Varcai l’angolo dell’ultima strada a mare. Affrettai il passo come fossi inseguito ma era solamente la sciocca presunzione di scaricare in un’immagine la responsabilità del mio desiderio. Quando misi il piede sulla sabbia, la punta di luce scomparve dietro il Volterraio per annunciare quell’istante in cui anche le lancette sembrarono bloccarsi. Gli uccelli interruppero il loro canto, il silenzio lasciò il tempo sospeso per una frazione di secondo. Poi dopo una folata di vento, tutto riprese a scorrere normalmente.

Però qualcosa era cambiato. Eppure era stato un attimo. I pochi frangiflutti già accoglievano i pescatori e i loro galleggianti fosforescenti ad affrontare la notte. La linea dell’Elba era una lama seghettata e smussata: volti, nasi, occhi e sopracciglia stesi come una maschera funeraria che guardava anch’essa in alto e sembrava aspettare la tanto osannata congiunzione fra Giove e Saturno. Il lieve tramontano sembrava soffiare via la polvere accendendo i contorni.
Le stelle ancora si nascondevano negli strati bassi dell’aria poggiata su di una lastra di ghiaccio sanguigno.
Iniziai la preparazione dell’attrezzatura: sfilai il treppiede, montai la testa, la fissai direttamente allo zoom e impostai i settaggi per il notturno.
Il cielo invernale verso ovest prometteva spettacolo e si accesero le prime stelle dove la volta più buia mi ricordò che l’universo resta freddo anche se ci scriviamo una poesia sopra.

Mi misi una mano nella tasca del giaccone temendo di non aver preso la piccola torcia che fra poco mi sarebbe stata indispensabile. Mi rilassai: la sentii fra le mie dita, mentre Saturno e Giove si nascondevano ancora intimiditi dalla Luna, in compagnia di Venere, padrone del crepuscolo sopra Montecristo.
Tutto era pronto coi due pianeti sempre più nitidi nel buio notturno ma una nuvola bassa si stava avvicinando minacciosa e sembra divertirsi a ricordarmi che non era saggio riporre la propria felicità negli astri….
