Quarta parte
Questo è il titolo di un racconto che verrà pubblicato in distinti capitoli. Nasce a seguito di una “commissione narrativa” che ho affidato alla mia amica Simona Casini. Il racconto non è mio: lo ha scritto lei. Lei è la sola autrice di questa storia. Avevo bisogno di caratterizzare e creare la storia del personaggio di Sonia, che compare alla fine di un romanzo che sto terminando e che fra qualche tempo vedrà la luce.
Segue le precedenti pubblicazioni:
Ladispoli 2015
https://alessandrofiesoli.it/2025/05/18/sabbia-doro/
domenica 19 maggio
Legami o Légami
https://alessandrofiesoli.it/2025/05/29/sabbiadoro-2/
giovedì 29 maggio
Resa dei conti
https://alessandrofiesoli.it/2025/06/15/sabbiadoro-3/
domenica 15 giugno
Post-it
di Simona Casini
Sonia accompagnava spesso Bernardo quando lui si esibiva in qualche locale la sera: amava la sua musica, le metteva allegria e la distraeva da giornate faticose e, a volte, anche impietose. Le autopsie erano un linguaggio, spesso dei più crudi.
Inoltre era un modo per condividere le reciproche passioni e passare un po’ di tempo insieme. I ritmi erano diversi: lei lavorava di giorno, lui la sera. Ma facevano di tutto per dedicarsi il tempo di un buon calice di vino italiano o la pianificazione di un viaggio o un film in lingua originale per affinare l’inglese.
Quella sera Sonia rimase a casa. Le stava venendo un po’ di influenza e voleva rileggere alcuni appunti per un caso complicato che seguiva.
Bernardo la baciò sulla fronte, la guardò e le disse:
«Lo sai che ti amo, vero?»
Lei sorrise, senza rispondere. Pensò che non fosse necessario farlo.
Bernardo si assicurò che Sonia avesse una coperta vicino, prese la sua chitarra e uscì.
Lei pensò che in questi anni lui fosse molto cambiato: non aveva perso l’ironia e la leggerezza che l’aveva fatta innamorare, ma era diventato protettivo verso di lei. Si chiedeva se il senso di sicurezza che lui le dava, fosse lo stesso di un padre amorevole verso la propria figlia.
Sapeva benissimo che Bernardo non era il fidanzato perfetto e che forse, col tempo, quello che le profetizzava la madre si sarebbe anche potuto verificare.
Ma sapeva che lui le voleva bene o, perlomeno, percepiva la sua riconoscenza per il supporto economico e morale che lei gli stava dando. Per il momento questo le bastava. Suo padre aveva fatto ancora meno per lei e sua madre, pensò.
Ma erano pensieri che le facevano perdere energia e si mise a rileggere alcune perizie: doveva essere preparata per la riunione del giorno dopo, avrebbe dovuto discutere questo caso con un team di esperti londinesi e non voleva fare una brutta figura coi colleghi della “City”.
Le venne fame: si fece un panino con quello che aveva ed andò in camera a cercare un analgesico.
Aprì il comodino di Bernardo, pensando che fosse lì, come tutti gli altri medicinali. Cercò un po’ frettolosamente e non lo trovò. Era in casa di sicuro. Guardò anche nel mobiletto del bagno. Niente.
Aprì l‘armadio. C’erano maglioni e jeans di Bernardo buttati alla rinfusa: era disordinato. Glielo rimproverava sempre. Sistemando le sue cose, scorse in un angolino, una scatola bianca.
Allungò la mano, nella piena convinzione che contenesse denaro: magari quello che guadagnava durante le serate e che teneva per le emergenze. Non parlavamo mai di queste soldi.
Sonia pagava l’affitto, accollandosi tutte le spese di casa. Non le pesava farlo. Guadagnava bene, quasi il triplo dei colleghi italiani.
Aveva pochi vizi: non seguiva le mode e non si truccava quasi mai. Impiegava i suoi soldi solo per viaggiare. Appena potevano salivano su un aereo. Bernardo le aveva trasmesso questa passione. Voleva farle conoscere tutti i luoghi a lui più cari, quelli che lo avevano emozionato quando li aveva scoperti in gioventù.
In tre anni avevano girato le mete più ambite: Isole Filippine comprese, dove si fecero sposare da un improbabile sacerdote in una minuscola isola con due tartarughe marine come testimoni.
Il ricordo di quella vacanza la emozionava sempre. In quegli istanti percepiva la vicinanza di Bernardo e l’amore che li legava.
S’intristì: le dispiacque di non essere andata con lui quella sera. “Un’occasione persa”, pensò. Ma non poteva sapere che a causa di quella rinuncia la sua vita sarebbe cambiata per sempre.
Appoggiò quella scatolina, senza aprirla, sul comò vicino a se’ perché nel frattempo aveva trovato le pastiglie di analgesico. Ne prese una e si addormentò con il pensiero rivolto a Bernardo.
Rientrò a notte fonda. Lo senti’ a malapena, quel tanto che bastò a darle la certezza che fosse tornato.
