Di fugace attrazione

Dialogo immaginario col Bosco Amiatino

«…e invece, il vorticcicare sotto una pescaia di un ruscello amiatino è identico a quello dei tuoi cari torrenti altoatesini; il calpestio del sentiero, lo scalpiccio del cammino, il sottobosco, la terra parlano lo stesso linguaggio. La vibrazione, e la frequenza che si sente anche a queste altitudini, e o latitudini più modeste, è la stessa che riempie le viscere e le sinapsi di quando sei in cima al Sella.»

«Vabbè… ora non esageriamo: parli di uno dei passi più belli al mondo. Con tutto il rispetto, la valle della Zancona…»

«La grande bellezza non è quella degli occhi, bensì quella della noia. Stato di quiete, senza moto, senza tempo, senza obiettivo. Cupola protettiva, il contatto più profondo con il sé.»

«Ho capito cosa intendi. E guarda, non ho mai sognato cose, oggetti, bensì luoghi da possedere. Ma i luoghi si omaggiano, al massimo gli si appartiene. Per anni ho guardato al mare, forse di riflesso a un pensiero infantile o adolescenziale: una sorta di amarcord di un’età acerba. Una volta che ci sono andato a vivere, mi sono reso conto che…»

«Che cosa?»

«Non serve il possesso.»

«Bravo. Non si può possedere uno stato d’animo.»

«Infatti. Ma c’ho messo un po’ a capirlo. Passano altri anni e voglio “possedere” la montagna; viaggi in moto sulle Alpi, in nord Europa. Li descrivo nei romanzi, se non fosse anche soltanto per appropriarmi dell’idea. I 600 km di distanza hanno sempre reso vana qualsiasi altra velleità. Adesso, benché attratto dalle vette alpine, ammaliato dalla storia che vi è passata, anche su quella ho indugiato tanto, mi sono “accontentato” della vicina montagna amiatina…»

«Accontentato? certo… mica è uguale eh? Le gloriose vette di dolomia o granito. Documentari, alpinisti. Vicende storiche. Libri, riviste.»

«Ho capito, scusa se sono stato irrispettoso. Ma lì c’è tutto un immaginario, anche un business alla fine.»

Dove girava la ruota di un mulino.

«Appunto! Invece una casetta al limite di una borgata amiatina, a 700 metri, ti ha regalato il piacere di un luogo intimo, lontano dalla frenesia di un quotidiano che si alimenta di aspettative e brucia perennemente ricchezza. Tangibile e di pensiero. »

Riflesso onirico?

«Non posso negartelo.»

«Ma pensavi che non potesse darti niente di più, con la mente rivolta ai pinnacoli trentini o alle piramidi dei 4000 valdostani.»

«È vero: l’ho pensato spesso. Che emozioni potrà mai darmi, aldilà di un intimo pensiero, un bosco di castagni o di faggi o una collina stondata…»

«…se nel tuo immaginario, il profumo e la ricchezza possono provenire soltanto dai larici, dagli abeti e dalle creste di roccia affilate che spuntano da un ghiacciaio?»

«Ora sei tu quello retorico.»

«Scherzavo. Non te ne offendere, ti prendo in giro. Concedimelo… Qui non viene mai nessuno, se non quando è stagione di porcini…»

Mulino ristrutturato: proprietario sconosciuto

«Hai detto poco. E non c’è paragone tra i nostri e quelli alpini.»

«Loro lasciali divertire coi finferli.»

«Sono buoni anche quelli. Ora sei campanilista.»

«Se ero campanilista, stai tranquillo che tutti i Romani, i Senesi, i Grossetani qui non ci mettevano piede…»

«Io sono un Follonichese acquisito. E qui mi è sempre piaciuto. Anche adesso. Ben prima di iniziare a parlare, ho avuto una precisa sensazione.»

«Non essere bugiardo: anche tu sei venuto qua a cercare funghi, o a imparare a sciare… le rare volte che nevica.»

