Riflessioni sulla nostra origine e visita al Memoriale della battaglia.

Premessa all’escursione.
Con questo stralcio di intervista, come descritta nella didascalia della foto, inizio questo racconto.
Notai questa testimonianza durante le mie ricerche ormai risalenti a oltre cinque anni fa, relative al percorso di ricostruzione compiuto sul nostro cognome “Fiesoli”.
Dopo aver estratto infiniti atti di nascita, di morte, di matrimoni, eccetera, tra la Val Bisenzio e il Mugello, dopo aver conosciuto persone importanti per la mia indagine, poi entrati a pieno titolo nella nostra famiglia allargata, dopo aver coinvolto in questa progetto la mia cuginanza e ovviamente mia sorella, mi dedicai anche a cercare testimonianze, pubblicazioni, prove, del nostro passaggio nella Val Bisenzio durante i secoli.
La ricerca che avevo strutturato – incredibilmente pensateci bene: quante possibilità c’erano che due “cognonimi”, io e Giovanni, “il cugino di Legri “che non si conoscevano, in contemporanea si dedicassero alla stessa cosa? – era molto verticale: ricostruire l’ossatura della mia generazione e della mia ascendenza.
Quella di Giovanni, sopra citato, monumentale, si è allargata anche alle famiglie acquisite, alle mogli ed è stata enormemente più capillare della mia, anche in termini di dettagli del territorio, ad esempio i poderi dai Fiesoli occupati nei secoli, le famiglie nobili per le quali hanno coltivato la terra. In questo Giovanni è stato fantastico.
Entrambi siamo giunti alla stessa conclusione: Giannotto Fiesoli è stato il nostro capostipite; il primo che ha assunto il nostro cognome. Più che lui la sua progenie: A cavallo tra il 1540 e il 1544, la provenienza “da Fiesole”, si trasforma nel genitivo “Fiesoli”.


Il primo atto in cui compare Giannotto (qui Giannozzo) che “Da Fiesole” si trasforma in “Fiesoli”
Entrambi poi abbiamo attinto alle stesse fonti. E una di queste, è stata quella descritta nella didascalia. E dopo esserci conosciuti, grazie alla mediazione di Virginia, il cuore, il motore, il cervello dell’Archivio di Stato di Prato, un paio d’anni dopo, abbiamo iniziato a programmare di salire fin sul colle di Valibona, sul passo omonimo per visitare queste famose Case di Selva o Case Fiesoli, nei pressi di Colle Fiesoli, in prossimità della Spelonca di Colle Fiesoli.
Ci abbiamo messo due anni, perché varie vicissitudini ci hanno impedito di farlo prima, ma alla fine ci siamo riusciti.
Perché in particolar modo, abbiamo scelto di compiere quest’escursione in Valibona?
Aldilà dell’importanza storica del passo che collegava il Mugello con la Val Bisenzio, e quindi la strada verso Prato, come dice Abramo Fioravanti, le Case Fiesoli sono il nucleo abitativo dove molto probabilmente il nostro cognome “ha vissuto” per oltre quattro secoli.
Gli Stati delle Anime ci parlano di chi occupava un tal luogo; sono quei documenti che sancivano un censimento annuale delle comunità, ovviamente ai fini fiscali, e servivano per riscuotere le decime.
Tuttavia, per la zona di Sofignano, Savignano, Faltugnano, Fabio, Parmigni su questo versante della Calvana e Seggiano, Casaglia, Valibona sull’altro versante, sono disponibili soltanto a partire dal seicento.
Quindi non possiamo definire a quale ramo della discendenza di Giannotto, il nostro capostipite, appartenessero i Fiesoli che vivevano in quelle case.
Non posso sapere con certezza se il Giannotto Fiesoli di cui io e Giovanni parliamo nelle nostre ricerche abbia vissuto veramente lì; non ci sono atti che testimonino la sua presenza in loco.
Ma sappiamo che intorno al 1570, terreni di proprietà di Lorenzo, Filippo, Domenico – terza generazione successiva a Giannotto – erano ubicati in zona Sofignano.
Ci sono dei contratti di compravendita che abbiamo reperito all’Archivio Di Stato Di Prato, nel fondo Banci-Buonamici, all’interno della sezione dei “Ricordi di Michele Landi”, ma erano terreni molto più in basso.
Le zone delle Case di Selva, a 650 metri di altitudine, in prossimità del passo di Valibona, non sono state citate, o almeno non le abbiamo trovate citate in atti analoghi.
Pertanto, sappiamo “soltanto” che dei Fiesoli le hanno abitate per quattro secoli, e durante questo periodo storico, hanno lavorato le terre in prossimità, hanno percorso quelle strade, quei passi, quelle spianate. Ma questo lo possiamo dire con certezza.
E se non sappiamo con precisione quale Fiesoli del ‘500 vivesse lì, possiamo dire con sicurezza che, qualunque sia stata l’antichissima famiglia Fiesoli a cui si riferisce il Fioravanti ad aver occupato quelle strutture, comunque sono discendenti di Giannotto.
E con noi, durante la nostra escursione, oltre a mia sorella, alle mie cugine, ai consorti, oltre a Giovanni, c’è Alessio: suo nonno è nato proprio presso le Case di Selva, che quindi, il nostro cognome ha abitato fino agli anni ’30. Successivamente sono state occupate dai pastori sardi.
L’escursione
La nostra giornata è iniziata a San Leonardo in Collina dove abbiamo parcheggiato le nostre auto, per avviare la nostra escursione.