Il giorno seguente Sonia si alzò, si fece una doccia calda e prese un caffè al volo, verificando di avere tutto il materiale per la riunione. Prima di uscire tornò in camera, si chinò sulla fronte del compagno e gli dette un bacio, sfiorandolo delicatamente per non svegliarlo.
Mentre scendeva le scale, le vennero in mente le parole che le aveva sussurrato prima di uscire la sera prima. Rientrò velocemente in casa, prese una penna e, su un post it, scrisse: “Lo so”.
Poi attaccò il foglietto giallo sopra la scatolina bianca posandola sul suo cuscino del letto. Al suo risveglio, pensò: Bernardo lo avrebbe visto subito.
Verso le diciotto Sonia rientrò a casa, sperando di incontrarlo. Realizzò che non aveva avuto nemmeno cinque minuti per telefonargli durante la giornata.
Lui non c’era. E nemmeno la sua chitarra.
Non era la prima volta che succedeva: Sonia non si preoccupò. Pensò che avesse ricevuto una chiamata per organizzare una serata e che per non disturbarla a lavoro non l’avesse avvisata.
“Strano”, pensò e gli scrisse:
“Dove sei? Tutto ok? Mi manchi.”
Attese per circa un’ora la risposta ma non ricevette alcun messaggio e ne scrisse un altro:
“Ti aspetto per cena o mangi fuori? Se non sei troppo lontano ti raggiungo?
Vide la doppia spunta blu, ma lui non le rispose.
Cercò di non si preoccuparsi più di tanto: sarà a lavoro, pensò. Ma qualcosa le risuonava fuori tono.
Esausta per tutta la giornata, decise di aspettarlo a letto. Andò in camera e vide per terra la scatolina bianca.
Si ricordò della mattina e solo allora si meravigliò che lui non le avesse scritto niente. Tuttavia era certa del fatto che avesse letto il post it perché ritrovò il foglietto leggermente accartocciato.
Restò per un attimo interdetta. Poi raccolse il biglietto, ripose la scatola nell’armadio e si addormentò con il cellulare vicino.
Verso le due si svegliò di soprassalto: Bernardo non era ancora rientrato e soprattutto non aveva risposto ai suoi messaggi. Iniziò a preoccuparsi. Non era da lui non mandare neppure una faccina. Provò a chiamarlo. Il cellulare era spento.
Non sapeva che fare. Bernardo poteva essere ovunque. Si impose di non farsi prendere dal panico. Ma fu difficile non cadere in brutti pensieri.
Dopo una mezzora, decisa a fare qualcosa di concreto, chiamò la Polizia. La conoscevano, le avrebbero dato qualche valido suggerimento, pensò. Rispose un agente che, molto lucido e collaborativo, riuscì a calmarla un po’.
Seguì il suo consiglio, restò a casa nella speranza di vederlo rientrare di lì a breve. Magari aveva bevuto un po’ e aspettava di smaltire l‘alcool prima di rincasare.
Sonia non voleva che Bernardo esagerasse con gli alcolici, ma lui si giustificava sempre dicendole che la birra era il carburante del musicista.
Dopo quasi un’ora chiamò anche Zoe, sperando che le rispondesse: aveva bisogno di qualcuno. Anche l‘amica cercò di tranquillizzarla, ma Sonia era in stato di forte ansia.
Pensò a dove potesse essere e con chi. Bernardo non aveva contatti con molte persone in quella città.
Se anche si fosse intrattenuto con qualcuno conosciuto durante la serata, l‘avrebbe certamente avvisata.
Chiese quindi all’amica di accompagnarla a cercarlo. Doveva fare qualcosa. Chiamarono un taxi perché Sonia non era nelle condizioni di poter guidare. Girarono tutti i locali in cui si ricordava che Bernardo avesse suonato, ma nessuno l’aveva visto.
Passarono anche dall’ospedale: nessun Ferrari risultava essere andato lì. Sembrava sparito nel nulla.
Continuava a chiamarlo, ma quel cellulare era sempre spento. In un gesto di rabbia, sbatte’ il telefono contro lo sportello del taxi. Non tollerava di sentirsi impotente. Il solo pensiero di non avere la situazione sotto controllo la faceva impazzire. Sali’ in macchina e iniziò a piangere disperata.
Mentre l’amica la teneva stretta per cercare di placare i suoi singhiozzi, non smetteva di chiedersi perché le stesse succedendo questo e che cosa le fosse sfuggito.
Aveva sottovalutato alcuni segnali? Si faceva tutte queste domande, senza trovare risposta. Chiese a Zoe se nell’ultimo periodo avesse notato qualcosa di strano in lui. Nemmeno lei riuscì a darle un indizio, a fornirle una spiegazione plausibile.
Era quasi l‘alba e Sonia era stremata. Aveva pianto tutta la notte: la peggiore della sua vita; nemmeno quando era andato via suo padre, era stata così male.
L’amica la lasciò a casa per andare a lavoro. Sonia invece avvisò l’ateneo e Kim che, quel giorno, sarebbe rimasta a casa.
Mise in carica la batteria del cellulare ed aumentò al massimo il volume della suoneria.
