Ciao Mario

La ciminiera del Cambi e la Retaia, viste dal terrazzo di Via Marcovaldi.

1981.

Era l’anno della “scarcassina”; così i due fratelli M&M ribattezzarono la mia bicicletta, una graziellina rossa che cigolava e guaiva. A otto anni di età, i miei genitori mi avevano autorizzato a pedalare soltanto dentro il piazzale della filatura.

Ricordo ancora quando, al di là della recinzione, il maggiore disse al più giovane: “Chi è quello?” 

Beh, ero io: quello della scarcassina! 

Fu immediato fare amicizia con loro. E potei uscire anche io fuori dal cancello. 

La mia graziellina rossa… Non mi ricordo neppure quando me l’avevano comprata i miei genitori.

C’eravamo trasferiti da pochi giorni nella via delle fabbriche: ci sta che me l’avessero comprata proprio per quello, perché dove abitavamo prima, non uscivo certo in bicicletta. 

O forse era quella su cui mi portava il nonno ancora prima, quando mi accompagnava ai giardini di Via Sant’Antonio? 

Insomma, alla fine grazie a M&M e a Via Marcovaldi, una strada senza sfondo piena di fabbriche, chiuse nei fine settimana, anche io potevo iniziare a esplorare un po’ di mondo. 

Presto, quella scarcassina venne sostituita dalle biciclette da cross, e mi ricordo che M&M possedevano le prime Atala con il cambio. 

E insieme andavamo a esplorare le vie laterali, gli orti, tutta quella zona che adesso è stata urbanizzata, ma che allora era: vigne, campi, terreni agricoli in genere. Quella zona che Benigni in “Berlinguer ti voglio bene”, fa vedere dal tetto della Pratilia in costruzione. In modo ironico sarcastico e anche disincantato, il Cioni e Bozzone si presentavano come quelli del “Siamo quella razza”, del ritorno a casa in bici con il Monni in canna e Benigni a pedalare.

E noi – io, M&M – eravamo quella razza, in fondo, figli di gente che lavorava, che cercava di non far mancare niente alla propria famiglia, che si era appena affrancata da precedenti vite, nelle quali la missione era stata comunque piegare la schiena verso terra. Che fosse per zolla di terreno, che fosse per fare le pulizie in un ufficio, o che fosse per tirar su un subbio da ritorcitura; sempre quella era la razza. 

Quella razza che ai propri figli, insegnava il valore delle cose, del sacrificio, ma non per soddisfare i ricchi e i potenti, bensì per rendersi uomini liberi, almeno il più possibile.

Rielaborata con AI. Ma siamo noi. É solo lo sfondo, preso in prestito da un’altra foto.

E tu, Mario sarai sempre nei miei ricordi alla guida di quella “Orizon”, che già mi sembrava una parola fichissima, e la pronunciavo così come si legge, con l’accento sulla prima “O”. Soltanto anni dopo “Horizon” è diventata una canzone dei Genesis, con l’accento sulla “ai”.

Ma allora, era una macchina francese del segmento medio, come si diceva una volta – se non mi ricordo male una Talbot – con cui certe volte ci portavi a giocare a pallone all’ippodromo. 

E poi ti ricordo su quel terrazzo al primo piano, dove ti sedevi in canotta, per fumarti una sigaretta, come si faceva allora, per riposarsi dopo una giornata iniziata sempre troppo presto. 

Ciao Mario. A me piace pensare che hai iniziato un viaggio nuovo, e appena sei entrato nella tua “Orizon”, parcheggiata in Via Marcovaldi, tiri fuori la mano dal finestrino per salutare la Vera e M&M, invece pronti per andare a scuola, da soli a piedi, come si faceva allora.

E tu iniziavi una giornata pulita di vita normale, nella quale, l’unica cosa davvero importante, quella che non mancava mai, da riportare a casa ogni giorno, era la Dignità.

Ciao Mario.