Ho dato questo titolo all’articolo, perché non volevo renderlo troppo campanilista, come se ciò che è accaduto a Prato, fosse più o meno grave di ciò che è avvenuto in altre zone della Toscana.
Ho citato Prato perché ci sono nato, perché ci abitano ancora i miei genitori e tanti miei cari amici, a cui sono ancora legatissimo, nonostante ormai i miei quasi venti anni a Follonica. E due settimane prima, infatti era toccato proprio alla città del Golfo.


Quando ho ricevuto la notizia, il venerdì mattina, come tanti, sono stato colto da una sensazione inspiegabile. Ciò che vedevo spesso sui giornali coinvolgere qualcun’altro, stavolta aveva toccato anche me. La mia famiglia non ha avuto danni, ma tanti amici e conoscenti sono ancora lì a leccarsi le ferite.
I danni più gravi si sono verificati a nord, allo sbocco del Bisenzio dalla vallata. Santa Lucia è stata devastata. Poi a Sud, nelle campagne di Tavola, Seano, tutta la zona bassa di Montenurlo, Agliana, Quarrata. E poi Campi Bisenzio, dove il fiume ha esondato sommergendo la città.
Questo articolo non vuole essere una divulgazione scientifica sul cambiamento climatico che ancora qualcuno si ostina a negare. Sigh.
In questo caso mi rivolgo agli “beep”, che ancora non ci credono. Se nessuno può dimostrare l’attività antropica come motivo del climate change, – certo, magari avete ragione voi, sono i cicli della Terra – ma a prescindere da chi sia la causa, questo non ci autorizza a fregarcene, a inquinare, a far finta di niente, a saccheggiare risorse e a esasperare gli squilibri, perché tanto accadrebbe ugualmente.
Non lo volete proprio capire? Esempio stupido alla portata anche di “quello del Papeete”: Vi brucia la casa e invece di buttarci l’acqua ci buttate la benzina. Questo stiamo facendo noi.








Questa è Campi Bisenzio, ma avrei potuto dire la Romagna a primavera e tante altre ancora negli anni precedenti: la tempesta Vaia in Trentino, le ripetute in Liguria. Se inizio ci si fa notte. Meglio l’interessante l’articolo sotto redatto dal CNR.
https://polaris.irpi.cnr.it/quindici-anni-di-frane-e-inondazioni-in-italia/
Oppure anche questo, meno scientifico, più di cronaca:
https://www.agi.it/cronaca/news/2023-11-28/dati-alluvioni-allagamenti-frane-italia-24176421/amp
Ora sfido chiunque a dire che AGI è una testata comunista, nonostante in questo articolo riporti una scelta “non commentabile” del Governo Meloni. Chi sono io per dire che di solito sono i pifferai populisti, tipo “ciuffo arancione”, come l’ho soprannominato nel mio romanzo, https://alessandrofiesoli.it/2023/08/23/24/ oppure “quell’altro del Papeete” che negano il cambiamento climatico.
Non che dall’altra parte, gente che con la cultura del “Green Washing” sostiene che tutto debba essere ESG – in realtà, per venderlo meglio – faccia il bene dell’ambiente. Anzi così rende scettici gli indecisi e gli invoglia a seguire i pifferai.
I populisti hanno seguìto perché dall’altra parte ci si ostina a parlare un linguaggio che sembra non voglia entrare in empatia con le persone e non voglia ascoltare il loro lamento. Ogni riferimento ai tecnocrati di Bruxelles è puramente casuale.
Il bene dell’ambiente parte da tutti i nostri comportamenti, non soltanto dalle scelte politiche. Ci piace parlare, però non lasciamo la macchina a casa neanche per fare 300 metri. Quando ci laviamo i denti, o facciamo scorrere l’acqua per farla diventare calda, ma nel frattempo ne sono stati sprecati litri e litri, siamo altrettanto colpevoli.
Intanto iniziamo noi. Capisco che l’Italia sia un paese arretrato a livello di infrastrutture rispetto ai paesi del nord, e che per qualcuno sia veramente impossibile rinunciare all’auto, anche soltanto per andare a lavoro. Ma chi può, se può scegliere, se non piove, se ha i treni comodi – guarda quanto sono indulgente – lasci la macchina a casa. Già quello è un passo. Mettete un catino nella doccia: la si usa poi come sciacquone. A fine anno sono centinaia di litri a persona.

















Fotografie ricevute dagli amici che l’hanno vissuta sulla pelle e guardata in faccia.
Non aggiungo la conta dei danni e il numero dei morti. Non che non siano importanti, ma sono riportati su centinaia di articoli molto più fruibili di questo.
Ciò che poi veramente m’interessa di questo stralcio, volutamente pubblicato a distanza di un mese dalla tragedia – in altro modo non la si può definire – è che non si dimentichi.
Stavolta mi ha ferito più di altre volte perché è accaduto in un territorio a me caro, che dubito abbia bisogno di questo pezzo: loro non si scorderanno sicuramente.
Purtroppo la prossima tragedia farà da detonatore al copione collaudato da molti anni a questa parte di: “mai più”, di rimpalli di responsabilità, di “nuovi e più efficienti protocolli”, di “valzer di poltrone” da parte di “commissari straordinari”. E via via fino a quella dopo ancora.
Non ho la pretesa di educare le persone con due pseudoconsigli come prendere il treno e raccogliere l’acqua che scorre, ma – e credetemi – c’è ancora tanta, tanta gente a pensare che il cambiamento parta “dall’altro”, “che ci debbano pensare i politici, noi poi ci adeguiamo”.
No! non è così: togliere le foglie dai tombini della propria strada non è detto che mi preservi da un’alluvione in cantina: se le fogne non ricevono, c’è poco da fare, ma se non le tolgo, “perché è compito del Comune” allora non c’ho capito niente.