Sabbia d’oro

di Simona Casini

Questo è il titolo di un racconto che verrà pubblicato in distinti capitoli. Nasce a seguito di una “commissione narrativa” che ho affidato alla mia amica Simona Casini. Il racconto non è mio: lo ha scritto lei. Lei è la sola autrice di questa storia. 

Avevo bisogno di caratterizzare e creare la storia del personaggio di Sonia, che compare alla fine di un romanzo che sto terminando e che fra qualche tempo vedrà la luce.

Ho chiesto a Simona di pensarci: volevo fare questo esperimento, non tanto di un libro scritto a 4 mani, ma creare una collaborazione con un’amica di vecchia data, che portasse ad un intervento sostanziale, strutturato, che andasse al di là della singola “ispirazione casuale”.

Simona ha fatto di più. Non ha scritto soltanto un soggetto o un capitolo, bensì un vero e proprio racconto, dotato di vita propria, che potrebbe essere tranquillamente parte di una pubblicazione specifica o di una raccolta.

E allora l’ho convinta a lavorarci su, per farlo vivere una propria vita indipendente. 

Se lo utilizzerò nel mio romanzo? Certo! Per ragioni di ritmo narrativo sarà sintetizzato, ma non scriverò una parola su cui lei non sia in accordo. 

Sonia, per quanto l’abbia generata io, è stata dotata di vita propria da Simona. È un suo personaggio, e oggi, con il suo consenso – ovvio – pubblico la prima parte di questo racconto. Nelle settimane successive, il seguito.

Ladispoli, 2015

Sonia era il perfetto incrocio di madre e padre: risoluta, a volte un po’ cinica e razionale come la madre, ma pacata e spiritosa come il padre.

Venne alla luce quando nessuno dei due genitori era pronto ad avere figli: Daria si portava dentro ancora troppa rabbia, troppi demoni, mentre Fernando non aveva un progetto, alcuni giorni non si alzava nemmeno dal letto e la paura, il peso della responsabilità furono insostenibili per lui. Scappò quando Sonia era ancora una bambina.

Lei e la madre andarono a vivere in un appartamento in zona Lepanto, a Roma, in pieno centro vicino al Palazzo di Giustizia. 

Daria cresceva una figlia da sola, con severità, poco incline all’accondiscendere e non dava spazio ai sentimentalismi o ai tentennamenti. 

Fin dai primi anni di scuola, Sonia mostrava spiccate capacità creative e, mentre le sue compagne, non ancora adolescenti, trascorrevano i pomeriggi a truccarsi e a provarsi gli abiti delle madri, lei preferiva rifugiarsi in un piccolo negozio di hobbistica, vicino casa, nel quale veniva accolta dai due anziani proprietari quasi come una nipote. Poteva usare il laboratorio sul retro, così dava sfogo alla sua passione, facendo decoupage con oggetti appartenuti ai suoi nonni, decorazioni floreali di carta e dipingendo, con cura, vasetti di vetro o ceramica che si portava da casa.

Si sentiva molto più a suo agio in quella saletta, circondata da pennelli, colori e fogli di carta, di quando, tornata a casa, raccontava e faceva vedere i suoi progressi a Daria. Leggeva sempre nel volto della madre una scarsa attenzione a questa sua passione, perché sapeva che per lei il suo futuro avrebbe dovuto essere altro.

Sonia era ancora troppo piccola per prendere coscienza che la freddezza di Daria era frutto di quanto aveva sofferto e di quanta paura avesse al pensiero che la figlia subisse la sua stessa sorte. Sonia voleva bene alla madre, ma sempre più spesso affiorava il desiderio di conoscere anche le radici paterne.

Di lui sapeva soltanto che era scappato in Sudamerica, quando sua madre Giuseppina morì a causa di un ictus. In Argentina lui era nato da una relazione violenta, un vero e proprio stupro, che la nonna paterna di Sonia subì da un gerarca dell’entourage di Videla, dopo che il marito era stato incarcerato e scomparve insieme ad altre migliaia di vittime del regime.

La sua colpa fu quella di aver manifestato durante uno sciopero. L’essere Italiano di fede comunista, trasferito in Argentina per cercare lavoro dopo le promesse tradite del ’68, rappresentò la sua condanna a morte.

Innamorata del suo idealismo, Giuseppina lo seguì ciecamente, ma fu il suo peggior errore.

Quando lei riuscì a tornare in Italia, dopo aver disperso invano quei pochi risparmi nel tentativo di trovare tracce del marito, il figlio Fernando l’abbandonò a sé stessa.

Sonia non sapeva altro del padre e delle sue origini. E questa cosa lavorava sottotraccia.

L’estate della maturità fu per Sonia un periodo spensierato, nonostante le pressioni della madre per scegliere un percorso universitario che le desse sbocchi professionali “consoni”, come amava definirli Daria: Giurisprudenza, Economia e Commercio, Scienze Economiche e Bancarie.

