia, una storia del tutto inventata? Intanto hai avuto il coraggio di mettere a nudo te stesso”
Ricordo che quando ricevetti via mail dalla casa editrice la quarta di copertina, e la brevissima biografia riportata sopra, provai un’emozione esagerata. Ma in quel momento ancora non mi resi conto di aver avviato quel progetto. Dopo pochi mesi, i lettori mi chiedevano il seguito di Senza Passato e io invece stavo già lavorando all’editing di “Parete Est” il mio secondo romanzo per GFE Edizioni, uscito nel marzo di questo anno.
E quel seguito? Appena terminato. Passato dalle “Forche Caudine” dell’editing, sboccerà presto anche lui.