Eccoci al tradizionale viaggio in moto con gli amici. Settembre 2024.
Lo scorso anno, fu Amatrice, l’Abruzzo e il Gran Sasso. Quest’anno, la scelta è caduta sul Friuli e sulle sue Dolomiti. Forse meno blasonate, meno canoniche di quelle venete o trentine, ma altrettanto belle.
Sauris di sopra, conosciuto anche per il suo prosciutto affumicato a metà tra lo speck e il San Daniele, è una frazione dell’omonimo comune. La valle, parallela a quella del Piave, le cui sorgenti da Sappada spingono le acque verso ovest, gode di un certo isolamento che ne ha permesso il mantenimento di un’identità ancora a misura. In sostanza nessuna speculazione ne ha sconvolto il territorio come accade ancora in tante altre valli dolomitiche, in nome di un turismo d’assalto.
Oltre alle foto del ghiacciaio della Marmolada di trenta o quaranta anni fa, provate anche a guardare sul web cos’era allora la Val di Fassa e cosa è adesso.
https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=113168148766598&id=ValdiFassa
Ora, foto storiche di Sauris sul web non se ne trovano molte, tuttavia basta guardare le costruzioni attuali e ci si rende conto che qui, più di tanto, non hanno speculato.
Detto questo, niente toglie bellezza, universalmente riconosciuta, a queste montagne, trentine, venete o friulane che siano.




Svegliarsi qui la mattina:
La prima vera girata la facciamo il Venerdì e andando verso est ci appare un gioiello: il Lago di Sauris. Vero, non era una giornata bellissima, ma se questo bacino artificiale fosse in Trentino, ci sarebbe stato tutto il mondo conosciuto. Invece, pochi visitatori a godere di uno zaffiro che si commenta da solo.
Ripartendo dal Lago di Sauris, una sequenza di affascinanti gallerie nella roccia:
Come Anterselva, tempio dello sci di fondo e del Biathlon anche Sappada gode di fama fra gli amanti dello sci nordico. E sembra aver resistito alle speculazioni edilizie di altre località dolomitiche.
Ma siamo andati oltre: alcuni di noi non avevano mai percorso le Dolomiti in moto, quindi almeno un passaggio sul Giau era doveroso. Per me insieme al Sella è il passo più bello. L’ho percorso una marea di volte. Bello in entrambi i versanti, forse è più veloce in discesa. Ma complice la chiusura dei passi intorno del Sellaronda, per permettere lo svolgimento una corsa cicilistica, ogni mezzo a motore si trovava lì quella mattina.
Uno dei passi più belli del mondo: questo è il Giau, ma quando postai questo video, scrissi questa frase come tema della storia:
“Siamo noi che sciupiamo tutto, me compreso“
Evidente a cosa mi riferisco, no? Ogni anno sempre peggio. E il fine settimana non era dei più attraenti. Agosto a Canazei è diventato come un’estate al mare.
Nonostante questo, riesco ancora a provare delle emozioni quando non mi faccio travolgere da pensieri disfattisti e anche poco democratici. Ma più avanti cercherò di spiegarmi meglio.
“Si può pretendere di descrivere e tirarla fuori all’occorrenza la sensazione che nasce da un proprio antico? Si può descrivere l’indescrivibile? Cos’è l’emozione e da dove nasce?
Nasce da ciò che vediamo, da ciò che viviamo, nel tempo presente, oppure nasce da una memoria, da qualcosa che vibrava allora?
Detta così sembra facile ma forse per la prima volta ho capito cosa significa quella frase un po’ inflazionata, trita e ritrita, che “la felicità è dentro di te” Che cosa significa realmente questa espressione? Che forse la felicità non è uno stato d’animo presente, ma piuttosto lo stato d’animo trascende il tempo e gli eventi che ci accadono, analoghi a quelli che sono avvenuti in passato, vanno a ripescare quella emozione, una sorta di gancio, facendola rivivere ad una profondità che non è replicabile, descrivibile. è ineffabile, e in quanto tale bisogna essere pronti a gustarla quando viene.”
Sensazioni come quelle che cercavo di descrivere nel post, vanno al di là della violenza dell’impatto edilizio o della quantità di camper lunghi 30 metri sui passi. Sono attimi assoluti, implementati dall’effetto sinergico di memoria, musica (in cuffia) e di clima (preferibilmente fresco: ben venga la pioggia se lava l’aria) e di contrasti cromatici (ancora ben venga la pioggia e gli squarci di sereno: rendono più brillanti i colori).
La memoria affina la sua ricerca all’interno di più livelli sensoriali. Il nostro corpo comunica sfruttando i canali auditivo, visivo, cinestetico, olfattivo e gustativo. Per quanto ovvio, pur conscio dei prodotti tipici e dei profumi delle malghe, quello che irrompe a livello emotivo di questi viaggi sono i primi tre.
E allora a livello visivo abbiamo le immagini, stampate nella memoria e iconizzate da certi simboli, che siano delle vette, delle valli, o dei torrenti. La musica, e da sempre, quando percorro queste strade in moto, ma anche in macchina, sono le sonorità pur pompose, in certi attimi magnificenti, dei Dream Theater a farmi da colonna sonora.
E poi c’è la madre di tutte le sensazioni: quella legata alla pelle. Sì, è la pelle che trasmette l’emozione più grande. E la pelle dialoga direttamente con il clima, con l’umidità, con il vento, con la temperatura.
Ecco perché quando a giugno ho cercato di salire sulla Tofana di Rozes, non ho provato alcuna emozione. Perché era caldo, Caronte era arrivato anche lì. E le Dolomiti con i cieli resi lattiginosi dall’anticiclone africano, non sono più le Dolomiti. Non solo perché la vista è pessima: dalla Tofana si vedeva a malapena l’Averau, lì di fronte, ma perché il ghiacciaio era giallo di sabbia del deserto.
Queste foto appartengono ad un altro viaggio, ma che differenza salta subito agli occhi. Accidenti a Caronte!




