
Un giorno come tutti gli altri.
A posteriori sembra che tutto possa essere previsto, ma sappiamo bene che non funziona così.
Ma qualcosa c’è e non capisco cosa.
Avete presente i racconti o i romanzi nei quali l’autore vuole trasmettere uno stato d’animo cupo e inizia con: “Era una notte buia e tempestosa“. Ecco, il mio umore appena sveglio, stamani, non era molto diverso, però, iniziare in questo modo mi sembrava piuttosto scontato.
Ma come si dice: “The show must go on”, quindi, sempre come si dice: “forza e coraggio”.
Il treno del mattino che mi porta abitualmente al lavoro è in perfetto orario e, arrivato in stazione, anche la pioggia è alle spalle. Dopo un quarto d’ora a piedi, sono in ufficio, benché un po’ affaticato per un principio di sciatica.
Quando accendo il computer, nella nostra stanza irrompe la ragazza della Tower: Luisa lavora a Milano generalmente, ma ogni tanto si fa vedere da queste parti.
Lei non è come noi; ha una marcia in più: empatica e con spiccate dosi umanistiche, infatti lavora al personale e in un settore molto particolare: quello dei progetti.
Calmissima, pacata, equilibrata è sempre sorridente; è bello vederla perché le rare volte che è qui, porta tanta positività nel nostro quotidiano, fatto di guai, beghe da risolvere e risultati da raggiungere con frequenza ansiogena. Tradizionalmente andiamo a prendere il cappuccino insieme, con Lucio e Marta. Guai a chi mi tocca questo rito!
Appena ci incamminiamo verso il bar mi accorgo che Luisa è diversa dal solito: è un po’ più agitata, un po’ più elettrica. Non ha perso il sorriso, ma si percepisce che è un po’ su di giri. Evidentemente anche una come lei sente il momento.
Fantastica: è figlia di questa terra, maremmana Doc, ma è troppo buffa quando parla con quell’intercalare che cerca di mascherare l’accento arrotato della Toscana del sud. E la terminologia che usa? Tipicamente affaristica, propria delle city, piena di inglesismi; sembra uscita da un film degli anni ‘80 con Jerry Calà, benché certi termini, allora neppure fossero immaginabili.
“Speech, slot, meeting, cascading, il report,” tutto un frasario da high managmet che solo in certi grattacieli può essere concepito. Ma dalla bocca di lei, esce armonico e per niente fuori luogo.
Luisa ha talento, non tutti riescono a capire che il suo lavoro è prezioso per i contrappesi che garantisce. Non farei mai la sua vita; ogni giorno in giro per l’Italia, presenziando a conferenze, organizzando progetti, soprattutto dando linfa a una parte di noi che troppo spesso viene schiacciata, ma dalla quale non si può prescindere.
Lucio invece ci racconta del suo prossimo incontro, nel quale introdurrà un saggio scritto da un parlamentare; Lucio è in contatto con tante persone di un livello elevato, con curriculum di tutto rispetto e spesso ospita nelle sue trasmissioni scrittori importanti, ma conosciuti comunque da un pubblico di nicchia. Lucio non è mai banale.
Io invece racconto delle mie presentazioni, o dei firmacopie tenuti nel weekend o di un capitolo nuovo di un romanzo. O magari di quel post su instagram nel quale cerco di affrontare un certo concetto, spesso accompagnato da un pezzo acustico da me suonato.
Ogni tanto la butto in politica, ma non quella delle marionette che ci rappresentano in governo o parlamento. Politica più globale, diciamo. E Lucio è sempre un degno contraltare. Informato, ha spesso visioni alternative in cui ci troviamo spesso d’accordo.
Quando andiamo al bar non parliamo mai di lavoro. In genere Marta racconta le sue esperienze nel percorso di crescita personale e psicologica che sta affrontando. Simboli, esoterismo, genealogie: porca miseria, quanto è cambiata! Adesso ben poche cose la riescono a turbare. Equilibrio, saggezza e tanta freddezza le permettono di affrontare con filosofia anche problemi complessi. “Un altro caso brillantemente risolto” si dicono spesso con Lucio.
Insomma, in quel quarto d’ora cerchiamo di aggrapparci a ciò che ci caratterizza, che ci piace, alle nostre passioni. E nei momenti più complicati lo facciamo con ancora più determinazione.
Oggi Marta è malata. Luisa ne compensa la mancanza.
Proprio lei ci conferma l’impressione che abbiamo avuto mentre camminavamo: è affaticata da questo periodo. Il clima in direzione è pesante, e se generalmente è abituata a certi ritmi e talune pressioni, in questo periodo anche lei fa fatica.
Io la seguo, ma per tornare subito in “area costruttiva”, le racconto che sono stato ancora più prolifico nella scrittura in questo periodo. Proprio perché la pesantezza di questo momento deve essere compensata. Ai miei romanzi, ai miei personaggi mi attacco, proprio per “sopravvivere”, le confermo.
«Poi, ragazzi, non sottovalutiamo il momento storico».
«Eh, anche quello incide.»
«Vero, è narrazione, alle boutade sparate “da quello”, non seguono i fatti, però certe frasi, certe dichiarazioni hanno varcato un limite, che autorizza tanti soggetti a sentirsi liberi di alzare il livello dello scontro.»
«Sì, si sta amplificando un clima di odio che in altri momenti avremmo considerato inverosimile.»
«Siamo proprio passati alle falsità.»
«La guerra l’ha iniziata l’uno, ma adesso lui sta accusando l’altro, come se fossero suoi i carri armati che hanno varcato il confine.»
