Londra, racconto nel racconto.

Racconto di pura fantasia, (per fortuna) liberamente tratto dall’ultimo viaggio a Londra, durante il quale mi sono tolto un bello sfizio.

Esercizio composto per il corso che sto facendo alla scuola Carver di Livorno

Mentre esco dalla metro di Tottenham Court, una bella spruzzata d’acqua mi rammenta che 27 anni fa ci beccai, invece, l’unica settimana continuativa di sole che forse Londra ricordi.

L’incrocio tra Tottenham Court Road e Oxford Street.

C’eravamo tanto amati allora. In un classico tumulto adolescenziale avrei voluto abitarci, ma ancora non sapevo che il romantico ottimismo dei vent’anni mi avrebbe condotto a viverci quasi da schiavo, se lo avessi fatto.

Poi altre attrazioni, altri luoghi hanno relegato “Big London” fra le tante comuni capitali europee.

Adesso, a cinquant’anni, ho visto una città cambiata nello Skyline e questo mi ha quasi commosso. Non perché mi piacciano i grattacieli – anzi – spuntati ovunque, sulle rive del Tamigi, ma perché una così profonda differenza mi ha fatto sentire quasi attore di questo cambiamento. Io, dalla mia, c’ho messo il tempo in cui sono mancato.

Poi per il resto è tutto uguale a prima: mezzi pubblici favolosi che ti fanno “possedere” la città, quartieri caratterizzati dallo stesso fermento culturale di allora, e ritrovare dentro di me la medesima voglia di farmi travolgere da quell’atmosfera.

Bluffando un po’ sulla destinazione, vagamente Covent Garden, imbocchiamo Denmark Street, la famosa via dei negozi di chitarre:

La mia compagna s’incazza subito:

«Lo sapevo! Ecco perché volevi venire qui!!!»

Denmark Street

«No!!! Cioè sì, ma poi ci andiamo davvero a Covent Garden; è qui vicino, veramente… ora però fammi entrare dentro, dai! Sono trent’anni che voglio venire qui a comprare una chitarra.»

«E io?»

«O vieni con me o vai a fare un giro…»

Propende per la seconda ipotesi.

«Ti do due ore al massimo!»

«D’accordo.»

Quando entro dentro il negozio “Regent Sound” vengo investito da un possente odore di legno e vernici. Forse le assi del pavimento, o le casse armoniche? Fatto sta che lo scintillio di elettriche di tutte le fogge, “Tele”, “Strato”, “Les Paul”, in uno spazio così ristretto sembrano una coriandolata improvvisa. Mi giro un po’ intorno, diciamo su me stesso, e individuo la cucciola che vorrei provare. So che comprerò una chitarra: nonostante il prestigio del negozio, della strada e della “tele” stessa, non ha un costo proibitivo.

Quel bellissimo negozio dove ho comprato veramente la mia Vintage 72

Bellissima: appena l’afferro sento le corde metalliche, nuove, che scintillano di vibrato, tintinnano di riflessi e mi restituiscono un suono che quasi mi accerchia. Il manico, agevole e fluido come una pista di ghiaccio, ma caldo come un bagno di acqua termale, mi invita a montarmi la testa. E allora abbozzo “Sultans of Swing“, poi spingo sui “bending” di “Hotel California“, provo dei “fingerpicking” di pezzi di Pino Daniele. Sanno una sega a Londra cos’è la musica mediterranea di Pino, condita di Samba e Bossa Nova. Troppo bello!!!

Dov’è Martina? Penso. Appoggio la chitarra.

«Just a moment! I come back immediately, I’m looking for my girlfriend.»

«Don’t worry…»

…ed esco un secondo dal negozio. Non la vedo: sarà andata a guardare le vetrine all’incrocio tra Oxford Street e Tottenham Court. Dai, non si può perdere in questa zona. Tornerà.

Rientro dentro e riprendo la chitarra e per provarla con diverse sonorità.

«Sì, è lei: ho deciso, la voglio.»

Sì, ma se Martina non torna in negozio… penso. Ha il mio giubbotto con in tasca il cellulare dove tengo le app per pagare. Non la posso neppure chiamare. Sono stato stupido a lasciare tutto a lei.