A Ladispoli i nonni materni avevano una piccola casetta non lontano dal mare e Sonia trascorse lì quell’estate.

Fu in quel periodo  che conobbe Bernardo.

Le serate nella piccola località del litorale laziale non offrivano molto ad una ragazza appena maggiorenne: un gelato e un giro per qualche negozio di souvenir.

Il bar gelateria “Sabbia d’Oro” era un locale storico. Col tempo era diventato il ritrovo abituale della Roma bene. Non era difficile incontrarci anche qualche personaggio famoso, attori, o salottieri.

Bernardo era il terzo e ultimo dei figli dei Ferrari. Conobbe soltanto il benessere: a differenza dei suoi fratelli, andava a lavoro in gelateria, soltanto se ne aveva voglia. Lui amava girare il mondo, così diceva. A 18 anni compiuti, aveva smesso di studiare. Il suo sogno era pellegrinare con accanto la sua chitarra: una Ovation Celebrity blu. Intanto quando stava a Ladispoli, si accontentava di esibirsi nel locale dei suoi.

Bernardo era bello. I delicati lineamenti del viso e un’aria da sognatore sempre sorridente contrastavano con la sfrontatezza caratteriale. E spesso capitava di sentirlo raccontare le sue avventure ai clienti della gelateria.

All‘epoca aveva 25 anni. Ad ascoltarlo, quella sera c’erano Sonia e le sue amiche del mare. 

Se le altre erano rapite dalla parlantina facile di Bernardo, Sonia ne invidiava il coraggio che lo aveva portato per tre settimane da solo nelle Filippine, dormendo dentro un sacco a pelo, mangiando riso e soia. Sua madre sarebbe impazzita, pensava lei, solo all’idea.

«Tu sai dove si trovano le Filippine?»

Bernardo le si avvicinò, con l‘aria divertita di chi è solito a prendere in giro i propri interlocutori.

Sonia diventò rossa dalla vergogna, non  aspettandosi di venir chiamata in causa. Rimase immobile a fissare i suoi occhi e balbettando, riuscì solo a dire: «Mh..non me lo ricordo benissimo in questo momento.»

Risero tutti. Anche Bernardo, che, compreso l’imbarazzo della ragazza, le sfiorò la guancia. Quel contatto la fece vibrare come non le era mai accaduto.

Era tardi. Sonia doveva rientrare a casa. Si avvicinò alla cassa per pagare il suo gelato, ma  Bernardo intervenne: «No mamma, offro io il gelato a questa ragazza.»

Per qualche giorno le rimase impresso il profumo della sua pelle. Non era abituata ad un pensiero simile.

Una sera, mentre si avvicinava ad un incrocio, una frenata improvvisa la fece sobbalzare. 

«Ehi, ma che cazzo fai? Guarda quando attraversi la strada! Per poco non ti prendevo in pieno!»

Sonia rimase interdetta: in quel momento realizzò di aver schivato per un pelo la ruota del motorino di Bernardo. 

«Scusa.» Riuscì solo a dire questo.

«Scusa? La prossima volta guarda dove vai.»

«Ti ho chiesto scusa.»

A quel punto Bernardo abbozzò un mezzo sorriso e smorzò: «Ragazzina dai, spostati, ho fretta.»

Ripartì velocemente, lasciando Sonia immobile sul marciapiede, ancora scossa per l‘accaduto.

Rimuginò tutta la sera su quel che le era successo e soprattutto su come fare per dimostrargli che non era una ragazzina.

Il sabato Sonia si alzò di buon ora. A pranzo sarebbe arrivata la madre. 

Era un afoso luglio. Dopo mangiato era inevitabile andare in spiaggia a fare un tuffo.

La cappa di caldo impediva di vedere il confine tra mare e cielo.

«Mamma, mi andrebbe un gelato. Andiamo al Sabbia d‘Oro?»

«Al Sabbia d‘Oro? Lo storico bar  dei Ferrari.»

«Ah… lo conosci bene.»

«Chi non lo conosce? Quando avevo la tua età, Vito Ferrari era il boss di Ladispoli.»

«Chi è Vito, mamma?»

«Il padrone.»

«Ah, allora è il padre di Bernardo.»

«Bernardo? Non mi sembra che dei due figli uno si chiami così.»

«No, è il terzo. Ma non lavora stabilmente lì.»

«E tu come fai a saperlo?»

«L‘ho visto qualche sera fa quando ero con Lisa e Alessia a mangiare un gelato.»

Ma dal tono assunto dalla madre, Sonia capì  subito che non era stata una grande idea proporre quel gelato.

«Sonia, allora? Il gelato non si prende più?»

«Semmai andiamoci stasera. Così portiamo fuori anche i nonni.»

Subito dopo cena, Sonia si chiuse per un’ora in bagno. 