San Leonardo in Collina è appoggiata frontalmente rispetto alla piana di Prato, in primis la zona di Santa Lucia, e lo sbocco del Bisenzio nella piana pratese.

Adagiato sul Monte Cagnani, una sorta di contrafforte che si distacca dalla direttrice nord-sud del crinale della Calvana, è delimitata a sinistra dal Rio Buti che ha scavato la valletta a separarlo dal fianco del Cantagrilli.
E la nostra escursione è iniziata scendendo giù verso il guado Buti, facilmente percorribile – l’ultima pioggia risale a due settimane fa –.


Poi ci siamo spostati sul fianco opposto percorrendo così il sentiero 440: nient’altro che la vecchia strada romana che da Passo di Valibona scendeva giù verso Prato. “Nient’altro” si fa per dire.

Le testimonianze sono ben visibili: muri di contenimento, terrazzamenti, scale artificiali, tracce evidenti di una antica viabilità carrozzabile; Ai pietroni levigati di forma squadrata, certamente, si aggiungevano pietre più piccole e terra battuta, sulle quali, le ruote dei carri più o meno agevolmente. trasportavano la mercanzia verso i mercati Pratesi.



Ci sono tracce di lavori idraulici, concepiti per evitare che le piene del torrente portassero via i fianchi della montagna e con essi la strada, vitale per i collegamenti tra Mugello e Pratese.
Il percorso si sviluppa ombreggiato all’interno di un bosco tipicamente appenninico, scopo, cerro, leccio, fino ad arrivare ai circa 600 m di quello che viene definito il “Crocicchio”, il punto in cui la sella di Valibona si incrocia con la strada bianca pur percorribile con mezzi adatti, verso la zona di Colle Fiesole.

La strada sale ancora di una cinquantina di metri di dislivello per arrivare sul colle. Da lì una vista stupenda sul crinale del Monte Maggiore.
Dalla parte opposta, avvallamenti del terreno, probabilmente doline – ricordiamo la natura carsica della Calvana – hanno generato il laghetto.

E dalla riva opposta del lago, passando attraverso un recinto anche relativamente recente, pur abbandonato, destinato presumibilmente ai suini, si risale leggermente di qualche metro per trovare un poggetto sulla cui sommità è posizionato un vecchio carro, rugginoso, ma che può sembrare tranquillamente un lavoro artistico.

