Il Bisenzio, acqua, valle, storie: intervista al Babbo..

«…raccontami di quando iniziasti…»

«Ah, guarda. Questo è il certificato del Dott. che mi permetteva di iniziare a lavorare a 13 anni.»

«Perché il certificato?»

«Fino a 15 anni non si poteva. Ma siccome s’era una famiglia povera, allora in quei casi, col permesso del dottore. Guarda: questo è il libretto.»

«A 14 anni da compiere, nel 1955 mi assicurano dal Cangioli.»

«Cos’era?»

«Una rifinizione di Vernio. Vedi? L’anno dopo, ancora in una loro ditta.»

«21 luglio del 1955. Non avevi ancora 14 anni.»

«Esatto.»

«E scusa, poi sei andato in pensione nel 1994: 39 anni dopo.»

«Si è poi altri 25 anni di contributi da artigiano.»

«Eh già. La partita Iva della Sas l’hai chiusa nel 2021.»

«Stai sicuro che la mia non è stata una pensione baby.»

«Raccontami di quegli anni.»

«C’è poco da dire ma anche tantissimo. A quei tempi il lavoro c’era. Il tessile aveva un bisogno enorme di Manodopera. In Valbisenzio c’erano ditte, guarda anche Spa: dagli Sbraci del Fu’ Alimo c’ho lavorato fino al ‘58. Il lunedì mattina si doveva avviare la turbina a acqua che faceva funzionare tutto il lanificio. È ancora visitabile la galleria che portava l’acqua. Mi viene in mente il Carbonizzo del Pucci, sul Fiumenta. La ditta più a nord.»

Vedi? La 127 azzurra anche se qui par verde? Qui sei piccino, con la tu’ sorella e la tu’ cugina Roberta”.

«Un è davanti a casa dello zio Remo?»

«Eh si. Vedi la fabbrica sullo sfondo? Poi c’era il Santi, a Fondagnana c’era il Tendi, il Meucci, un piccolo Lanificio, si trovava a Mercatale tra la confluenza del Bisenzio e del Fiumenta. Ma più in giù, dopo Vaiano, c’erano ditte con 7-800 dipendenti. Il Canovai era una di quelle. A La Briglia c’era il Forti: era la Città Fabbrica.»

«Come l’Ilva da me a Follonica.»

«Il Forti era Ebreo. Io non ero nato, ma mi raccontarono che il fascismo, purtroppo, lo cacciò nel 37. Queste aziende dipendevano dall’acqua del Bisenzio. Le gualchiere, le chiuse muovevano ruote di molini che facevano partire gli assortimenti. Il Bisenzio era la vita per noi. Ma non perché ci si pescava. Ogni giorno c’aveva un colore diverso a seconda degli ordini che arrivavano alle tintorie. E poi al Cavalciotto, partivano poi le gore verso la città, che muovevano altre realtà.»

«Ora il Cavalciotto è un parco.»

«A quei tempi era un po’ diverso, ora hanno recuperato tutto. Bene eh…»

«Il Bisenzio ha saputo essere anche cattivo.»

«La foto nel mezzo, si vede che ha scavato a novembre.»

«Guarda il video sotto. Ci credo che ha scavato.»

Il ponte XX settembre, quel Giovedì notte

«Via, torniamo a quando vu’ scendevi giù a Prato.»

«E noi si scendeva in treno, qualcuno in pullman.»

«Da dove partivate?»

«Eh… soprattutto chi partiva, c’erano quelli della “foglia tonda”. Erano i più apprezzati perché poveri di natura. Gl’avevano solo il lavoro. Dall’alta valle, da Montepiano, da Cavarzano, da Cantagallo. A piedi s’andava alla stazione di Vernio, appena fuori dalla Grande Galleria. Ma c’erano anche quelli che facevano i 500 gradini per scendere alla stazione di Candilandino dentro la galleria.»

«Dentro?

«C’era una stazione a mezzo. Vicino a dove hanno fatto l’attentato. Quelli di Castiglione dei Pepoli, di Baragazza passavano da lì. Poi c’erano quelli dei Poggi di sotto. Erano gente stanca dello sfruttamento delle fattorie, ma rimasti legati alla terra, coltivavano sempre qualcosa. Erano meno apprezzati perché non davano tutte l’energie al lavoro.»

«E quanto ci metteva il treno?»

«A Vernio partiva alle 5. Il turno iniziava alle 6. Poi c’era quello dell’una per chi avviava alla 2. E poi quello delle 9 la sera per chi faceva la notte. Dalle 10 alle 6 del giorno dopo. Poi c’era anche il pullman della V.e.t.a. Ci metteva di più, però ti portava in ditta.»