Torno fuori e provo a chiamarla, ma non la vedo. Potrebbe essere ovunque. Non mi resta che aspettarla. Non sa una parola d’inglese, dove può essere andata? Non sarà lontana.

Che strano, penso: la strada è completamente asciutta. Percorro tutta Denmark Street fino allo sbocco con Tottenham Court. È pieno di pullman rossi e di Taxi neri. Non vedrei Martina se fosse dall’altra parte della strada, c’è troppa gente. Meglio se torno indietro, prima o poi arriverà. Magari si sta avvicinando dall’altro lato della strada.

Quando varco la soglia del negozio, vengo investito da una sorta di brivido e al tempo stesso di scossa. Come se ci fosse stato un terremoto. Mi ronzano le orecchie: mi sembra che mi sia salita la pressione a duemila. La vetrina mi appare diversa, così come il bancone. E non ci sono i due ragazzi che mi stavano assistendo prima. Anzi, c’è un tipo che non avevo visto.

Mi devo reggere a qualcosa, ma è come se mi muovessi a vuoto e non riuscissi ad afferrare niente per tenermi in piedi. E dov’è la chitarra che provavo prima? L’hanno già rimessa a posto? È impossibile, sarò stato fuori un minuto.

Esco di nuovo: non vorrei essere entrato in un negozio diverso. No no, è questo: è Regent sound. Ma che sta succedendo? Poi lei, dove sarà? Ha il mio telefono, il mio passaporto.

È passata quella sensazione in cui mi sentivo quasi sospeso, adesso non mi ronzano più le orecchie, mi sembra che la pressione sia normale adesso. Non è la prima volta che mi succede.

Torno verso Oxford Street: le persone sono vestite in un modo strano. Mi sembra quasi quello stile che non vedevo da più di 20 anni coi pantaloni larghi e le giacche con le spallone grandi. Anche le auto mi sembrano un po’ datate. Le insegne non sono le stesse di prima. Che cazzo sta succedendo? Perché in questo negozio ci sono televisori a tubo catodico?

Dov’è il padiglione della Samsung?

Sei anni dopo, In Italia, negli studi televisivi di una Tv locale.

«Grazie di aver accettato il nostro invito.»

«Grazie a voi.»

«Il caso del suo Filippo è molto simile a quello di cui i mass media, a livello nazionale, stanno parlando adesso. La vicenda di Verona.»

«Sì, Massimilano…»

«Esatto.»

«Signorina, ci racconti il momento in cui è cambiata la sua vita e quella del suo compagno. Come andò quel giorno?»

«Appena arrivati a Londra e sistemati in albergo, per sfruttare il pomeriggio, siamo andati verso Covent Garden.»

«Sorride?»

«Sì, la scusa era quella. Poi lui in realtà voleva andare a comprare una chitarra in un negozio di questa strada di Londra – Denmark Street – famosa per ospitare tutti quei negozi di strumenti musicali. Appena vidi le vetrine, capii che Covent Garden era una scusa. Ovviamente ci ridemmo su. Lui mi disse: ci vediamo fra due ore…»

«E lei uscì per fare un giro.»

«Sì, lui c’era stato altre due volte a Londra. Per me era la prima. Sprecare ore in un negozio era inconcepibile.»

«Per lui era importante.»

«Certo, infatti lo avevo lasciato fare. Prima di partire, la storia della chitarra e di quella strada me la raccontò, tipo: 10 volte… trent’anni che aspettava quel momento.»

«Ma dopo neppure mezz’ora sono tornata lì, perché poi avevo il suo cellulare e i suoi documenti. E L’ho visto uscire dal negozio…»

«E lì è accaduto. Lui guardava dalla parte opposta… come tutto il mondo quando va in Inghilterra.»

«Ma guardi, intanto la strada era a senso unico, quindi in quel caso sarebbe cambiato poco. Era una macchina elettrica: non le senti. Se fossi rimasta lì con lui, non sarebbe uscito a cercarmi. Quello è il punto, e la cosa che non mi perdonerò mai.»