Finalmente, al di sotto di questo poggetto, ecco apparire le Case di Selva di Sopra o Case Fiesoli. La mia cuginanza era già lì, perché hanno seguito la strada carrozzabile.
Quando scorgo le tanto attese Case di Selva, vedo subito che non sono diroccocate, tutt’altro, anzi: ci sono evidente tracce di recenti lavori di ristrutturazione iniziati e incompiuti. Cablaggi, cavi elettrici, forassiti, una parabola, un caminetto antivento, coperture in alluminio sono abbandonati un po’ dappertutto, ma la struttura della casa presumo sia quella originale dell’epoca della costruzione.
Pesanti porte di legno, chiuse con catenacci, impediscono l’accesso al livello superiore. Evidenti sono i successivi riempimenti di mattoni pieni, a ricostruire gli angoli, gli stipiti, gli accessi. C’è pure il lastricato in porfido per “impreziosire” l’abitazione.
A un livello inferiore, però, probabilmente la vecchia stalla, l’accesso è agevole. Si entra in un ambiente che è stato messo in sicurezza con travi di legno non troppo antiche, né troppo moderne, ed evidentemente c’è traccia di lavori iniziati e mai terminati.
Curiosa questa pietra che sembra una sorta di conchiglia quasi, a voler ricordare il passato alluvionale della Calvana.
Alcune sono evidentemente riportate ma altre sono certamente le pietre originali del ‘500 se non prima. E mi fa girare la testa pensare che su questo davanzale, si siano appoggiate generazioni di miei consanguinei.
Affacciato verso la valle, un telo in plastica riproduce una notturna di Firenze: ci sta “come il cavolo a merenda”.

E alla sinistra della casa, troviamo questo meraviglioso prato su cui consumiamo il nostro pranzo al sacco. Io mi sono permesso anche di portare il vino da condividere, perché senno che vino è?
La giornata è bellissima. Ma il riposo è d’obbligo perché la salita non è niente di trascendentale, ma forse con le prime temperature più calde, si è fatta sentire più del dovuto.

E la cosa curiosa è stata poi la vicenda caffè, e Teodoro. Alessio non è partito con noi da San Leonardo, ma ha percorso il tratto che dalle Croci di Calenzano, lungo una strada bianca carrozzabile, porta direttamente al memoriale di Valibona. Con sua moglie, hanno incontrato Teodoro.
Chi è Teodoro? È il ragazzo che con la sua compagna e un gruppo di amici, gli ha promesso che al nostro ritorno nel primo pomeriggio ci avrebbe preparato il caffè al Memoriale.
Teodoro e Alessio si conoscevano già, ma Teodoro conosceva anche Giovanni, perché è andato a scuola col figlio Francesco.
E che ci fa Teodoro lassù?
Gestisce il Memoriale e ha comprato le Case di Selva di Sotto. Non conosco le sue intenzioni circa ristrutturarle per andarci a vivere o qualcos’altro, ma allo stato attuale delle cose, lui con la sua compagna e anche questo gruppo di amici, credo, si è preso carico di gestire la struttura commemorativa.
Il memoriale di Valibona
Avverto i potenziali lettori che da qui si entra nella politica e per quanto mi sforzerò di essere il più acritico possibile – benché le mie idee e il mio orientamento siano conosciuti ai miei lettori – probabilmente per qualcuno risulterò irritante.
Le immagini lo dicono chiaramente: lo sforzo della memoria antifascista non deve essere mai dimenticata; il nostro paese dovrà sempre ricordarsi di ciò che è stato il fascismo e di quali danni, tuttora è responsabile.



Al livello superiore della struttura ci sono pannelli esplicativi della vicenda e “le biografie” dei partigiani della Brigata Garibaldi che hanno combattutto lassù contro i fascisti.
Al piano inferiore altri pannelli con le frasi imputate ai superstiti della battaglia.

Sul retro invece, stralci della stampa dell’epoca, che dipingeva i partigiani che lottavano per la libertà come una banda di criminali. Ripetuto esattamente il copione del brigantaggio ai tempi del Risorgimento.