«Non è vero. Cioè, anche. Ma mi sono spesso messo all’ascolto.»

«All’ascolto di cosa? Dei rami? del fruscio? Delle foglie secche?»

«Sai bene cosa intendo.»

«No, non lo so, spiegati. Vediamo se hai le palle, se capisci dove voglio arrivare.»

«No, non capisco, davvero.»

«Certo, come tutti. Nessuno capisce realmente. Parlate di ascolto, ma non sapete neppure cosa significa quella parola. Venite qui, vi appropriate di sensazioni, che credete di percepire, ma non sentite niente realmente. Adesso, se volessi, potrei farti scappare di qui a gambe levate, e senza far alzare un filo di vento, un fruscio.»

«Perché adesso ti sei alterato così? Cosa ho detto di sbagliato?»

«Non è il contesto per i sermoni moralisti, ma venite qui, prendete e cosa portate in cambio?»

«Hai alzato i toni. La tua voce adesso mi sta spaventando e non credo di meritarmelo. Ero venuto qui a fare una passeggiata. Io ho rispetto per la natura, per il mondo che mi circonda.»

«Wow, abbiamo un’anima sensibile. Te la stai facendo sotto, vero?»

«Forse è meglio se me ne torno a casa.»

«Credi di riuscirci? Ti posso far perdere l’orientamento in tre secondi, anzi l’hai già perso. Dov’è il sentiero? Non lo riconosci, vero? Poi è nuvoloso, non ti puoi orientare con la luce. Il torrente è lontano adesso, neppure lo senti. E qui i vostri GPS non prendono.»

«Okay, non facciamo scherzi: tutto questo non è reale. Il Mulino ristrutturato non dovrebbe essere tanto lontano; da lì il sentiero mi riporta al ponte della Zancona.»

«Ehi! Ora dove sei sparito? Oh Cristo, mi sono perso davvero.»

«Oh! Rispondi!»

«Mi sto bevendo il cervello. Ho creduto di parlare col bosco, e lo chiamo pure adesso.»

«Ma qui mi sono perso davvero. Il torrente, perché non lo sento? Eppure quanto ho camminato? Aspetta. Il pendio ce l’avevo a destra, ora qui sembriamo in piano, ma non mi ricordo di essere salito. Però se sto qui vuol dire che sono in cima a questo colle. Quindi… se inizio a scendere… eh, ma se sbaglio versante, e magari mi ritrovo dalla parte di Monticello. Qui è fitto, scuro. Non ho riferimenti. Oh porca miseria. Ho camminato credendo di parlare con il bosco e non mi sono segnato i punti.»

«Ma come si fa a essere così stupidi? Il Bosco… che parla con me e s’incazza pure.»

«Merda, non c’è neanche segnale qui. E adesso che faccio? No, fermo… aspetta: respiriamo. Posso seguire le mie tracce. Ci sono stati tratti con l’erba alta, me lo ricordo bene, ci dovrebbero essere segni del mio passaggio. Da quella parte c’è l’erba, basta che trovi il punto in cui è schiacciata. E questo sentiero? Qui non ci sono passato di sicuro. Sarà questo? Oh madonnina mia santa… dove sto andando?

… … … …

«Ah ah ah! Ci sei cascato eh? Scherzavo: ti ho preso in giro. Eccolo lì il mulino.»

«Oh Madonna! Ma vaff… Me la sono fatta sotto veramente, temevo davvero di essermi perso.»

«Stai tranquillo, è tutto ok. Non ho intenzioni ostili. Anzi.»

«Fammi respirare… ma ti sembrano scherzi da fare?»

«Non ho fatto niente… mi sono assentato un secondo. Ah ah. Dai, scusami. Era un gioco.»

«No no… Mi hai proprio spaventato. Cioè io sto qui e parlo col bosco. E ci credo davvero. Che si diverte pure a farmi degli scherzi. E devo anche stare attento a quello che dico, perché magari è pure suscettibile.

