Terza parte
Questo è il titolo di un racconto che verrà pubblicato in distinti capitoli. Nasce a seguito di una “commissione narrativa” che ho affidato alla mia amica Simona Casini. Il racconto non è mio: lo ha scritto lei. Lei è la sola autrice di questa storia. Avevo bisogno di caratterizzare e creare la storia del personaggio di Sonia, che compare alla fine di un romanzo che sto terminando e che fra qualche tempo vedrà la luce.
Segue le precedenti pubblicazioni:
Ladispoli 2015
https://alessandrofiesoli.it/2025/05/18/sabbia-doro/
domenica 19 maggio
Legami o Légami
https://alessandrofiesoli.it/2025/05/29/sabbiadoro-2/
giovedì 29 maggio
Resa dei conti
di Simona Casini

Passarono due anni da quell’incontro.
A conclusione del master, Sonia era diventata una patologa, con specializzazione in ambito forense. Lavorava come ricercatrice all’università di Liverpool. Inoltre, quando le veniva richiesto, forniva consulenza e supporto tecnico nelle indagini penali della Polizia.
Bernardo racimolava qualche soldo esibendosi come chitarrista solista nei locali, ma viveva grazie al sostentamento familiare che arrivava dall’Italia. Si era trasferito da Sonia, poco dopo il loro incontro al pub.
Erano innamorati e apparentemente appagati.
Sonia sapeva che la recuperata normalità nel rapporto con la madre era stata spazzata via da questa sua relazione. Ma aveva scelto di essere felice. O, perlomeno, di provarci.
Per tale motivo, cercava di non parlare di Bernardo durante le sporadiche telefonate con la madre; raramente riusciva a concludere una conversazione, senza ricevere la solita lezione di vita.
«Mi ricorda troppo tuo padre.»
«Non mi interessa mamma…la verità è che tu approvi solo persone come me, di un certo rango, laureate, …colte.»
Sonia non mascherò il tono di voce con cui fece pesare alla madre l’ultima parola.
«Poi sorvoliamo sul concetto di essere colti… come se possedere quel foglio di carta ci rendesse persone migliori. Tu sottovaluti l’educazione, il carattere, la sensibilità, la bontà d’animo di una persona. Per te vale solo lo “status”. Anche quando andavo a scuola controllavi le mie frequentazioni!»
«Certo, perché? Che male c’è a volere che la propria figlia abbia il meglio dalla vita? Hai studiato, ti sei impegnata ed hai cercato la tua realizzazione professionale. E sei solo all’inizio della tua carriera. Non ti devi accontentare, devi puntare in alto. È così difficile per te capire che odio vederti sprecare tempo con un parassita, uno che sbarca il lunario?»
«Non sono ferma, mamma. Sto lavorando. Non mi sembra di essermi adagiata da quando ho terminato gli studi a Roma. E poi secondo te è un parassita. Per me non lo è. Ti ricordo che appartiene alla famiglia Ferrari: vorrà pur dire qualcosa? Suo padre avrebbe potuto smettere di lavorare già da anni e godersi i frutti di un duro lavoro. Invece continua ancora ad aprire la gelateria con l’entusiasmo e la voglia del primo giorno. Ma ha permesso a Bernardo di seguire le sue aspirazioni.»
«Infatti non riesco a capire uno come Vito che si fa prendere in giro dal figlio. Come tu vorresti fare con me.»
«Io non prendo in giro nessuno. Vorrei soltanto farti capire che si può permettere alle persone di dar voce alle proprie passioni. Soprattutto se la propria condizione lo permette.»
«No! Ti sbagli, è Vito che non riesce a vedere che Bernardo è un parassita.»
«Secondo te è un parassita. Per me non lo è.»
«E allora cosa sarebbe uno che ti fa pagare l’affitto?»
«Fai e pensa quello che vuoi. Lo hai sempre fatto. Fin da quando ero piccola. Ma adesso abitiamo a migliaia di chilometri di distanza, e non puoi pensare di controllarmi come quando avevo 15 anni. Decido io chi frequentare e chi no. Fattene una ragione.»

Sonia sapeva bene che sua madre era una guerriera: non avrebbe mollato così. Non lo aveva mai fatto.