Mi spiego meglio: i cosiddetti briganti del regno di Sicilia erano patrioti che non volevano arrendersi affatto acchè il Regno Borbonico e la sua ricchezza, fra le più floride d’Europa, diventasse preda della Monarchia Sabauda.
Al di là della visione edulcorata e romantica che ci hanno raccontato a scuola, l’Unità d’Italia ha rappresentato un atto di imperio voluto da quelli che adesso sono definiti eroi della patria: Cavour, Vittorio Emanuele II, con la collaborazione della politica Inglese, sfruttando la celebrità di personaggi come Garibaldi, già eroi nazionali già allora.
Ci hanno raccontato dei Mille accolti come liberatori al loro risalire la penisola.
Forse, in alcune zone, ma sicuramente nei programmi di scuola vengono omesse stragi come quelle di Bronte. Non ti raccontano dell’ammiragliato borbonico corrotto dall’Inghilterra per non combattere contro Garibaldi: immaginiamoci 1000 scalzacani – Garibaldi stesso narra di averli reclutati nelle patrie galere – che da soli riescono a sgominare uno degli eserciti più organizzati d’Europa. Sì, e io sono nonna papera.
È stato giusto? È stato sbagliato? Non possiamo dirlo, ci manca la controprova. Io sono d’accordo sull’unità d’Italia, pur diversi per regioni geografiche, siamo un unico popolo; non considero l’unità d’Italia una forzatura. Ma ci vorrebbe più onestà intellettuale e la storia andrebbe raccontata con rigore.
E senza entrare nello specifico nel dramma mediorientale come si fa a non citare della resistenza del Popolo Palestinese e Libanese? “Ganzo”, che chi scatena una guerra e bombarda uno stato sovrano, bolla coloro che si difendono come terroristi criminali. La storia non perde il vizio.
Comunque torniamo al memoriale di Valibona: i partigiani sotto la guida di Lanciotto Ballerini, eroicamente, resistettero a lungo all’assedio dei fascisti. A Ballerini è intitolato un circolo Arci di Mezzana, dove mio padre mi portava quando avevo sei – sette anni, a veder giocare a carte.