Sfinita, si addormentò sul divano sul quale passò quasi due ore.
Appena riaprì gli occhi, gonfi e arrossati, si alzò di scatto e andò in bagno a sciacquarsi la faccia. Voleva cancellare i segni della nottata appena trascorsa.
Poi si riscaldò il caffè avanzato dal giorno prima e mise a soqquadro l’appartamento nella convinzione di trovare un segnale, una pista. Non trovò nulla.
I vestiti di lui erano nell’armadio, incasinati come sempre. In bagno aveva tutte le sue cose e lo spazzolino era nel bicchiere: di lui non mancava nulla. Anche le valigie erano lì. Frugò nervosamente in tutti i cassetti: era tutto a posto.
No. Non poteva pensare che se ne fosse andato all’improvviso. Troppo da stronzo, anche per uno come lui. Che motivo avrebbe avuto, poi? Inoltre, l’idea che sua madre potesse aver avuto ragione era insopportabile.
Ma, razionalmente, era convinta che dovesse essere ancora a Liverpool. Tutte le sue cose erano a casa.
Provò a chiamare di nuovo l’ospedale e la Polizia: nessun segnale. Oltretutto stava piovendo ininterrottamente dal giorno prima.
Sonia restò a casa una settimana: sette interminabili giorni, durante i quali si lascio’ andare. Non mangiava quasi più, nonostante Zoe le portasse ogni giorno cibo e bevande per tenerla in forza.
Aveva chiesto all’amica solo sigarette. Non aveva mai fumato prima. Le bruciavano lo stomaco, ma non gliene importava niente. Voleva stare rinchiusa nel suo dolore. Non uno studio, non un libro o un programma televisivo. Sempre in pigiama, spettinata, deperita, sembrava più vecchia di anni.
Aveva soltanto imparato a memoria le chat che si era scambiata con lui negli ultimi mesi per provare a trovare qualche indizio.
Non era più solo il vuoto, bensì la rabbia, il rancore e un crollo totale della propria autostima. Come aveva fatto a non accorgersi di nulla? Maledisse il lavoro che quella sera l’aveva tenuta lontana da lui.
Afferrò alcuni libri universitari su cui aveva studiato di recente e li scaraventò in terra con cattiveria.
Non rispondeva a nessun messaggio o chiamata che fosse la madre, Kim, amici o colleghi.
Era il dolore, la delusione a ogni notifica nello scoprire che non era Bernardo.
Giocava a ridicole lotterie con la sorte, scommettendo che se riusciva a trattenere il respiro per almeno due minuti, o se fosse rimasta sotto il getto dell’acqua fredda per tutta la durata della sua doccia, Bernardo avrebbe chiamato.
Inconsciamente si auto-puniva, e si malediceva perché comprendeva che non aveva nessun senso quel che stava facendo.
Ma era la disperazione che la muoveva: aveva persino pensato di rivolgersi ad una chiromante. La sua parte razionale la fece desistere.
La domenica successiva andò addirittura in chiesa a pregare. Non lo faceva da anni. Fu tutto inutile.
Con il sostegno di Zoe, dovette rassegnarsi a riprendere in mano la propria vita: tornò a lavoro. Ma non volle più rientrare nel pub: Kim capì la situazione e accettò la scelta di Sonia. Probabilmente non l’avrebbe più rivista.
Erano passati quasi cinque mesi da quella notte infernale. Sonia aveva anche recuperato un po’ di forza fisica, cercava di darsi un contegno e una minima cura di sé. Ma era ben lontana dalla Sonia che aveva fatto voltare più di un uomo.
Zoe ogni tanto si fermava a dormire da lei per darle conforto e farle compagnia.
Una sera uno dei tanti numeri sconosciuti attirò la sua attenzione e rispose alla prima, diversamente dal solito.
«Dottoressa Branchetti?»
«Sì, sono io, con chi parlo?»
«Sono il Detective Draper, della Scientifica. Mi hanno dato il suo nome per un’autopsia. È disponibile?.»
Sonia era abituata a riceve questo tipo di richieste. Ma quella volta fece una domanda che non aveva mai posto:
«Di cosa si tratta, chi è?»
«Un uomo. Sulla quarantina. Il corpo è ridotto male. Crediamo sia morto da diversi giorni, probabilmente a seguito di un’overdose. L‘ha trovato una coppia di turisti che si erano persi a Kirkdale.»
«Non è un quartiere per turisti, quello.» ribatté lei.
«No, infatti erano spaventati. Allora Dottoressa, se mi conferma la sua presenza, la aspettiamo domattina, stanza 12.»
Sonia non riattaccò e si fece coraggio. «Sapete anche il nome del deceduto?» chiese.
«Purtroppo i documenti che aveva con se sono piuttosto rovinati… evidentemente il corpo è stato per tanto tempo all’aperto. Però, da quel poco che siamo riusciti a capire, dovrebbe essere un italiano. I colleghi che sono intervenuti sul posto hanno riferito di aver trovato vicino a lui una chitarra, se non ricordo male, di colore blu.
Sonia si lasciò cadere a terra.
«Dottoressa mi sente? È ancora lì?»