«Io ragazzi, ho paura, non ve lo nascondo.»
«Dai, ora non esageriamo.»
«Ma guarda, non paura che un conflitto ci possa coinvolgere direttamente, ma che questo clima di odio e di veleno riporti a momenti della storia che non pensavamo potessero ripetersi.»
«Infatti: certi “effetti valanga” poi sono incontrollabili»
Entriamo nel bar; è affollato, ma Vanessa ci manda subito il suo buongiorno. È giovanissima, ma ha il mestiere in mano. Ci sa fare alla grande dietro al bancone.»
«Il solito: cappuccino, decaffeinato e senza lattosio?.»
«Bravissima!»
In quel momento un ronzio proveniente da fuori si trasforma in un rombo. Sembra il muro del suono.
«Saranno gli Eurofighter in esercitazione.»
«Sì, ma in genere sono un paio.»
«Questa mi sembra una squadra intera.»
Usciamo fuori. C’è già un bel po’ di gente che si raduna nel piazzale del distributore. Un boato assordante scuote persino l’asfalto, poi un altro e vediamo un’intera flottiglia di aerei da guerra sopra le nostre teste. Ma non sembrano gli Eurofighter di stanza qui.
Guardiamo verso l’aeroporto militare. Dense colonne di fumo si stanno alzando da quella parte. Sentiamo sirene e grida. Qualcuno urla: “Ci bombardano!”
All’improvviso sulle nostre teste, due aerei ingaggiano un combattimento. Queste cose le avevo viste solo nei film.
Non è uno dei miei racconti o le fantasie di un mio romanzo. L’aeroporto militare è stato attaccato. Si sentono sirene antiaereo che non credevo esistessero più.
Un altro boato e una colonna di fumo si alza dalla stazione.
Va via la luce. Le insegne si spengono, è giorno pieno, ma si vede che non c’è più elettricità. Qualcuno grida: «hanno colpito la centrale elettrica!» L’ultima esplosione dalla parte della caserma del reggimento dell’Esercito.
Siamo terrorizzati. Le immagini dei film se diventano realtà hanno il potere di sembrare un gioco, perché d’acchito ci appaiono inverosimili, ma poi il terrore diventa doppio.
Anche Vanessa e Christian escono dal bar. Nei loro occhi non c’è la solita espressione allegra e colloquiale da mastro barista. Vedo deglutire Vanessa. Sembra che tutti abbiano capito cosa sta succedendo.
Più in alto il caccia si mette in coda ad un altro aereo. Ero più esperto dei velivoli della seconda guerra mondiale, sapevo distinguere uno Spitfire inglese da uno Stukas Tedesco. Ma questi mi sembrano tutti uguali.
Chi è il nemico? un Mig? o un F16? in questo mondo ribaltato non si capisce più da chi ci si deve difendere.
Poi il caccia colpisce la sua preda. Faccio appena in tempo a vedere il pilota “ejecktarsi”, che il velivolo colpito si schianta su una pompa di benzina, poco distante da qua. Lo spostamento d’aria ci scaraventa venti metri più in là.
Quando il serbatoio interrato del benzinaio esplode siamo abbastanza lontani da non venire inceneriti.
Poi una voce mischiata al ronzio che diventa un fischio – ho un timpano rotto – mi arriva appena in tempo per gettarmi a terra e urlare a mia volta «Tutti giù!» Le bombe agganciate sotto l’aereo trasformano l’incrocio di via Monterosa in un cratere di un centinaio di metri di diametro. In aria vola di tutto. Sento persone gridare.
Lucio e Luisa sono qui con me, sembrano stare bene. Ma l’aria è irrespirabile; un misto di carne, gomma, vernici bruciate. Il fumo rende tutto poco chiaro e iniziamo a tossire con forza.
«Un fazzoletto davanti alla bocca!» Gli urlo. «Dobbiamo allontanarci!»
Appena riusciamo a raggiungere un’area meno satura, Luisa prova a chiamare suo marito, è un poliziotto. La Questura è poco lontana da lì. I cellulari non funzionano, devono aver colpito anche i ripetitori.
«I miei figli!» urla. «Devo andare a prenderli a scuola!»
Io, invece, penso a casa mia: cosa sarà successo a 50 km? Come sta Manuela? Poi Il pensiero va ai miei genitori e a mia sorella vicino a Firenze, a tutti i miei amici. Cosa sarà successo fuori da qui?
A questo punto è evidente. Alle dichiarazioni inverosimili e incomprensibili dei giorni scorsi, sono seguiti i fatti.
Il mondo è cambiato improvvisamente, perché un pazzoide con il ciuffo arancione, votato da una manica di incoscienti, appoggiati da una pletora di servili deficienti che ne decantano le lodi, è salito al potere. Che lui sia un burattino manovrato dalle mani di poteri più forti, cambia poco la sostanza.
Quante volte è successo nella storia, penso. E continuano a fare le stesse cazzate.
Io non sono pronto a tutto questo. Nessuno di noi lo è. Nessuno di noi l’avrebbe immaginato possibile, perché credevamo che la nostra generazione fosse esentata da questa follia. Chissà poi perché, penso. Il genere umano ha dimostrato di essere maturato? Non mi sembra proprio.
Metto il miele nel mio cappuccino senza lattosio, e lo frullo a lungo, mentre la Tv del bar mostra la conferenza stampa tra i due leader atomici che sembrano tornare a una più mite ragionevolezza. Bluffavano prima oppure lo stanno facendo adesso?