«Dai, Sonia, ne hai per molto? Non è che si va al gran gala’, eh! Siamo a Ladispoli!»

«Arrivo mamma, cinque minuti e ci sono.»

Quando uscì dal bagno, Sonia vide che la madre e i nonni restarono meravigliati. Capì che avrebbero voluto commentare, ma poi si trattennero.

Arrivarono al tavolo prenotato, ordinarono quattro coppe di gelato con panna e restarono in attesa di essere serviti.

«Non ci credo! Daria! Sei tu? Quanto tempo è passato.» 

«Vito! Eh sì… ne è passato.  Come stai?»

«Lavoro, come sempre. Questa splendida creatura è tua figlia?»

«Sì: Sonia.»

«E che fa nella vita questa bellezza?»

«Si sta godendo la maturità classica, in attesa dell’Università.»

«Ah ecco… sulle orme di mamma, quindi…» rispose Vito abbozzando un sorriso.

«I tuoi figli?»

«Due di loro lavorano con me. Bernardo no. Non sono riuscito a coinvolgerlo. O forse non ho avuto il tempo di farlo.»

Sonia, che assisteva alla scena, aveva già intuito il braccio di ferro fra le differenti visioni di Daria e Vito circa il futuro dei figli.

«Anzi, aspetta, eccolo lì… Bernardo! Vieni, ti presento alcuni clienti storici. Anzi: alcuni amici. Vivono a Roma».

A Sonia non sfuggì lo sguardo implacabile della madre nei confronti di Bernardo. «Noi ci conosciamo, invece.»

La ragazza sorrise, ma senza esagerare: non aveva raccontato a nessuno i precedenti incontri con lui.

«Babbo! Servi in cucina.»  

Vito venne richiamato. Lui e il figlio si allontanarono; Daria, i suoi genitori e la figlia iniziarono a gustarsi il gelato.

Mentre tornavano a casa, Daria non poté trattenersi:

«Perché oggi pomeriggio non mi hai detto nulla di Bernardo?»

«Cosa avrei dovuto dirti, mamma?» 

«Che lo avevi conosciuto»

«Figurati, mica c’ho parlato!»

«Sonia, lo sai, è un ragazzo più grande di te. Vive alla giornata, hai sentito il padre, no? Ha venticinque anni e non ha ancora concluso nulla. Tu, invece, hai progetti di vita importanti.»

«No, mamma, i progetti sono tuoi. Hai fatto tutto tu. Come sempre. Tu decidi, io mi adeguo.»

Sonia provava a tenere testa alla madre. E doveva ancora affrontare il tema scottante dell’università. Lei avrebbe voluto una facoltà umanistica, quando Daria spingeva per Giurisprudenza o Economia. E poi concorsi, impieghi certi e blasonati che una facoltà umanistica non le avrebbero garantito.

L’indomani Sonia uscì  di casa poco dopo le otto per andare a prendere il pane. Amava girare per il paese la domenica mattina.

I luoghi di villeggiatura, specialmente sul mare, a quell’ora erano sempre assonnati. Per questo si potevano percepire il cinguettio dei passerotti, il vento tra gli alberi, persino le onde che si infrangevano delicatamente a riva: tutti rumori che durante il giorno si perdevano nei rombi dei motorini, nelle frenate delle auto e nelle urla dei bambini che giocavano in strada. E poi le piaceva sentire il profumo delle brioche ancora calde e delle pizze appena sfornate provenire  da Mario, il fornaio vicino casa.

Mentre era in fila, sentì il rumore di un motorino che frenava. Il pensiero andò subito a Bernardo, che si materializzò nella panetteria. La commessa lo vide, gli fece saltare la fila e gli dette alcuni sacchi pieni di roba.

Lui li afferrò quasi al volo, li mise nella portantina e ripartì subito.

Appena uscito, Sonia udì un cliente borbottare «eh, capirai, la farina bianca in quella casa non è mai mancata…» 

Sonia non dette peso a quel pettegolezzo: non poteva sapere che quelle parole avrebbero avuto un impatto devastante sulla sua vita futura.  Attese il suo turno e tornò a casa.

Daria ripartì da Ladispoli prima del solito. Voleva evitare di rimanere bloccata nel traffico del rientro. 

Sonia ne era era quasi felice. Con sua madre accanto si sentiva sempre sotto giudizio. 

Una sera prima di ferragosto, mentre era in balcone a leggere nell’attesa di cenare, la nonna si sedette accanto a lei.

«Sonia, ha chiamato mamma. La prossima settimana rientri a Roma, con lei.»

«Perché nonna? A Roma si soffoca.»

La nonna non rispose, non era necessario.

Il pensiero andò a Bernardo. Non l‘avrebbe più visto.

Le dispiaceva. Tanto.

Non aveva la forza di ribellarsi, ma non poteva sapere che tutto doveva ancora accadere.