«Mi sembra particolarmente provata da questa vicenda.»

«Convivere tutti i giorni con una persona che non solo è del tutto svuotata da ogni caratteristica di umanità, nel senso di ciò che ci distingue dalle altre specie animali, ma è incapace di qualsiasi interazione… Respira in un polmone d’acciaio, si alimenta con un sondino. Non muove gli occhi. C’è qualcosa di umano in questo? Sono passati ormai sei anni, e di fatto, oggi potrebbe essere benissimo quel giorno di allora, appunto. Il suo stato di salute è rimasto quello.»

«Non ha mai ripreso conoscenza da quel febbraio…»

«…e per i medici, mai lo farà.»

«Fin da subito è stato curato in Italia?»

«Sì, aveva fatto l’assicurazione di viaggio che prevedeva queste casistiche ed è stato rimpatriato senza problemi. Ma col senno di poi, con la consapevolezza che non si sarebbe risvegliato più, era meglio se fosse rimasto a Londra.»

«Perché lo dice?»

«Il dibattito sul fine vita, là è maturo, non è viziato come in Italia da anacronistiche prese di posizione della Chiesa e di tutta quella politica servile che la sostiene…»

«A chi si riferisce in particolare?»

«Via, non mi faccia fare nomi di persone così ridicole.»

«Ho capito, niente politica, è più un discorso di etica.»

«Ma guardi: per me possiamo anche parlare di tutti i governi che hanno fatto finta di affrontare il problema. Il mio compagno da sei anni è un vegetale, non ci sono speranze che si risvegli, e citare l’etica associandola a buffoni e giullari di corte mi sembra un po’… Siamo in una televisione pubblica, non scadiamo nel ridicolo.»

«Lei cosa chiede?»

«Niente, che non si strumentalizzino vicende analoghe. Io non sono venuta qui a raccontare niente a nessuno. Non mi arrogo il diritto di dire cosa è giusto. Io stessa, in alcuni giorni vorrei che lui fosse ormai in pace dietro una lapide di un cimitero, in altri spero che possa sopravvivermi. Chi ha vissuto o sta vivendo vicende simili, sa bene di cosa si parla e non ha certo bisogno delle mie lezioni. Quanti ce ne sono stati di casi tra il mio Filippo e quello attuale di Massimiliano Gherardi a Verona? E prima ancora?»

«Quindi?»

«Io chiedo soltanto ai politicanti e ai preti di scendere sulla terra e smettere di dare lezioni di morali, spesso da un pulpito di immoralità.»

«A quale pulpito si riferisce?»

«Quello di qualsiasi opportunismo. Di chiunque “tuoni” dal proprio scranno verità assolute: di solito appunto, clero e politici o manager»

«È proprio arrabbiata col mondo.»

«Io non sono arrabbiata col mondo. Non ho neppure più le forze per arrabbiarmi. Mi sento sospesa, invidio chi può andare ad un cimitero a piangere su una lapide. Come le ho detto, chiedo soltanto che non venga cavalcata un’onda emotiva per opportunismo.»

«Quella è la chitarra che il suo compagno avrebbe comprato a Londra.»

«Sì, i ragazzi del negozio quando hanno visto la scena, sono usciti e quel giorno hanno chiuso per rispetto. Poi nei giorni successivi li ho contattati e ho chiesto loro se avevano ancora quella chitarra. L’avrei comprata, e fatta spedire in Italia, come se Filippo, in qualche modo potesse percepirla.»

«E invece?»

«Me l’hanno regalata. Me l’hanno inviata tramite un corriere, e con un filmato che gli avevano fatto mentre la provava. Vederlo in quel video … be’.»

«La rimette in pace col mondo?»

«No, la prego, non mi chieda di lanciare messaggi di positività.»

«Allora riformulo: secondo lei, lui la può sentire?»

«Io voglio pensare che lui, in una sorta di dimensione parallela stia facendo il giro dei negozi di quella strada a provare chitarre, in un loop che gli permetta di rivivere quei viaggi, come se fosse in un eterno paese di balocchi e di emozioni.»