Seconda parte.
Questo è il titolo di un racconto che verrà pubblicato in distinti capitoli. Nasce a seguito di una “commissione narrativa” che ho affidato alla mia amica Simona Casini. Il racconto non è mio: lo ha scritto lei. Lei è la sola autrice di questa storia. Avevo bisogno di caratterizzare e creare la storia del personaggio di Sonia, che compare alla fine di un romanzo che sto terminando e che fra qualche tempo vedrà la luce.
Segue la precedente pubblicazione – Ladispoli 2015 – https://alessandrofiesoli.it/2025/05/18/sabbia-doro/ di domenica 19 maggio.
Legami o Légami!
di Simona Casini

A Sonia mancava un solo esame alla discussione della tesi: diritto processuale penale. L’aveva lasciato per ultimo. Era quello a cui la madre teneva di più: la figlia di un PM avrebbe dovuto superarlo con lode.
Prese un faticoso 21. Il karma. Si laureò comunque a pieni voti. Discusse la tesi in diritto del lavoro, un tema spinoso che rese la madre orgogliosa di lei. Non le era accaduto spesso.
Rassegnata a mettere da parte ormai la sua vena creativa, crescendo, provava una certa curiosità e un certo interesse per la patologia forense.
Decisa ad approfondire questa branca della medicina legale, iniziò a raccogliere un po’ di informazioni su master o percorsi professionali indirizzati a quel settore. Avrebbe preferito farlo in Europa. Magari Parigi o Londra. Oltre a studiare, si sarebbe trovata un lavoro serale per socializzare un po’ ed affinare l‘inglese.
Avrebbe anche potuto restare all’estero, se ci fossero state le condizioni. Durante le lezioni universitarie di diritto pubblico a Roma, aveva conosciuto Zoe. Di origini greche, la sua famiglia aveva voluto che Zoe frequentasse una scuola italiana. Il padre era un piccolo armatore di Atene e la madre era di Liverpool.
Lei e Sonia erano state compagne di banco. Zoe aveva due anni più di Sonia e finita l’università, era rientrata a Liverpool: fu grazie a lei che Sonia trovò un appartamento ad un prezzo abbordabile e un lavoro in un pub non lontano da casa che le permetteva di togliersi qualche piccolo sfizio, integrando quanto le mandava Daria dall’Italia.

Daria aveva accettato di buon grado che la figlia facesse questo tipo di esperienza.
Sonia aveva poco tempo per socializzare, ma dopo nove mesi si stava ambientando.
Una sera il titolare del pub, Kim, le chiese di arrivare un’ora prima del solito. Si sarebbe esibita una piccola band di Italiani e c’era da organizzare la logistica. Anche Zoe sarebbe passata, e avrebbero trascorso la serata insieme, dopo il servizio. La loro amicizia si era consolidata molto negli ultimi mesi. Zoe era quasi una sorella per lei, un punto dì riferimento che compensava il carattere spigoloso di Daria.
Anche Kim si era affezionato a Sonia. In un modo diverso. Lei aveva capito che l‘uomo sperava di essere un po’ di più del suo capo. Gli era molto riconoscente perché era stato il primo a darle un lavoro appena arrivata a Liverpool e, pur conscia che gli inglesi non spiccassero per simpatia e socialità, era riuscita a creare un rapporto in cui si sentiva a suo agio.
Stava bene così: non voleva altre distrazioni, era concentrata su se stessa. “Il miglior investimento”, era il “mantra” della madre. Da quando viveva lì, Daria andava a trovarla di rado e, proprio grazie alla distanza, i loro rapporti erano sempre meno tesi.
Arrivata al pub, si cambiò velocemente e si mise a lavare i piatti sporchi lasciati dal pranzo.
«Sonia, appena fatto, vieni di qua che iniziamo a sistemare i tavoli. Stasera ci sarà confusione.»
All’improvviso, dalla cucina, udì alcune voci all’ingresso. Riconobbe subito la provenienza, non meravigliandosene: gli Italiani andavano spesso lì a bere birra, e in questo caso, attirati dalla band di concittadini.
Dopo poco, mentre stava rientrando nella sala principale con due bicchieri in mano, un profumo entrò violentemente nelle sue narici. Ebbe un sussulto. Quell’odore le era familiare. L’aveva sentito prima, e si voltò.
Le caddero di mano le due pinte: non poteva crederci. Rimase immobile davanti al casino che aveva combinato: nemmeno il primo giorno di lavoro era stata così maldestra. Ma non guardava per terra.
Bernardo. Sì, era proprio lui. Era lì. A pochi metri da lei. Poche volte i suoi battiti avevano accelerato così.
Non lo vedeva e non aveva sue notizie da quella domenica mattina al forno di Mario, a Ladispoli. Gli impegni universitari le avevano fatto perdere le sue tracce.
Era sempre uguale: bello, solare e sfrontato, esattamente come sei anni prima.
Le si avvicinò Zoe che nel frattempo era arrivata al locale: «Tutto a posto? Che è successo?»
«Zoe, più tardi ti devo raccontare una cosa incredibile!»
Il calore e l‘energia sprigionata dalla band surriscaldarono l’ambiente e due ore passarono in un attimo.
Durante la loro esibizione, Sonia spiava dal corridoio le mosse di Bernardo. Non sapeva se andarlo a salutare. Magari nemmeno si ricordava di lei. Chissà quante ragazze avrà conosciuto in questi anni. E a quante avrà spezzato il cuore, pensava. Ma le dispiaceva perdere l’occasione di salutarlo. Forse, non lo avrebbe piu rivisto, pensava.

Finito lo spettacolo, non passarono due minuti prima che Sonia si sentisse dire: «Ragazzina, che fai? Non vieni a salutarmi? Non ti ricordi più di me?»
Sonia si voltò di scatto: quelle parole liberarono e sciolsero la compressione delle due ore precedenti passate a pensare solo a quello. Era emozionata, sì, ma non arrossì, come tanti anni prima al mare.
Bernardo si fece più serio e continuò: «Allora! Mi lasci andare via così?»
Gli sorrise.
No, questa volta non sarebbe successo come allora.
E tutto doveva ancora accadere.