Era abituata a queste conversazioni: le sosteneva da tempo, subendo gli affondi della madre. A volte arrivava anche a giustificarla: per la sua condizione di madre sola, che lavorava tutti i giorni senza sosta, non ritagliandosi alcun momento di svago.
Ma non tutto poteva essere giustificato. Le due donne alternavano momenti di tregua a momenti di pesanti scontri.
Un giorno Daria, a seguito dell’ennesima discussione telefonica, si presentò a casa loro, a Liverpool, senza preavviso, per costringere la figlia a buttare fuori casa Bernardo.
Questo evento turbò Sonia più del previsto. Pensò al rischio di poter perdere Bernardo per colpa di sua madre. Non voleva che la rabbia e la paura le facessero perdere lucidità.
Sapeva che il fidanzato era molto sensibile all’argomento, provenendo da una famiglia con un’impostazione educativa opposta a quella da lei ricevuta: le ripeteva spesso che non riusciva a capire come una madre potesse essere così intransigente e rigida verso una figlia. Sonia temeva inoltre che lui potesse stancarsi di tutta la situazione e non riuscisse a tollerare, ancora per molto, un carico così gravoso.
Quelle litigate erano una forma di violenza e non voleva che Bernardo vi assistesse o ne vedesse in lei il conseguente logorio. Avrebbe dovuto salvaguardare se stessa dalle continue ingerenze di una madre, a tratti prepotente e cinica.
Decise di prendere le distanze da lei. Non solo fisicamente. E voleva dare un chiaro segnale di questa sua nuova consapevolezza.
E così, in risposta all’ennesimo assalto della madre, Sonia la bloccò: «Adesso basta. Riprendi la tua borsa e vattene. Non intendo tollerare oltre.»
Daria si zittì; non si aspettava la rinnovata autorevolezza della figlia. E poi riprese: «Cosa stai dicendo, Sonia? Mi butti fuori di casa? Io sono tua madre.»
«Lo so chi sei. Ma un legame di sangue non ti dà il diritto a trattarmi così.»
«Ti pentirai di questa scelta, Sonia…»
La interruppe. «E allora me ne assumerò le responsabilità, ma tu impara ad accettare le mie decisioni.»
«Ma come faccio, Sonia? Stai rallentando la tua carriera per uno che nemmeno conosci! Guarda che ore sono, è sempre a letto che dorme. La gente normale lavora a quest’ora!»
«La gente normale? Chi è per te normale? Chi vive secondo il tuo modello?»
«Non è questione di modelli. Tu non mi vuoi mai ascoltare. E quando te ne renderai conto, sarà troppo tardi! Stai buttando a rotoli la tua vita e io non posso fare finta che vada bene così!»
«Io non sto buttando via niente.»
«Invece sì, e quando anche tu avrai dei figli, capirai cosa intendo.»
«Ecco, quando ne avrò, dirò loro di non compiere tutti gli sbagli che hai fatto tu. Anzi, se proprio lo vuoi sapere…»
«Cosa?»
Sonia rimase in silenzio due lunghissimi secondi e poi affondò il coltello.
«Tu parli così perché vuoi scaricare su di me i tuoi sensi di colpa per aver fatto delle scelte di vita di cui ti stai pentendo e per cui ti senti frustrata. E adesso te ne stai rendendo conto perché io sono il tuo specchio. Ma non è colpa mia se ti sei intrappolata in una carriera riservata agli uomini…»
«Sonia, smettila adesso! Stai zitta!»
«No, invece parlo. Non è una mia responsabilità se non hai amicizie e soprattutto se non hai un uomo accanto perché hai sempre detto che fosse una perdita di tempo. L’unica che ha buttato a rotoli la vita sei proprio tu, Daria.»
Dallo sguardo di Daria, Sonia capì che stavolta aveva ferito la madre nel profondo.
Vide calarle un’ombra sul viso stanco e tirato a causa dell’acceso confronto. Ebbe la sensazione che la guerriera, insita nel suo animo, avesse, magari momentaneamente, deposto le armi.
Una parte di lei avrebbe voluto chiederle scusa, ma il limite era stato superato: era troppo arrabbiata in quel momento.
Quelle furono le ultime parole che si scambiarono.