Affetto da ritardo scenico

Il treno è arrivato in orario. Disponi di quasi un’ora prima dell’inizio. Esci con la tua bici dalla stazione, attivi il navigatore, a Livorno sai soltanto dire da che parte è il mare. Per il resto ti ci perderesti.

Pedali per strade deserte di un primo pomeriggio di gennaio. A Follonica era più freddo, ma c’era anche un sole pieno.

Giunto sulla terrazza Mascagni, sembra che tutto stia per crollare. L’orizzonte chiaro rende le nubi scure come il piombo. Nessuno ha sparato, ma oggi l’apocalisse ha scelto proprio bene. Ma, merda, per uno come te che vive in un golfo con l’Elba davanti, qui a Livorno sembra oceano.

Vuoi fare un video mentre sei in bici sulla terrazza, questa cosa ti fa sentire parecchio metropolitano. Tiri fuori il cellulare, e inizi a pedalare lentamente, c’è gente, meglio essere prudenti, pensi. Ti muovi a passo d’uomo, fai fatica a tenere l’equilibrio. E’ una bici da corsa, il sellino è alto, la fodera del cellulare si sposta, ti copre la telecamera.

Cerchi di spostarla, ma non puoi staccare l’altra mano nel manubrio. Ti sbilanci.

Buio.

Hai fatto tardi. Entri nel salone e vedi tuo padre concentrato sullo schermo Tv. Era un mese che non andavi a trovarlo. Sta guardando il tappone Dolomitico. La carovana del Giro sta transitando dalla Val di Fassa.

«Stanno passando da Moena» ti dice «fra poco sono a Pozza!»

«Lo vedo, Papà.»

«Guarda! il ponte sull’Avisio!»

Vedi che gli luccicano gli occhi. Lacrime trattenute stanno per tracimare. Pensi alla foto che tieni sul mobile del salone di casa tua. Sei tra tuo padre e tua madre, più alto di loro, li abbracci con sullo sfondo le Torri del Vajolet che raccontano al mondo l’Enrosadira. È troppo anche per te.

«Telefono a Serena che sono arrivato.»

Entri in quella che vent’anni fa era la tua camera.

«Sere…»

«Sei arrivato?»

«Senti, dobbiamo fare una cosa.»

«Dimmi.»

«Portiamo Papa’ in Trentino.»

«Sei sicuro? Reggerà?»

«Sono passati dieci anni, da quel giorno, ma Il Giro lo aiuterà. Fidati»

Torni in salone.

«Papà, appena è finita la tappa fai la valigia. Fra un’ora partiamo. Lo sai ci vogliono 4 ore e più»

«Per andare dove?» ti guarda sorpreso.

«Domattina c’è la partenza a Canazei.»

Ti gira la testa. Le immagini sul video che vedi scorrono confuse. Senti un fischio, un ronzio. Poi tutto si spegne e nella stanza non c’è più nessuno. Ti hanno detto di aspettare qua. Arriverà qualcuno dello staff e ti diranno.

Le luci sono basse, dall’esterno arrivano delle voci. Vedi che fuori le nuvole corrono rapide. Fanno alla svelta a cambiare l’atmosfera. Vorresti avvicinarti alle finestre ma non puoi. Temi che ogni movimento rovini tutto. Ti chiedi con quali interessi la ripagherai in un’altra vita. La botta di culo che hai avuto è stata ben oltre lo stallone della fortuna.

Disporre di questo slot di ben mezzora per fargli l’intervista dopo la conferenza stampa è qualcosa che forse poteva capitare a Gianni Minà, non certo a te.

Ti accoglie con un sorriso che scioglierebbe anche il dittatore coreano. Gentile anche con lo staff, ringrazia la segretaria per avergli chiamato sua moglie.

Attendi qualche minuto: Camilla forse gli racconta le ultime imprese dei gemelli. Chissà se hanno visto la sfida? Era la prima volta che lei non poteva essere sugli spalti.

Guardalo: ha una tale eleganza che dovrebbero nominarlo imperatore del mondo. Ti domandi se prima di entrare in doccia fosse sudato.

La sala stampa è il suo ambiente naturale. Un addetto gli porta la coppa. È la sesta volta che ce l’ha al suo fianco.

Mentre saluta Camilla, vedi quanto viola e verde lo circondano. Be’ sono i colori sociali del suo club ormai.

Non riesco a crederci: sta camminando verso di me, pensi.

Ti porge la mano.

«Welcome. I’m happy to answer your questions.»

«The pleasure is all mine, mister Federer.»

Questo é l’orizzonte con l’Isola della Troia sullo sfondo, all’interno del Golfo di Follonica. Sono a casa, ieri non sono caduto dalla bicicletta, non ho portato mio padre a Canazei a vedere la partenza del giro – non sarebbe neppure stagione – e non ho intervistato Roger Federer.

A Livorno ci sono andato, in treno più bici, certo, anche sulla Terrazza Mascagni, ma poi ho concluso la mia giornata non al pronto soccorso, bensì alla scuola di scrittura Carver. I trafiletti in corsivo sono estratti e arricchiti da alcuni esercizi fatti ieri in aula. E oggi ho deciso di tirarci fuori un racconto. Tutto qui.

Approfitto per ringraziare gli amici che mi hanno fatto questo regalone che mi impegnerà per tutto l’anno. E ne sono anche ben contento. …E Francesco Mencacci della Scuola Carver per la sua stupenda lezione.