Abruzzo, straccetti di viaggio.

Settembre 2023

Campo Imperatore

Inizio con una fotografia dell’ultimo giorno. Per un amante delle montagne come mi ritengo di essere, non potevo scegliere immagine più iconica: il Corno Grande del Gran Sasso d’Italia, visto dalla piana di Campo Imperatore. Al mattino, la luce lo colpisce frontalmente e lo rende più prominente di quanto già non sia. Le vette appenniniche, solitamente stondate e relativamente basse rispetto alle Alpi, in Abruzzo si trasformano in queste meraviglie. Su Instagram, qualche giorno scrissi: “Le Montagne non sono soltanto una risultanza geologica. Alcune di loro posseggono quarti di nobiltà. Sono Guardiani, Divinità, Sentinelle di Ere. Si stagliano in armonie impensabili e bellezza terribile.

Campo Imperatore visto dalla Sella dell’Osservatorio. La prima volta in assoluto in vita mia in cui l’ho percorso in moto. Temperatura ideale, tra i 16 e i 20 gradi, lungo strade dotate di una scorrevolezza quasi sorprendente per gli standard italici. Giunto lassù, mi sento proiettato in una dimensione multipla. Ammetto che di fronte ai contesti di viaggio, spesso mi tuffo nella memoria di esperienze precedenti, mi produco in raffronti nel tentativo di riacchiappare la morbidezza di una sensazione passata. Bene: ho avvertito un po’ di selvaggia nudità del Passo Gavia, la lunga ventosità del Piccolo San Bernardo, ai piedi del Monte Bianco lungo il confine Italia Francia. Ma vi ho sentito anche tante Highlands Scozzesi. Forse il clima, quasi di tempesta, le morbide rotondità di colline levigate dal vento a quello mi hanno riportato.

Su questi altipiani, lungo questi sentieri battuti da tracce di cavalli, vennero girate anche le più belle scene dei film spaghetti western. Mancano i segni della presenza umana: non c’è un casolare, un fienile un palo dell’elettricità. La pietra calcarea, brulla e spoglia è l’ambasciatrice di quell’immaginario ambientato fantasiosamente nei deserti messicani o del west americano più estremo.

Ma il nostro viaggio inizia a Castelluccio di Norcia, dove ancora sono ben evidenti i segni dei vari terremoti che si sono succeduti negli ultimi 10 anni.

Castelluccio di Norcia

Prima di arrivare a Campo Imperatore, attraversata la Piana di Castelluccio di Norcia, ai piedi del Monte Vettore, in un omaggio ad un viaggio di sedici anni prima, al quale due componenti del nostro gruppo hanno partecipato, abbiamo reso protagoniste le nostre moto, come si usa fare tra Bikers.

La data riportata in alto non è attendibile; Il surrogato di Gopro utilizzata azzera il datario ogni volta che si accende. Pazienza. Per la cronaca era il 7 settembre 2023.

Amatrice

Scesi ad Amatrice l’impatto è indefinibile. Qualsiasi aggettivo saprebbe di retorica e forse sarebbe irrispettoso. Non voglio giudicare: né le persone, né lo Stato, né gli aiuti, né l’attuale situazione. Non posseggo le capacità, e neppure le informazioni per poter esprimere una valutazione pubblica. Anche perché il mio parere non conta e non interessa a nessuno. Mi auguro soltanto che le immagini suscitino al fruitore del blog le stesse sensazioni vissute da me. Accadde tutto nell’agosto del 2016

Del centro storico di Amatrice non è rimasto più niente. La zona rossa, circondata dai new jersey, sembra un campo di battaglia dopo un bombardamento.

Per rispetto non ho voluto fotografare le unità abitative, ma la zona commerciale nuova, sulla spianata, ospita le varie attività. Curiosa, e al tempo stesso commovente, la zona dei ristoranti, ricostruiti tutti con la stessa impronta, insieme, affiancati l’uno all’altro. Giusto, sbagliato, un surrogato? Ripeto: non giudico, ma che ammiro il coraggio mi sento di dirlo.

Due facce di un evento, lo stesso per genere, identico per la commozione suscitata nella nazione, analogo per la conta dei morti. Sette anni prima nell’Aprile del 2009 è toccato al capoluogo.

L’Aquila

La piazza centrale è un cantiere a cielo aperto, ma l’impressione è di trovarsi di fronte ad un’opera di imponente trasformazione, di quelle coraggiose che rivoluzionano le città. Il passeggio in centro, un gioiello, non fa pensare alla tragedia di 14 anni fa.

Tango argentino e poco più avanti musica irlandese.

E spruzzate di colore.

L’Aquila, tra artisti di strada e strade che si esprimono, mostra un ritratto dolce, accogliente, accomodante, ma appena esci dal quadrilatero del salotto buono, riporta indietro al 2009. E, forse, bene così. Anche in questo caso non giudico, non valuto, non mi esprimo sul fatto che ci siano ancora palazzi armati, semplicemente messi in sicurezza. Ci possono essere mille motivi, di qualsiasi natura, ereditaria, economica, d’interesse pubblico. Ma ciò che salta agli occhi è la testimonianza.

E c’è lo spazio anche per la festa, per il ludico:

Siamo vicini alla fontana delle “novantanove cannelle”. Ma dietro il codazzo dei festeggiati, spicca questo movimento.

E’ soltanto una delle innumerevoli testimonianze di un tempo che si è fermato quel 6 aprile del 2009.

Le impalcature, gli esoscheletri delle costruzioni che probabilmente non verranno mai rimosse, chissà, alternano cartelli a segnalare una ditta appaltatrice, ma anche lucchetti, delimitanti qualcosa che non viene aperto da chissà quanto.

Una suggestione profonda poi nella facciata di questa chiesetta romanica, una delle novantanove che dovrebbero popolare L’Aquila secondo la tradizione. Sopravvive soltanto perché il ponteggio le impedisce di aprirsi in due.

L’Aquila è tanto altro. Mi sono limitato a questo confronto tra una città che sta risorgendo e un’altra, Amatrice che probabilmente non risorgerà mai per come i suoi abitanti la ricordano. L’accoglienza ricevuta non ha mostrato le ferite, forse troppo profonde da rivelare ai turisti, a noi vacanzieri del fine settimana: ha dispensato sorrisi, simpatia. Buona cucina e ironia, sulla spianata dei ristoranti, giocavano con lo spirito della sagra paesana e l’identità da esportare per sottindendere di essere ancora vivi, vivissimi.

Castel del Monte

Cartoline da Castel del Monte che ci ha ospitatato per due giorni dopo la prima notte ad Amatrice. Anche qui è una questione di luce. Sempre lo è: al mattino presto, quando ho esplorato le piccole e labirintiche strade del castello, e durante il tardo pomeriggio, quando l’impatto visivo della luce bassa e giallognola apre un portale del tempo sulla visione d’insieme del borgo.

Prima di tornare a casa, un passaggio ancora da Campo Imperatore. Indugiare sugli aggettivi per magnificare quel luogo, provocherebbe soltanto una stucchevole ripetizione di qualcosa che prima di me tanti avranno certamente detto meglio. Io so cosa mi ha lasciato, so cosa ho provato mentre davo gas su quelle piste – così mi piace chiamarle, come facevano le carovane dei coloni durante i film western – mentre quel contrasto policromatico di rocce, erba, alberi, pascoli e cielo, si infilava col vento nel traforato del giubbotto di pelle.