«La “Veta”?»

“Guarda la foto: autolinee VETA”

«Invece in treno?»

«Quando ho cominciato a lavorare a Prato, s’arrivava alla stazione e ci si divideva in tronconi. Quelli verso via Pistoiese, quelli verso il viale Montegrappa, poi al Fabbricone in Via Bologna, il Franchi, c’ho lavorato. S’era fiumi di gente. 1000-1500 persone che dalla vallata si scendeva a Prato a far girare le fabbriche. Lì alla stazione c’era uno che ci teneva le biciclette. Lo sai quante volte ho portato la tu’ mamma in via pistoiese sulla canna della bici?»

«Non lo sapevo.»

«L’ho conosciuta in treno. Nascevano amicizie, storie. Con la tu’ mamma è stato così.»

«E com’era Prato?»

«Un n’era mica come ora. In via Boni finiva la città.»

«Via Boni, vicino a dove si stava noi?»

«Sì. Vedi, ora è tutto palazzi, case, ma allora c’era un campo, una bottega alimentari e le fabbriche al limite della città. Tra via Boni e Mezzana un c’era mica nulla. Il viale della Repubblica un n’esisteva mica.»

«Ma te cosa facevi in queste fabbriche?»

«Di tutto. Poi sul libretto di lavoro c’avevo la qualifica più semplice, quella di attaccafili, ma si faceva d’ogni cosa.»

«In che anni siamo?»

«Prima che andassi a fare il militare. Guarda questa foto.»

«Maremma com’eri secco!»

«Ero 48 chili. Ma non perché un mangiavo. Era costituzione.»

«E poi quando tornavi da lavorare?»

«S’andava al bar, al cinema, a ballare alle Maschere. Si stava insieme. A casa non ci stavo mai.»

«Guarda il Califfo.»

«Appena comprato.»

«E dopo il militare?»

«Dopo è cambiato tutto. È iniziato il contoterzi, i grossi industriali hanno cominciato a comprare case a Cortina, al Forte, le barche, i macchinoni. E tante realtà sono sparite. Però i terzisti hanno dato tanto lavoro. La tu’ mamma dal Papi, in roccatura, c’ha lavorato tanto. È cominciata ad arrivare tanta gente da tutt’Italia, perché il tessile dava tanto lavoro, si faceva un monte di straordinari. Un operaio a Prato guadagnava il doppio di uno della Fiat.»

«E dal Tempestini?»

«Lì ci sono entrato nel ‘73, poco prima tu nascessi.»

«E questa è storia conosciuta.

«Il Tempestini, io poi lavoravo in filatura alla Neri e Panetta, che era degli stessi soci. Ora la manda avanti il tu’ cugino. Questi sono stati degli eroi. Come loro, Andrea Borelli con la Tessitura Italia, il Bellucci, c’ho lavorato fino alla fine, l’Omega a La Briglia, il Cangioli, i Fratelli Balli, la Nova Fides, il Pecci Filati, la Roccatura Lia, la Rifinizione del Cambi in Via Zarini. Hanno cercato di resistere fino all’ultimo, col ciclo di lavorazioni complete, hanno resistito alla crisi degli anni ‘90, quella del 2000. Poi ce n’è tanti altri che non ce l’hanno fatta o che non hanno voluto. Insomma si sa com’è andata.»

«E ora?»

«Mi viene in mente il Borelli Andrea che ha istituito una scuola per tessitori, come lui, la Nuova Fides. Iniziative per i giovani. O come il tu’ cugino che manda avanti la filatura come facevo io, anche se adesso si chiama in un altro modo.»

“Un s’ha a vede’ che gl’è milanista eh..”

«Bada, mentre spiegavi come funzionavano gli assortimenti. Qui c’eri ancora te.»

«Eh sì, qui sarà una decina d’anni fa.»

«Mi ricordo, quando si stava ancora in via Erbosa, che a volte mi ci portavi. A me mi sembrava il paese dei balocchi. Poi con le bobine ci facevo le spade.»

«E quando a agosto, si tornava due giorni prima dal mare per andare a ingrassare le macchine e ripartire con il lavoro?»

«Ma poi come mi divertivo con quelle pompette co’ i’ grasso. Certe volte mi sbagliavo e lo davo a’ bulloni, invece che alle valvole degli ingrassatori de’ cuscinetti.»

«Infatti, tu se’ “finio” a lavorare in quel posto dove un si sa fare una sega.»

«No, in politica un ci sono mai entrato…»

«Andiamo, bischero… Mangia!»