E io allora non sapevo chi era Ballerini, ma quando, di fronte a quelle targhe, di fronte ai nomi di combattenti della brigata Garibaldi guidata da Lanciotto – molti di loro si sono salvati, e hanno continuato a combattere, alcuni sono stati fatti prigionieri e sono riusciti a liberarsi, altri purtroppo non ce l’hanno fatta – mi sono commosso.
Ecco: di fronte a queste cose è più che mai necessario mantenere viva la lotta e la memoria contro il vero cancro di questo paese, il fascismo, mai morto perché in questo paese non abbiamo avuto una Norimberga che abbia sancito definitivamente le responsabilità di un regime scellerato di cui, purtroppo, troppe persone vanno ancora fiere.
In Italia, l’indulto concesso ai repubblichini per evitare ulteriori spargimenti di sangue – decisione che all’epoca poteva anche essere comprensibile – ha rimesso in libertà, anzi ha sdoganato una quantità di fascisti convinti, ex funzionari, mini impiegati pubblici, che hanno procreato, si sono riprodotti, hanno cresciuto figli, adesso probabilmente ancora vivi, inculcati di mentalità fascista, che ancora adesso, di fronte a quello che è stato, non se ne vergognano, anzi ne vanno fieri.
Attenzione, benché qualcuno mi starà già dando del “comunista”, io non parlo di destra: parlo di fascismo. Sono due cose diverse, devono esserlo.
Ecco che Teodoro e la sua compagna, vanno applauditi, per come, a neppure trent’anni di età cercano di fare la loro parte per mantenere vivo un qualcosa che non dovrà mai essere dimenticato.
Quand’è che il pensiero fascista trova il terreno fertile per compiere gli scempi a cui assistiamo oggi?
La risposta è facilissima, ed è nascosta ma neanche troppo, dietro a quelle dinamiche che gestiscono il consenso.
Quando scegliamo chi votare spesso cadiamo nel tranello della polarizzazione dello scontro. E vediamo il nostro campione, il nostro eroe come l’unico depositario della ragione, e il suo antagonista, avversario come feccia da sterminare.
In realtà questo gioco fa solamente la fortuna delle elite di potere che non hanno colori, non sono di destra o sinistra, come vogliono far credere a noi.
Quando uno di destra, mi da del “comunista”, o quando io do di “fascista” a uno di destra, cosa facciamo? Polarizziamo lo scontro. Spostiamo l’attenzione dall’unica vera realtà che è quella di elite di potere nelle quali, “cane non morde cane”. Questo è il potere.
E noi che invece perdiamo tempo dietro allo scontro destra/sinistra, fascisti/comunisti, non facciamo altro che cadere nel tranello e fare il gioco dell’elite.
E allora tutto ciò che ho detto prima sui fascisti? Ecco: questa è una caratteristica tutta italiana.
Quand’è che il pensiero fascista, autoritario, trova terreno facile? Vedi Orban (che oggi ha perso, dopo 16 anni) vedi la Le Pen, vedi Trump?
Quando i campioni della democrazia – quelli che dovrebbero rappresentare il pensiero progressista e difendere le masse dagli arbitrii delle elite di potere – derogano alla propria missione per andare a braccetto con la finanza spregiudicata.
Così hanno fatto dalla metà degli anni ’90 il signor Clinton, anche lui fiero appartenente all’elite di potere, e l’altro campione Tony Blair. Ispiratori dei partiti democratici progressisti europei. Bravi: bell’affare avete compiuto.
E dopo di loro hanno continuato poi il signor Obama, nobel per la pace a prescindere, e i suoi imbarazzanti successori.
Quando la democrazia si dimentica di difendere le istanze della gente comune, e invece va a braccetto con i poteri della grande finanza, ecco che il populismo, l’autoritarismo e il pensiero fascista trovano terreno fertile per intercettare i voti che altrimenti non prenderebbero mai.
È impossibile pensare che ci sia logica dietro un dipendente delle Acciaierie di Piombino che dà il voto a quello del Papeete che come tutti i populisti forniscono risposte facili a problemi complessi. Non esistono risposte simili. È un’illusione.
Il pensiero progressista, democratico è un pensiero complesso, e necessita di informazione vera e approfondimento. E siccome non tutti abbiamo voglia di informarsi o di avere un pensiero progressivamente illuminato, deroghiamo a qualche pifferaio.
In questo momento tutti gli autoritarismi dell’occidente sono rappresentati e uniti dall’ultradestra. E questo è un fatto, non un parere.
E l’Italia? Nel nostro paese la destra ha una matrice che non è solamente quella di chi, frustrato dall’essere stato abbandonato dal proprio rappresentante passa dall’altra parte – pensiamo a un Renzi che porta avanti la visione liberista di Berlusconi – ma è ben fiera dell’essere erede di quella vergogna nazionale che è stata la repubblica di Salò.
