Esercizio Scuola Carver.

Per ragioni di distanza geografica: Follonica – Livorno non è proprio così agevole (poi, tutto è relativo) in un periodo in cui i miei fine settimana sono abbastanza densi, non ho più partecipato alle lezioni tenute da Francesco Mencacci.
Tuttavia oggi ho letto questo post che invitava ad un esercizio, di Trascodificazione, uhm, o Ècfrasi, già più musicale.
L’ecfrasi anche ècfraṡis o èkphrasis) è la descrizione verbale di un’opera d’arte visiva, come, ad esempio, un quadro, una scultura o un’opera architettonica. (Fonte Wikipedia)
Mi sono detto che l’occasione era ghiotta: dare voce all’immagine pubblicata sul post. Si tratta di un bellissimo e suggestivo scatto di Martina Corradi, oltre che quotata fotografa, anche lei studente della scuola. Dopo averle doverosamente chiesto il consenso a utilizzare la l’immagine, che lei gentilmente mi ha concesso e che ingrandisco in dettaglio,

…ho deciso di pubblicare il mio breve lavoro. Non so se ho colto il significato della sua foto o il senso dell’esercizio commissionato da Francesco, tuttavia ringrazio entrambi per la possibilità, sottolineando quanto sia stata preziosa l’esperienza che ho vissuto con la Scuola Carver. È stato un dono, un’occasione che non dimenticherò.
Fa paura guardar dentro, sotto, attraverso. E non è cambiando il vettore che mi nascondo meglio. Se mi vedessero adesso, io che declamo, proclamo, teorizzo.
Ecco: l’ho fatto di nuovo.
Eppure il corpo parla chiaro, così messo a nudo, un po’ aggrinzito dagli anni, coi tatuaggi scoloriti, aggrappato a una roccia.
Ma una roccia è anche una pietra, e una pietra è un’idea. E se scagliata con violenza non la rende migliore di un’altra. Anzi.
Ho paura, mi manca la forza: posso affrontare tutto, ma non il mio peggior incubo. Non sarebbe tale.
E non è che si vince o si perde, e poi, alla fine, che resterebbe?
Niente.
Grazie a Martina, a Francesco e alla Scuola Carver.