Lo squadrone che tremare il mondo fa!

Nonno, come è stato bello sognarti stanotte. Era tanto che non accadeva. Non è ancora mezza vita, avevo trent’anni, ma fu il primo vero dolore. Non piansi, mi ricordo, ressi la tua bara. Io piango sempre se vedo gli altri farlo e allora non accadde, mi ricordo. Dalla piazza di Pavana ti portammo in quel piccolo campo santo in pendenza e lì ti hanno seppellito dietro la tua foto con quel sorriso accennato e lo scudo del “tuo Bologna”.

Sai, nonno, adesso vivo al mare. Il lavoro mi ci ha portato, ma poi ho deciso di rimanerci. Questa è casa mia. Da qui le tue zone sono lontane, diverse. Quando ti vidi l’ultima volta eri a Porretta all’ospedale per un problema all’occhio e ti venni a trovare. Porretta: poi, dieci anni dopo ci ho passato il mio quarantesimo compleanno. Io, ai numeri, alle ricorrenze, un po’ ci credo. Chissà, se tu mi fossi venuto a trovare qui, magari ci saremmo fatti una foto insieme sul patino.

Guardare questa foto mi fa effetto. Perché nel mio immaginario, te e il mare siete così lontani fra di voi. Eppure, anche tu ci sarai stato. Ma con me mai. Per me sarai sempre il nonno della montagna, benché fino a quando sono stato adolescente, vivevano vicini l’un l’altro, a Prato.

Il nonno ferroviere, che aveva uno stanzino che avrebbe fatto la gioia di qualunque nipote aggeggione. Sapevi fare tutto, dal legno, alle scarpe, all’idraulica, all’elettrico. E io fra quegli attrezzi – non tutti: molti erano pericolosi per un bambino e giustamente me li proibivi – passavo interi pomeriggi dopo scuola, con l’illusione di scolpire qualcosa.

Il nonno che assomigliava a Bartali, ma che in gioventù, mi diceva babbo, eri stato un “coppiano”. Quanto amavi il ciclismo. Cosa ha rappresentato per quelli della tua generazione? Difficile spiegarlo senza esserci stato.

Sei sempre stato un socialista convinto. Non ti ho mai visto litigare con babbo, né con lo zio Remo, lui soprattutto, comunista fino al midollo. Tu la guerra l’hai fatta davvero. E non perdevo occasione di venire con te in giro sull’Appennino Tosco Emiliano, sulla tua Panda 30 bianca, a cercare i segni dei teatri di guerra, in piena Linea Gotica, dove i tuoi ricordi indugiavano qualche secondo.

Mi rammento quando una volta, davanti ai resti ancora visibili di una voragine prodotta da un mortaio, rispondesti ad una domanda; non ero più un bimbo, e ti chiesi: “com’erano i tedeschi?”

E tu dicesti: “i tedeschi eseguivano gli ordini: quando erano tranquilli, non avevi nulla da temere, e se non erano le SS sembravano anche simpatici.”

“Ma i peggiori di tutti erano proprio i fascisti. Quelli sì che dovevi stare sempre attento… I fascisti erano le feccia, codardi, gradassi, viscidi e vigliacchi.”

Poi con gli anni ho studiato la storia e i voltagabbana siamo stati proprio noi: gli Italiani. E i repubblichini, in fondo, sono stati i più coerenti. Sì… vabbè, diciamo così. 

Ma perché l’errore gli Italiani lo avevano fatto prima, e qualcuno ad un certo punto si è ravveduto. Vero, faceva più comodo stare con gli anglo-americani che risalivano la penisola, qualcuno dirà. Ma come aveva fatto comodo prima, stare coi fascisti. 

“Nessuno è vittima delle proprie scelte” mi dicesti una volta, “ma solo responsabile.” E io non capivo cosa intendevi. 

Non ho mai voluto chiederti se avevi avuto anche te la tessera del fascio. Per molti era sopravvivenza, era l’unico modo per campare. Poi quando il regime fece meno paura, rimasero solo quelli che il male lo avevano nel sangue, quelli che godevano nel prevaricare, nella sofferenza degli altri. Chi aveva appoggiato il regime per paura o per obbligo, riuscì poi a espiare la sua colpa. “Che colpa possiamo dare a queste persone”, ti domanderei adesso? 

Tu mi risponderesti sicuramente: “di aver sottovalutato il problema, di non essersi accorti, che c’è un limite che non va mai oltrepassato quando siamo dentro un seggio.”

“Quale?” ti chiederei. E tu: 

“Vota chi ti pare, di qualsiasi colore sia, destra, sinistra, democristiano, repubblicano, ma stai sempre attento, che dietro qualcuno che invoca il popolo sovrano, o le ronde di quartiere, o il “ci rubano il lavoro”, non ci sia un fascista travestito.”

Buonanotte nonno. Per me rappresenterai sempre quella terra, sul crinale dell’Appennino, tra Pistoia e Porretta, dove ci sono le dighe. Quest’inverno, quando sono venuto a trovarti al cimitero, per la prima volta in cinquant’anni, ho visto il bacino di Pavana svuotato.

Spero di incontrarti presto. Mi piacerebbe risognare quella volta, quando ero veramente piccolo, e allo stadio a Prato ti chiesi se potevo andare anche io in campo a giocare. E tu che non mi volevi deludere scendesti le gradinate per avvicinarti ad una porticina lungo la cinta di recinzione del campo, fingendo di parlare col guardalinee per sentire se potevo entrare anche io…