È proprio una questione di sensazione sulla pelle. Le Dolomiti, come tutte le montagne, hanno bisogno di cieli tersi, di aria frizzante, anche fredda, di pioggia a spazzare via l’umidità, a rendere i verdi più brillanti, a creare squarci di sereno in mezzo alla nuvolaglia, a enfatizzare i contrasti cromatici. La musica e la vista senza la sensazione diretta sulla pelle non hanno alcun senso. Per questo in numerose storie di Instagram ho scritto: meglio l’acqua del caldo, e nonostante ne abbia presa veramente tanta in moto.
Se anche il caldo, e gli anticicloni africani, portano lassù questo clima impazzito… Non ci dimentichiamo cosa ha fatto Vaia nel 2018.

Posso dire anche che ce l’ho a noia, come si dice in Toscana, nel trovarmi imbottigliato nel traffico che va verso Cortina? Se voglio andare sul Giau, non posso non passare da Cortina. Ma non vado a Cortina a fare vasche, come la maggior parte dei visitatori che raggiungano la “Perla delle Dolomiti”.
Domanda: se si evolvessero un po’ gli aspiranti ricconi? Quelli veri, a farsi vedere in giro non ci sono; quelli che contano davvero non vanno a fare i ganzi con quei ciuffi inutilmente bianchi per fingere di essere Briatore. E poi che modello…
Curioso che questi siparietti di aspiranti ricchi allo struscio li raccontava Fantozzi a metà anni settanta, e qualcuno è sempre lì con la testa. Io ci andrei anche più pesante, ma mi dicono che un po’ di equilibrio rende più efficace il messaggio. Se dicono così.
Interroghiamoci su questo turismo che saccheggia l’essenza dei luoghi, che crede di poter fare quello che vuole perché porta i soldi. Il turismo sostenibile non è materia per me, non entro nel merito di Eco-friendly di ecologia o altre seghe mentali della rivoluzione green inposta. Non mi interessa ‘sta roba: la rivoluzione deve essere culturale; quando parlo invece di turismo consapevole mi riferisco al portare qualcosa nei luoghi che si visitano: ma non la spesa fatta da casa per risparmiare; mi riferisco a portare le proprie esperienze, la propria cultura, e a chiedere, domandare, dando forza e importanza alle persone che ci ospitano.
Colle Santa Lucia. Ci sono passato milioni di volte, ma mi ci fermo oggi per la prima volta. Di nuovo, su Instagram posto questa frase:
“Prima di pranzare, esploro il paese antico con la chiesa e il cimitero proiettato sulla valle. Do un’occhiata alle lapidi e penso che queste persone, magari avranno avuto una vita meno comoda della mia, soprattutto nei decenni scorsi, ma adesso riposano in un posto unico che solo loro meritano.“










Dobbiamo farci raccontare la storia di un posto che visitiamo, dobbiamo chiedere a un barista a un ristoratore, a un albergatore la sua esperienza. Dobbiamo farci dire come gli è venuta l’idea, quando ha deciso di aprire un’attività. Questo è il compito di un turista: domandare a queste persone quali sono i loro sogni, e portare anche i nostri.
Il dialogo: questo è il turismo consapevole. Ospitalità da parte loro, riconoscenza da parte nostra. E pagare il conto senza polemiche. Sennò si sta a casa. Basta con questa storia del “gli portiamo i soldi e allora io mi comporto come mi pare”. Poi se ci spennano fanno bene.
Ho trovato gentilezza a Sauris: dal proprietario del negozio di articoli sportivi, che mi ha fatto anche da guida turistica, all’hotel Neider, dove un gruppo di ragazzi argentini gestisce l’albergo e un ristorante favoloso. O anche al ristorantino Seikesauris, la pizzeria dall’altra parte della strada, con il titolare amante della Toscana, e la compagna che ci hanno fatto assaggiare più di una deliziosa grappa. E con i quali abbiamo passato un dopocena a confrontarci e a raccontarci.
Anche la gattina ci voleva bene.
Un classico di questi viaggi in moto con gli amici, al di là delle curve, della moto, dell’esplorazione a due ruote, è la cena con il dopo cena. Sfatti, stanchissimi, età minima 50 anni, la sera finisce così, al tavolino, a bere grappa a fumare il sigaro – eventualmente. Argomenti: sport, politica, topa… Okay ora datemi pure del maschilista.
E la partenza è sempre struggimento: il miglior risveglio è anche sempre l’ultimo; anche questo un grande classico.
Foto di gruppo, e tornanti dall’alto.

Insomma, in questa estate di serrate contro i turisti, di polemiche per gli afflussi esagerati, voglio lanciare un messaggio alternativo, anche perché al di là dell’aspetto economico e a tutti i benefici che ne comportano, viaggiare è la cosa della quale ognuno dovrebbe aver il diritto di beneficiare. Il messaggio è: comportarsi bene – scontato, ma non così troppo – ed entrare in empatia con un luogo.
Cercare di viaggiare con garbo, curiosità, gratitudine e provare a lasciare a casa spocchia, galloni, boria e frustrazioni. Proviamo a fare come ho letto una volta sul “calendario filosofico”:
“Un passo indietro fatelo ogni tanto; che di umiltà non è mai morto nessuno!”

