Prato, Via Roberto Ardigó

Stamani ho parcheggiato la macchina accanto al Dagomari che adesso è Copernico, ma per me, sia chiaro, sarà sempre ITC Dagomari. 

L’ho voluto, non è stato un caso, desideravo sguazzare nella sensazione di essere lì alle otto del mattino come quando andavo a scuola, più di trent’anni fa, percorrendo il sottopasso pedonale della stazione.

Stasera, invece, prima di tornare a casa dopo essere sceso dal treno proveniente da Firenze, ho deciso di camminare un po’ e mi sono ritrovato in un luogo di Prato che in cinquant’anni non avevo mai visto. Vero che adesso non ci vivo più, ma la mia città natale mi ha presentato Via Roberto Ardigò, e siccome è la giornata dei sottopassi ferroviari, eccone uno in mattoni, con una scritta “Heavy Metal” che sarà lì dagli anni ‘90, con un bandone sullo sfondo, colorato con un murales. 

Dove porterà questo tunnel? 

Faccio ancora qualche metro, e ciò che mi circonda torna familiare: in cuor mio spero di trovarmi nei pressi della passerella e dei giardini di via Sant’Antonio. Poi penso: no, mi trovo più in giù, la passerella è più a nord. E invece, alla mia destra, eccola. Esatto, quella passerella dove il nonno Tonino mi portava con la sua Graziellina quando avrò avuto 5-6 anni. 

Quella passerella sotto la quale scorre il Bisenzio, con il ponte ferroviario di fronte, e la Valle delimitata dalla V formata dalle colline dello Spazzavento a sinistra e la Retaia a destra. Allora, guardavo il fiume sotto, e quel semplice terrazzamento mi pareva un sistema di rapide vorticose e letali. A onor del vero a quei tempi c’erano anche le tintorie della Val Bisenzio che scaricavano nel fiume, rendendolo simpaticamente multicolore.

Quante volte in seguito, più grande, ma sempre ragazzo, con la bicicletta raggiungevo quei giardini a inseguire sensazioni nostalgiche? Nonostante fossi un adolescente già cercavo quella roba. Mi ricordo, che ascoltavo una canzone degli Spandau Ballet: How Many Lies.

https://www.youtube.com/watch?v=HELvaBe03Lo

Mi sembrava un pezzo sufficientemente struggente per soddisfare quell’autolesionismo che già mi confondeva. Perché già allora ero in quel modo: costantemente a rimpiangere qualcosa, in quel caso le scuole medie, la gita a Bologna, e la camminata sotto i portici di San Luca. Che non è che fossero così affini a quel ponte. Però, a quello pensavo. 

Più di recente ho usato questo ricordo per scritti che stanno ancora nel cassetto (a parte questo articolo). Ma stavolta gli ho dato una precisa collocazione in un romanzo, già terminato. Ci vuole solo un pò di pazienza, per quando sarà pubblicato: 2025 diciamo.

E dalla passerella, ai tempi del settembre pre-scolastico gettava lo sguardo verso il fiume che si tuffava nel vertice della “V” di cui la Retaia formava il lato destro fronteggiato dallo Spazzavento.

Il “settembre pre scolastico”. Infatti quel luogo ha incarnato la nostalgia delle scuole superiori. E poi è entrato nella memoria. E oggi, guarda un po’, in settembre, dopo che stamani ho camminato nel sottopasso della stazione, dopo aver visto il sorgere del sole dietro al Dagomari, ricompare.

È tutta la vita che mi sento così: a inseguire l’emozione di qualcosa che si è verificato. Ma adesso la cosa non mi disturba più di tanto. Perché so che accadrà continuamente qualcosa di bello che in seguito mi renderà di nuovo felicemente nostalgico.