La Germania ha avuto il suo processo di Norimberga. Il nazismo è stata una macchia per i tedeschi. In Francia i collaborazionisti di Petain della Repubblica di Vichy sono una vergogna nazionale.
Infatti, non è lì, non è in quella roba che la Marin Le Pen o SFD in Germania trovano proseliti.
In Italia invece il fascismo non è vergogna nazionale, per quanto la Costituzione lo vieti con forza in ogni sua manifestazione. Ed è questo il dramma: il fascismo è ancora visto da qualcuno come una fase “ganza” della nostra storia.
Ecco perché, pur dicendo: non polarizziamo lo scontro, non cadiamo nel tranello delle Elite che ci vogliono divisi mentre loro continuano a fare i loro porcacci comodi, nel caso dell’Italia, la lotta al fascismo va portata avanti senza sé e senza ma, perché quella violenza, quelle tragedie devono essere definitivamente estirpate.
Deve esserne estirpata la matrice culturale, anzi anti-culturale che continua a generare gente fiera di avere il busto del duce in ufficio.
È un delitto essere di destra? È una colpa essere un conservatore? No, non c’è niente di male nell’essere di destra. Conosco gente di destra fiera e ben distante dalle posizioni estremiste del fascismo.
Semplicemente l’essere umano tende alla propria sopravvivenza, tende a compiere scelte il più funzionali possibili al suo status.
Chi è ricco per discendenza, o perché ha fatto i soldi, perché dovrebbe avere un pensiero di condivisione e di redistribuzione della ricchezza? È perfettamente normale che un benestante, sia conservatore.
Così come è normale che chi non ha avuto la fortuna di nascere ereditiero, o non è riuscito ad arricchirsi, più o meno onestamente, vorrebbe una ridistribuzione della ricchezza. Tutto questo è logico, normale e anche giusto. Questa contrapposizione è la parte sana della politica.
È normale che chi è di destra, non voglia il comunismo, non voglia lo Stato proprietario di tutto, e unico datore di lavoro. Perché anche quella è una aberrazione.
Ma vantarsi di essere di destra e riconoscersi nel duce, e nel regime di violenza che il fascismo ha utilizzato come valore fondante, questo non è accettabile.
Si può essere di destra e anche ragionevoli. Ma non si può essere di destra e contemporaneamente anche ultra fanatici di una supremazia razziale, che ti porta a pensare che sia giusta la violenza contro chiunque non la pensi come te.
Perché questo è il pensiero fascista che va estirpato.
E riguardo a mettere sullo stesso piano il comunismo e il fascismo, beh: lo si può fare riguardo agli apparati, alle gerarchie, ma non alla base votante. Innanzitutto per la matrice delle due classificazioni: come dice Barbero, il fascismo è nato sulla violenza, vantandosi di questo, e se ha avuto i suoi campioni nel duce e nel cancelliere, vero è che il comunismo ha avuto il suo campione in baffone. Lo dicevamo nel capoverso prima. Ma almeno il comunismo è nato da un sogno di uguaglianza, di libertà e di fraternità dei popoli. C’è una bella differenza, eccome se c’è.
Finale
Per chi ha resistito fino adesso, è giunto il momento di salutarci. Questa lunga impegnativa giornata è stata ricca di riflessioni, e anche di emozioni: condividere con i miei cugini e parenti un atto simile, quasi una sorta di onorificenza nei confronti di una storia, che ha qui la sua origine.
La meta della nostra escursione è un luogo simbolo. E benché sia facilmente raggiungibile anche in macchina, questa faticosa ascesa a piedi è stata quasi iniziatica. L’entrata in una sorta di recinto sacro, che ha raccolto e canalizzato energie legate ai nomi e ai luoghi che possono vantarsi di avere quasi cinque secoli di storia.
La storia. Esatto, ecco perché in questo lungo racconto, ho voluto mettere insieme la nostra storia, quella del mio cognome, che è rivolta e interessa un numero limitato di persone, ad un evento cruento come la battaglia di Valibona. Tanti luoghi in Italia hanno vissuto la propria battaglia di Valibona, e ne vanno conservate le memorie.
Perché la lotta contro il fascismo, non può mai avere fine. E se contro questi abonomii, si è combattuto con le armi, adesso per evitare che il cancro rinasca, che si ripresenti, bisogna combattere con la cultura, con la memoria, e con la storia. E onore a tutti coloro che si sforzano che tutto questo non scivoli nell’oblio.
Sulla via del ritorno, il percorso parallelo al 440, sull’altro versante del Rio Buti, si apre sulla conca di Vaiano e il Monte Iavello.

E l’invito è quello di visitare i siti della memoria, al di là di ciò che possono rappresentare per ognuno di noi. Ma i luoghi dove la grande storia è passata, ha lasciato una traccia e ha deciso il corso degli eventi futuri, fanno parte del nostro dna di popolo, sono le nostre origini; sono la nostra dignità.
Un saluto a tutti.