«Prometto: non ti prendo più in giro. Tieni, prendi questo pezzetto di corteccia. Senti il profumo: è abete. Visto che lo ami tanto.»

«Ci sono anche qui?»

«Certo! Più in alto c’è una vera abetaia.»

«Sembra che tu mi conosca bene: cosa cerco, cosa mi piace.»

«Certo. Mica è la prima volta che ti vedo, sai? E lo so bene cosa hai provato, prima di iniziare a parlare con me.

«Bo? A me sembra di essere matto. Okay, continuiamo a giocare. Cosa ho provato, secondo te?»

«La gratitudine.»

«Sì, è andata così. Mi sono sentito grato.»

«Quella è l’unica cosa che potete portare in cambio. Non c’è altro che l’umano possa restituire. Ed è l’unica cosa che vi invidiamo.»

«L’umano fa parte della natura, come puoi invidiare qualcosa che fa parte di te?»

«La natura non ha intelletto. La natura non sa essere grata. La natura si muove e soltanto per reazioni chimiche e leggi fisiche. L’intelletto è solo dell’uomo. Purtroppo spesso lo usate male. Ma quando ci riuscite invece, sapete creare quel contatto. Un attimo. Sì percepisce, non ci sono dubbi che ci sia.»

«Quale contatto?»

«Quel contatto con tutto ciò che è esterno. La forza dei Jedi: te che sei un amante di Starwars, dovresti capire. Scherzo, non esageriamo dai.»

«Ho capito: parli del linguaggio della natura?»

«Neppure. troppe accezioni, matrigna, crudele, benigna, lato oscuro. No. Quelle sono già interpretazioni umane.»

«E allora cosa? Le percezioni di Huxley? Il Peyote di Puerto Escondido o di Castaneda? La caverna di Platone?»

«No, niente di tutto questo. Si tratta invece di uno stato molto lucido. Direi l’affermazione del posto e dello spazio, ma non in senso metaforico, bensì in senso fisico. Come se quel margine, quel confine, la vostra pelle, il vostro sé, si riuscisse a definire e a collocare come in nessun altro momento e cercasse in ciò che vi circonda la traduzione, il linguaggio, l’interfaccia con ciò che invece è puro pensiero.»

«E tu come fai a percepirlo?»

«La natura umana è parte del tutto. Ma è anche unica. E quando vibra così, quando si connette, produce quel momento, solo quello.»

«In nessun altro momento accade?»

«No: è un attimo, ineffabile, intangibile, irripetibile, nel senso che non lo puoi riprodurre. Se ne potrà generare uno nuovo, in un’altra occasione. Ma non quello. Una sorta di rientro nel grembo primordiale.»

E sentite queste parole, mi ritrovo di nuovo da solo. E sono al ponte sulla strada carrozzabile. Se alzo gli occhi, vedo la mia casetta. Mi domando se sono lucido, se credo veramente di aver avuto questa conversazione. Magari i folletti esistono davvero. Parlavo con uno di loro? Con un Elfo? Oppure con un Ent del “Signore degli anelli“. Non posso negare di guardarmi intorno alla ricerca delle tracce del mio interlocutore. Neanche fossi stato Leopardi oppure l’Islandese.

Ma questi luoghi, così come tutti quelli che ho sognato di possedere, mi raccontano che non si concedono a noi, non ci tollerano, ma ci regalano “soltanto” uno strumento per raggiungere un prestito di emozione. L’unica veramente gratuita. Perché tutto il resto è un’arma a doppio taglio.

Raggiungo casa mia, mi butto sulla sdraia nel giardino. Mi cade dalla tasca qualcosa: il pezzetto di corteccia d’abete.

Perché come in un “tempo piccolo” (Califano) se si mischia tonica con la vodka, forse si cerca goliardia, oppure ci si vuole fare errore, o ancora celebrare un evento dell’anima. O probabilmente si cerca soltanto di prepararsi alla spietata nostalgia delle cose che furono.